giovedì 17 ottobre 2013

CLASSE V lez.7

SECONDA PARTE, IL PENSIERO DI HEGEL L’interpretazione di Hegel è sempre stata alquanto tormentata ed i giudizi si sono quasi sempre sovrapposti e succeduti in termini molto netti se non addirittura polemici; accanto a quelli che hanno visto nel pensiero hegeliano un riferimento assoluto, si registrano posizioni critiche asperrime. Certamente la filosofia di Hegel ha la caratteristica di dividere i suoi lettori e studiosi, di costringerli a prendere posizioni nette, sia in positivo, come accadde per Goethe e per la folla di studenti che frequentavano le lezioni del professore, sia in negativo. In questo senso si erano espressi, vivo Hegel, Otto Fries, che definì la logica di Hegel una “metafisica esposta dogmaticamente” oppure Schopenhauer che definì Hegel “un ciarlatano”, senza contare l’inimicizia di Schelling, pur suo amico e compagno di classe in gioventù che assunse profili veramente drammatici. Sulla scia di giudizi di assoluta inconsistenza del pensiero di Hegel spicca un’intera scuola di logica, quella neopositivistica, che nega qualunque valore al pensiero di questo filosofo, anche in senso storico; ciò al punto tale che due storici della logica, i coniugi Kneale, nel loro ponderoso volume di “Storia della logica” dedicano ad Hegel una riga e mezzo, definendo la sua opera priva di qualunque senso. Dalla parte opposta, invece, troviamo pensatori di grosso calibro: primo fra tutti Karl Marx, che pur criticando del pensiero di Hegel non pochi aspetti, ammonisce a non considerarlo un “cane morto” e riconosce nella filosofia hegeliana un passaggio storico-concettuale veramente determinante. Più avanti segnaliamo da un lato un Nietzsche che vedeva in Hegel il prototipo dell’oppressione intellettuale dall’altro un Lenin, che affermò che non sarebbe mai stato possibile iniziare un processo rivoluzionario senza aver studiato la scienza e la logica di Hegel. Così Giovanni Gentile, Benedetto Croce, Gyorgy Lukacs, Hans Georg Gadamer, Karl Lowith, Jean Paul Sartre, Herbert Marcuse, Martin Heidegger, Ernst Bloch e tanti altri, i quali, sia pure con diversissime letture talora tra loro fortemente opposte, hanno visto nella filosofia hegeliana uno dei riferimenti imprescindibili del pensiero stesso, o in positivo o in negativo. All’interno dei suoi estimatori però, si fronteggiano due letture: una selettiva, vale a dire che di Hegel intende ‘prendere’ sostanzialmente il metodo, ed un'altra che possiamo definire onnicomprensiva, che tende a coglierne la coerenza ed il senso complessivo. Nella scuola marxista, quella alla quale dobbiamo forse la maggiore attenzione ad Hegel, prevale quella selettiva nel senso che alcuni aspetti sono da salvare (innovativo - rivoluzionari) e altri da condannare (conservatori-reazionari), mentre la scuola filologica, che contestualizza alquanto Hegel alle condizioni storiche, tende a prendere la filosofia Hegel per intero e non per parti, cercando di coglierne lo straordinario potenziale. E noi? Noi niente; non abbiamo questo problema neppure alla lontana; sarebbe per me che lo spiego già un grande successo mostrare l’ampiezza e la profondità del pensiero hegeliano, figuratevi se ci mettessimo a discutere delle interpretazioni! Se ve ne ho accennato è solo per darvi la dimensione dell’importanza del pensiero di questo filosofo. §1. Introduzione, la dialettica ed il vero come intero Il nome di Hegel nel pensiero contemporaneo è strettamente legato al concetto di dialettica. Eppure alla dialettica in senso vero e proprio il filosofo tedesco non ha dedicato nessun lavoro specifico, sicché nell’esposizione del pensiero di Hegel parlare di dialettica come uno strumento cognitivo elaborato e definito non è facile e bisogna estrapolarne il profilo da alcune sue opere-chiave. Vi è in Hegel come una ritrosia teoretica proprio laddove sarebbe stato utile esplicitare in modo rigido l’anima del suo pensiero; il che invece, per un autore accusato, e talvolta non a torto, di eccessivo ricorso al sistema, appare alquanto sorprendente. Il motivo di ciò in parte riposa nella prefazione di una delle sue opere più importanti, se non la più importante, cioè La “Fenomenologia dello Spirito”. In questo scritto egli delinea la dialettica come anima del processo di autocomprensione che lo Spirito umano compie nel suo sviluppo storico, nel suo farsi. Il processo, lo svolgimento, sono il luogo dove coesistono e prendono corpo sia il soggetto sia l’oggetto. Come in Kant spazio e tempo sono, sì, concetti puri a priori ma non sono oggetti di conoscenza bensì strumenti della stessa, così per Hegel non si può prendere la dialettica e studiarla fuori dal suo esercizio nel pensiero. Per questo motivo un hegeliano scozzese, James H. Stirling, nel suo libro “The Secret of Hegel”, insistette molto nel sostenere che in realtà è il trascendentale kantiano ad essere trasformato in dialettica; come dire che il segreto per comprendere come e quanto Hegel superi e perfezioni Kant sta proprio nell’uso trascendentale del pensiero dialettico. Del resto in un’altra opera fondamentale, La Scienza della logica, Hegel entra nel cuore del pensare nel suo puro movimento dimostrando che questo movimento non può che essere dialettico, ma non enuclea e studia astrattamente una dialettica del pensare; appunto perché il pensare è dialettica. Si potrà ben studiare oggettivamente una regola sillogistica, o un meccanismo logico ma non il pensare. In altri termini se si parla di movimento, ed il pensare è movimento, non vi è spazio se non che per il sistema dialettico. Ogni altra soluzione costituirebbe ciò che lo stesso Hegel denuncia come astrazione unilaterale. In un solo testo, rivolto non a caso a studenti, per la precisione studenti di Heidelberg del corso del 1818, il filosofo lascia una traccia oggettiva di questo schema, ma si tratta solo un corso universitario, Introduzione alla storia della filosofia, e non di un’opera in senso stretto. In questo corso effettivamente egli parla del suo metodo in modo oggettivo, per motivi ovviamente didattici, e dice che in qualche modo ciò che egli chiama in sé sarebbe la dynamis, la potenza, e ciò che chiama per sé sarebbe l’enèrgheia, l’atto. L’atto inteso, però, come realtà che è in divenire e non l’atto come forma compiuta ed immodificabile. Qualche anno dopo, nella sua vasta opera Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Hegel torna brevemente sulla dialettica ma in modo molto generale limitandosi a scrivere “La dialettica è quindi l'anima motrice del procedere scientifico ed è il principio mediante il quale soltanto il contenuto della scienza acquista un nesso immanente o una necessità, “. Ma se la realtà è dialettica, cioè un divenire costante, questo movimento risulta comprensibile solo attraverso una forma logica che a sua volta sia in grado di divenire, di non essere definibile determinabile ed astraibile. Il punto è questo. Come dire che la dialettica, a sua volta, in un certo senso diviene. Questo è il motivo per il quale non troviamo in Hegel un libro che studi la dialettica come un oggetto della riflessione, appunto perché facendo così si verrebbe meno alle condizioni del processo conoscitivo. L’unica forma in cui conosco un sistema, per Hegel, consiste nel conoscerne le sue trasformazioni, il suo farsi. Si tratta di utilizzare allora quei tre momenti della dialettica che sono diventati quasi il segno distintivo dell’hegelismo. Essi sono: In sé, Per sé ed in sé e per sé . Questi sono momenti del pensiero che si svolge poiché per Hegel bisogna esercitare giudizio entrando nel meccanismo della realtà, non cercando di starne fuori per vedere di che si tratta; scusate la metafora un po’ grossolana, ma sarebbe come se un pesce volesse capire che cosa è il mare standosene in alto su uno scoglio scattando tante fotografie; se è pesce, che nuoti, lasciando la macchina fotografica ad altri perché stando sullo scoglio, senza acqua ma con la sola aria certo farebbe una brutta fine. Invece Il difetto dei filosofi, e questo concetto sarà in buona parte utilizzato da Marx, consiste nel cercare il vero abbandonandosi alla filosofia della riflessione (reflexion-philosophie, per usare una espressione dello stesso Hegel), che poi sarebbe l’atto del pesce-fotografo, mentre secondo Hegel il pensiero è vero non perché ferma la verità dell’oggetto, ma perché ne segue lo svolgimento, anche all’interno, assumendosene tutte le contraddizioni. Ho usato una parola impegnativa, cioè “contraddizione”, concetto-chiave dell’intera filosofia hegeliana, perché consente di fornire una seria rappresentazione del minimo comune denominatore della realtà. Potremmo dire che hegelianamente dire “realtà” significa dire “contraddizione”, cosa che i matematici trovano assolutamente indigeribile ma anche cosa che vi fa capire perché tanti logici trovano che Hegel sia “da ricovero”, per usare un’espressione molto grossolana ma che capirete benissimo. Ma se la realtà è contraddittoria ciò che noi definiamo sinteticamente con l’espressione “verità” non può essere una formula, un concetto, ma uno svolgimento; come ha scritto Paolo Buri , “ La verità non è la parte buona della realtà, ma è l’intero”. Dunque l’unica forma appropriata con la quale la verità si può formulare è lo svolgimento dell’intero; estrapolarne una parte significa cadere, per Hegel, nelle deprecabili spire dell’intelletto riflettente. La qualifica di vero la possiamo dare solo all’intero preso nel suo stesso svolgimento e non ad una parte. Quanto al concetto di Assoluto, così come ai suoi tempi era stato elaborato da Fichte e dai romantici, fra tutti Schelling, la posizione di Hegel è critica. Questo concetto dell'Assoluto è paragonabile, come scrive Hegel adoperando un modo di dire appreso in Svizzera, ad una notte in cui tutte le vacche sono nere perché consiste in una specie di unità indifferenziata alla quale non si perviene, come dovrebbe essere, al culmine di un processo di chiarificazione, ma in modo immediato, dato che tutto si scarica sulla presunta intuizione (intuizionismo estetico schellinghiano). Dei romantici e di Schelling, in altri termini, Hegel contesta la pretesa che la coscienza, sia pure nel sublime dell’opera d’arte, possa immediatamente innalzarsi al sapere attraverso quello che egli chiama "il colpo di pistola" dell’intuizione e facendola franca da quel che egli chiama “la fatica del concetto”. Infatti, per Hegel la partita, se così possiamo dire, si gioca nel faticoso e lacerante processo storico, piuttosto che nelle intuizioni del genio. Ecco perché lo sviluppo dello spirito umano nella storia costituisce per Hegel, sin dai tempi delle sue ricerche giovanili, il terreno privilegiato della filosofia. Il genio esiste, certo, ma egli è un’espressione dello spirito, è l’evidenza, il punto di accumulazione , per usare una suggestione matematica,dello sviluppo storico. Voi direte : “ ..Bella scoperta, è ovvio che Galilei non sarebbe potuto esistere nel neolitico “; sì, giusto, ma allora cerchiamo di capirla, questa ovvietà e quale sia per Hegel il senso del movimento di questo fiume in piena che è la realtà; non dimenticatevi di quel che vi ho spiegato in terza, e cioè che “realtà” deriva dal verbo greco rhèin, che significa scorrere. Allora, per capirlo, c’è da fare sempre la stessa cosa, cioè studiare. E noi studieremo il pensiero di Hegel partendo dalle sue opere giovanili. Le opere storico-teologiche giovanili § 2. Le opere storico-teologiche giovanili Il giovane Hegel pubblica alcune opere di oggetto storico-religioso. Noi tuttavia, di questi lavori, toccheremo velocemente solo alcuni concetti tratti da “ Vita di Gesù “ e dalla “ Positività della religione cristiana”. Innanzi tutto il concetto di positività; Il termine “positivo” non si deve intendere nel significato italiano corrente, ma nel significato latino, e cioè “esser posto”, di non essere spontaneo o naturale; dunque qualcosa di simile a ‘dogmatico’ ma non esattamente tale perché non riguarda tanto alcune verità da “accettare e basta” come sono i dogmi, quanto invece un atteggiamento interiore, un modo di rapportarsi all’Assoluto accettando che il divino irrompa nell’umano. In altri termini la positività viene intesa come una determinazione esterna alla ragione, "I concetti universali della natura umana”- scrive Hegel –“sono troppo vuoti per poter offrire un criterio di misura per i molteplici bisogni della religiosità”. Il cristianesimo riscuoteva, per il giovane Hegel, il suo successo proprio perché riusciva contrastare l’ottusità degli ebrei formalisti, fra tutti i Farisei, che nei secoli avevano ridotto la religiosità ad un elenco di formule senza senso con le quali indirizzare ogni azione dei credenti; da ciò l’attenzione di Hegel per confrontare Socrate con Gesù. Hegel vede il Dio ebraico come un Dio innominabile. Egli non ha nome, e la sua volontà è imposta, rivelata, dettata. La sua volontà è legge, non riguarda la natura e non ha bisogno di alcuna giustificazione. Con l’arrivo di Gesù, invece, il processo storico-religioso trova una sua sintesi fra la razionalità etico - razionale di un Socrate ed il dovere di Abramo e Mosé; Dio con Gesù di Nazareth, si materializza, si oggettiva e diventa rottura anche nei confronti della parola scritta. Gesù sovverte tutto, criticando radicalmente non solo l’ebraismo nella sua forma ipocrita, ma il modo di pensare degli uomini: prima di Gesù l’uomo in buona salute, benestante e rispettato era in grazia di Dio, mentre l’ultimo, il reietto, sconfitto, malato doveva aver fatto qualcosa per non essere amato da Dio. Invece Gesù, dice Hegel, si dimostra un grande rivoluzionario, perché capovolge il senso del pensare: “Soffri? Sei ultimo? Sei emarginato? Sei malato? Sei povero? Sei deriso, umiliato? Rallegrati perché Dio è vicino a te”. Nello “Spirito del Cristianesimo ed il suo destino” Hegel aveva anche scritto che Maria Maddalena costituisce un esempio di anima bella, cioè di un’anima aperta all’amore senza remore; anche se è peccatrice, infatti, ciò scandalizza gli Apostoli ma non Gesù che mostra a loro come si sbagliano e che “ i molti peccati le sono perdonati”. Quanto all’aspetto dei miracoli, Hegel non dà loro peso ed illustra piuttosto lo scontro tra le gerarchie ebraiche, con Gesù che soccombe al potere politico e viene ucciso. Egli conclude il suo libro con questa frase: “Tre giorni dopo la sua morte, approfittando di una festività ebraica, i suoi seguaci trafugarono il cadavere e perciò si sparse la voce che era risorto”. Il vero significato del cristianesimo, cioè, per il giovane Hegel, non consiste nella promessa di immortalità ma nel’abbandono del formalismo astratto di una legge, che sia morale-razionale (come nel mondo greco) o religiosa-rivelata (come nel mondo ebraico) per abbracciare la legge dell’amore. L’amore supera il dovere: se si rifiuta iun’azione malvagia ciò accade non perché la legge lo vieta bensì perché prevale l’amore. “Nell’amore cristiano ”- scrive Hegel –“l’uomo ha trovato se stesso in un altro”.

Nessun commento:

Posta un commento

Printfriendly