giovedì 17 ottobre 2013
classe IV lezioni 9-10
LA FILOSOFIA DI CUSANO
Con una di quelle situazioni a prima vista paradossali, l’autore al quale più che ad ogni altro si è attribuito il distacco dalla cultura medievale, cioè, Nicolò Cusano, in effetti muove le sue maggiori riflessioni riallacciandosi alla mistica tedesca e al Platonismo cristiano; il fatto è che questo recupero avviene in modo talmente originale che non è solo una rielaborazione di antichi concetti della teologia mistica attraverso schemi e concetti moderni, ma una vera e propria nuova filosofia. Si tratta, cioè, sempre di una riflessione sul divino, anzi forse proprio in Cusano questa riflessione assume proporzioni totalizzanti, ma tale sforzo conosce un esito nuovo, adeguato ad uno spirito di ricerca che alcuni hanno catalogato come espressione dell’Umanesimo . Ma a ben vedere Cusano, del divino, non ha per niente una visione innovativa, semmai approfondisce la questione della concepibilità del divino da parte della mente umana , questione toccata come abbiamo visto anche da Anselmo d’Aosta; solo che da questo approfondimento nascono spunti di straordinario interesse.
§ 1.La verità assoluta
Possiamo conoscere la vera essenza della verità, di ”dio” per i credenti, nella sua inesauribilità, soltanto nel caso in cui essa stessa fosse, se così possiamo dire, vista da un’infinità di punti di vista, cosa che però risulta per l’umanità impossibile. È un po’ come una sfera: da qualsiasi punto di vista la osserviamo, abbiamo una corretta visuale, ma non completa. Se siamo in più ad osservarla e sommiamo le visuali, il risultato risulterà maggiore; se ipoteticamente potessimo moltiplicare all’infinito i punti di vista, avremmo una visuale completa dell’Assoluto. Dio, dice Cusano, appare all’uomo a seconda di come l’uomo lo guarda; appare adirato all’uomo che lo guarda adirato, appare benevolo all’uomo che lo guarda benevolo. Tra Dio e mondo vi è un rapporto simile a quello che intercorre tra il modello e l’immagine. Questa infinita approssimazione di Dio è espressa da Cusano attraverso la famosa immagine del poligono iscritto nella circonferenza; è un poligono di cui si possono moltiplicare i lati quanto si vuole ma senza che esso possa mai coincidere con la circonferenza. Li si possono moltiplicare all’infinito ma la circolarità non sarà raggiunta. Fuor di metafora, se il limite è la circonferenza, essa è, come la chiameremo in questa lezione, sapienza-dio, cioè una sapienza creatrice assoluta.
§ 2. Certo ed incerto , “vedrai che massimo e minimo coincidono”
Di veramente moderno in Cusano non vi è dunque la concezione di Dio (inteso come l’assoluto-vero) ma il metodo dialettico con il quale viene concepita la ricerca della verità; la centralità attribuita alla questione della conoscenza e dei suoi limiti, in altri termini, costituisce il volto moderno del pensatore tedesco. In una sua opera fondamentale, il De conjecturis, Cusano infatti afferma il carattere aperto ed al contempo “congetturale” della conoscenza umana. Noi uomini, non potendo, infatti, conoscere la verità assoluta in lei stessa, e neppure l’essenza delle cose, possiamo solo formulare delle congetture, delle supposizioni. Queste, se non sono certamente adeguate perfettamente alla verità, non sono neppure arbitrarie, in quanto la loro fonte è, comunque, Dio. La parola congettura, infatti, deriva da cum-iacto, “lanciare” ipotesi nel tentativo di raggiungere, di colpire l’oggetto. Potrò fare sempre nuove congetture che si avvicinano sempre di più all’oggetto in questione, senza però mai raggiungerlo; quindi anche per una realtà finita il processo conoscitivo finisce per essere infinito. Non è una intuizione irrilevante poiché come studioso, come scienziato, come ricercatore, filosofo etc…io però farò sempre congetture nuove, sperando che siano sempre più vicine all’oggetto, ma che tuttavia mai, se così possiamo dire, lo “centreranno”; dunque resterò ignorante? In un certo senso si, ma di una ignoranza particolarissima che Cusano battezza come “ignoranza sapiente” o, in latino, docta ignorantia, si lo so che fin lì ci sareste arrivati. Bene, la verità è che la mente umana partecipa in misura limitata della mente divina ma non solo; essa, inoltre, è in grado di compiere una specie di viaggio verso la verità, per quanto il pieno possesso della verità non sia ragionevolmente ammissibile. E’ un tendere, è vero, ma è anche il modo di restare fedele a se stessa: solo restando fedele al proprio compito razionale essa può approssimarsi a sapienza-dio. Devo fare una digressione essenziale. Cusano è un teologo, oltre che un filosofo, e sta molto attento al gioco delle parti. Per Lui, e qui ragiona essenzialmente da teologo, il cristiano non si accosta al diabolico quando si impegna nell’uso della ragione; si accosta al diabolico quando si abbandona alla ragione. La parola “diabolico” deriva dal greco “diabolè” che significa “spostamento”. Quando l’uomo lascia la sua via, segnata da un possesso-precario e si sposta verso la via del possesso-pieno , la via breve, la scorciatoia, la mela che se mangiata ci rende tutti sapienti di colpo, allora si che si accosta al diabolico. Questa è la prospettiva moderna di Cusano e non quella del rifiuto della ragione che secondo me per taluni aspetti, ma non ditelo in giro, Cusano classificherebbe come ancora più diabolica dell’altra. Apposta diciamo che Cusano fonda la filosofia moderna. Dunque, si è sapienti ed ignoranti al contempo e non, come invece si legge di Socrate, sapienti perché sapienti della propria ignoranza . Non è un dettaglio; se dico “io non so ma almeno so di non sapere…” assumo un atteggiamento etico, per altro splendido e profondamente corretto. Ma se io dico, come dice Cusano: “ io cerco di essere sapiente nel senso che vado verso la sapienza consapevole che è un limite irraggiungibile”, non sto dicendo la stessa cosa. Le due dotte ignoranze possono naturalmente coesistere e forse lo devono, ma non sono identiche. Questo è il sapere congetturale di Cusano. Ma questo sapere congetturale conduce, però, anche ad un altro concetto-base del pensiero di Cusano, quello della coincidentia oppositorum. E’ un concetto che comporta uno sforzo intellettuale non indifferente, perché significa astrarre dal contenuto dei nostri pensieri il concetto di quantità definita. Niente paura. Scrive Cusano:
“Il massimo, del quale nulla può essere piú grande, essendo in modo semplice ed assoluto piú grande di quel che da noi si possa capire…., noi non lo cogliamo altrimenti che in modo incomprensibile. Non essendo infatti esso della natura di quelle cose che ammettono un termine che supera ed uno che sia superato, esso è al di sopra di tutto ciò che da noi può essere concepito; ma è evidente che il minimo coincide con il massimo. E ciò ti sarà piú chiaro se ricondurrai il massimo ed il minimo nell'ambito della quantità. La massima quantità è infatti massimamente grande; la quantità minima è massimamente piccola. Libera dunque dalla quantità massimo e minimo, sottraendo intellettualmente l'esser grande e l'esser piccolo, e chiaramente vedrai che massimo e minimo coincidono. “(De docta ignorantia, I, cap. IV)
Così diciamo che è il “massimo”, tutto ciò che è di più grande possiamo pensare, ma è anche il “minimo”, perché non si può negare che alla sua infinita semplicità ed essenzialità appartenga anche il minimo. In altri termini, proprio perché è infinito, Dio, inteso come verità assoluta è al di là di ogni limitazione, quindi anche di ogni opposizione concettuale. È, appunto, coincidentia oppositorum. Tale coincidenza viene confermata con l’ausilio della matematica, dato che dire che un processo sfocia nell’infinito non significa che il processo vada necessariamente verso il massimo. Vero è che in matematica è lecito distinguere fra “infinitesimo” ed “infinito” ma tale distinzione non solo non cambia la concezione cusaniana ma è ad essa perfettamente compatibile; provatevi a dire ad un professore di matematica, se ne avete il coraggio, che “infinito meno epsilon è minore di infinito” Vi uccide. Piuttosto va detto che, per Cusano , l’infinito matematico diviene il modello dell’infinito divino, e ciò accade perché egli procede mostrando che la coincidenza degli opposti, assurda e inconcepibile secondo una logica del finito, è invece perfettamente concepibile secondo una logica dell’infinito. Lo stesso vale per il principio di non contraddizione, negare il quale per Aristotele sarebbe insostenibile, ovvero la possibilità di affermare e negare, nello stesso tempo, qualcosa di una stessa realtà. Cusano invece ci spiega che la cosiddetta Docta Ignorantia può farci cogliere la "coincidentia oppositorum", ossia la coincidenza degli opposti; in altre parole Cusano è convinto che, nella realtà assoluta, cose che nella realtà finita sono opposte possono convivere insieme e coincidere; come dire che la dotta ignoranza può arrivare a far cogliere sul piano intuitivo questo aspetto dialettico della verità. Ne consegue, secondo il filosofo, che nell’infinito concetti opposti finiscono per identificarsi. Dove “identificarsi” vuol dire condividere il medesimo criterio logico ovvero annettere nel dato il suo contrario fino a considerare che il dato-assoluto, la verità assoluta, non può che fagocitare la nostra umana attitudine di distinguere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile, il noto dall’ignoto. Se un ricercatore, di qualunque tipo, dovesse cercare solo ciò che conosce non farebbe mai alcun progresso. Per esprimere questo cercare l’inconoscibile Cusano, assume il concetto cristiano di preghiera e racconta una storia: un viandante, che è ateo, si imbatte lungo una strada in un cristiano che sta inginocchiato davanti ad un tabernacolo, immerso in una profonda preghiera. L’ateo chiede al cristiano che cosa stia facendo tutto concentrato. Il cristiano gli risponde “sto pregando”. L’ateo replica “chi preghi?” e il cristiano dice “dio”. Al che l’ateo “ ma che ne sai di lui? Lo conosci?”. “ No” risponde il cristiano. L’ateo incalza: “Ma se non lo conosci nemmeno che cosa lo stai a pregare?”. “Lo prego”- risponde il cristiano- “proprio perché non lo conosco”.
§3. Complicatio ed explicatio
Vi è però, connessa alla coincidentia oppositorum, un’innovativa concezione che comporta conseguenze di amplissima portata. A parere di Cusano, infatti, la molteplicità degli enti reali è contenuta (dice il filosofo tedesco ‘complicata’ dalla parola latina complicatio; dunque se vogliamo co-implicata..) nell’infinità di Dio che è il loro principio. Bene; allora ciò vuol dire che le differenze e le opposizioni, che caratterizzano il mondo del molteplice e che noi conosciamo come presenti davanti a noi, costituiscono la explicatio di ciò che è complicatio nell’infinità assoluta (cioè Dio) . Ora,è vero , lo abbiamo visto, che in Dio tutte le realtà coesistono come coincidentia oppositorum ma il fatto è che questi opposti che non devono comportare solo la loro reciproca esclusione ma anche, in qualche modo a noi incomprensibile, anche la reciproca inclusione. Cusano ne deduce che fra Dio e il mondo si ha un rapporto di partecipazione, ove la molteplicità del mondo si configura come effetto dell’infinità divina. E’ proprio in questo senso che Cusano si serve, infatti, accanto ai concetti di complicazione, esplicazione, anche di quello di contrazione. Quest’ultimo termine si trova in stretto rapporto con la parola Dio; Dio è la complicazione di ciò che sarà il mondo. Il mondo è “implicito” in Dio, che è la complicatio, l’implicazione di tutte le cose. Egli ne diviene poi ( dove “prima” e “poi” sono avverbi insufficienti ed inappropriati) la explicatio, cioè l’esplicazione in quanto si dispiega nelle cose stesse, rimanendo comunque al di là di esse. In conclusione gli enti hanno due aspetti, essenziale ed esistenziale. Essenziale, nel senso che le cose sono immediatamente in Dio (per questo noi non le comprendiamo fino in fondo); esistenziale, nel senso che le cose esistono fuori di Dio (e quindi nel nulla). In questo caso le cose esistono pluralizzate, non più nell'assoluta coincidenza, fatte di elementi esterni l'uno all'altro, di qualità ciascuna delle quali non è l'altra. L'insieme delle cose esistenti in questo modo è l'Universo. L'universo è anch'esso un massimo unico e infinito, ma solo come immagine rovesciata dell'infinito divino. Dio è l'implicatio di tutto l'essere, così come nell'unità numerica sono potenzialmente impliciti tutti i numeri. L'Universo è explicatio di tutto l'essere, ovvero l'esplicitazione di ciò che è presente in potenza nell'unità. Tale "explicatio", sarebbe, di per sé, un puro nulla, o comunque un chaos indistinto se Dio non la segnasse ovunque con la sua presenza, dandole unità. Unità che non è pura coincidenza assoluta di tutto in un solo punto, bensì presenza dell'unità singolarmente in ogni punto o in ciascun elemento dell'universo. L’universo così concepito è un “Dio contratto”. Il termine contrazione designa il contrarsi, cioè il determinarsi di una sostanza comune in una realtà singola. I concetti di implicazione ed esplicazione di Dio nelle cose e la definizione di mondo come Dio contratto sottolineano con forza la dimensione unitaria della realtà e danno, dunque, qualche ragione al sospetto di panteismo; Cusano non è un panteista: "Se consideri lui in quanto è nelle cose, credi che la cosa sia alcunché in cui ci sia lui. E sbagli", dice Cusano. Ma più esattamente che cosa si intende per esplicazione di Dio nelle cose? Essa non è uno sviluppo, un potenziamento di Dio; essa invece è contrazione dell'essere divino, un depotenziamento e una diminuzione. Se dico, infatti, che il mondo è esplicazione di Dio , è come se dicessi che Dio e il mondo siano la stessa cosa. Ma Niccolò Cusano cerca di risolvere tale blocco in questi termini: Dio, essendo il totalmente altro, ed essendo nient'altro che sé, si riflette nella perfetta singolarità di ogni ente, e lo fa a sua immagine. Infatti, nel suo libro intitolato De possest, Cusano afferma che Dio non è la totalità degli enti dati e rappresentabili, ma l'identità dei possibili. Non dunque un cosmo , quello di Cusano, concepito in modo che ogni ente corrisponda ad uno ed uno solo degli infiniti lati di Dio, ma possibili infiniti cosmi non necessariamente omogenei, e non necessariamente incentrati sulla terra.
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