martedì 6 maggio 2014
KANT CRITICA DELLA RAGION PRATICA
La Critica della Ragion Pratica
Bisogna evitare una trappola che lo stesso Kant sin dalle prime battute della Critica della Ragion Pratica vuole evitare, e cioè quella di lasciare intendere che l’essere umano possa servirsi di due ragioni, una teoretica, pura, ed una pratica, morale.
La ragione è una; la si può studiare nella sua pura struttura oppure nel suo uso pratico, certamente, ma la logica è la medesima; la struttura razionale delle asserzioni scientifiche non è, per capirci, un’altra dalla logica che ci fa, per esempio, estendere agli altri quei valori che riconosciamo a noi stessi. Si tratta di isolare l’elemento razionale nel processo di decisione che ci fa compiere una determinata azione; questo isolamento può avere un carattere astrattivo, che Kant chiama formalità della legge morale, ma non necessariamente esso deve essere noto a chi compie un’azione morale.
Consideriamo il volontario che si reca ogni mattina all’ospedale per dare a un aiuto alle persone malate che sono in difficoltà; costui è partecipe di un tipo di moralità che non è inferiore al senatore che si fa promotore di una legge che aiuta le persone in difficoltà in senso generale. Il senatore deve procedere formalmente, deve astrarre dalla condizione umana l’elemento che poi diventerà il principio ispiratore della legge, mentre il volontario che si reca ogni mattina per dare senza chiedere niente si limita, si fa per dire, ad assistere il malato che è rimasto solo al mondo.
Il primo esercita un principio di ragion pratica empirica, il secondo un principio di ragion pratica formale, ma entrambi lavorano per principi; chiunque sia il malato che ha bisogno di aiuto, il volontario va. Alla fine e all’inizio è sempre una questione di principio. E’ per questo che Kant non divide in due la ragione ma il comportamento; le azioni puramente morali, come quelle comparabili alla legge del senatore, le considererà alla luce del concetto di ragione pura pratica e quelle in vista di un fine specifico come alleviare il dolore di chi soffre, ragione empirica pratica. Perciò bisognerà delimitare i confini di questa ragione nei suoi usi, proprio perché l’esistenza di una vita morale è, per Kant, un dato di fatto.
Il compito della filosofia della morale, allora, è quello di compiere un’indagine critica sui fondamenti della moralità, che è la tensione verso la realizzazione delle leggi morali e non quello costruire un modello ideale di uomo; Kant, per altro, ebbe a dire che il lavoro del filosofo non è superiore, testualmente, “al più umile dei lavoratori”. Sbaglieremmo allora ad accostarci alla morale di Kant con il timore di imbatterci in un fanatico del dovere morale, un po’ pesante e formalista.
Così come la conoscenza, anche la moralità è fondata da una sintesi a priori ma evidentemente con le dovute proporzioni e differenze; vediamo quali. Esiste da una parte la "materia", che è data dagli impulsi, bisogni, inclinazioni, etc...che , lasciate a se stesse seguono il criterio del piacere e del dolore. Esiste, d'altra parte, il principio della moralità , ovvero la categoria etica a priori che organizza e dà a tutti questi impulsi ed esigenze pratiche la forma della moralità, che sarebbe evidentemente priva di senso se non si applicasse ai dati della sensibilità; se volete magari anticipando un concetto novecentesco potremmo anche dire che sarebbe insensata se non si applicasse all’esistenza nella sua immediatezza. La ricerca della immediatezza della legge morale, però, non è una ricerca della normatività dell’azione, non è alla ricerca di un sano buon senso, di un qualcosa che mi spinga ad agire bene, bensì di un qualcosa che mi costringa ad agire bene; vi è una bella differenza, e per farlo deve trovare questa legge della forma universale. Kant mette in guardia dal cercare l’espressione della legge morale nelle massime del buon senso. Esse, infatti, non solo rischiano di cadere nella rete dell’etica dell’utilitarismo ma valgono solo soggettivamente e variano di momento in momento, da persona a persona. Somigliano talvolta ai proverbi ma onestamente sono qualcosa di più eticamente significative. Se io dico “La prudenza è dei forti” non sto dicendo “chi lascia la via vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova”; il confine fra la massima ed il proverbio sta nel fatto che la massima vale, scusate la cacofonia, in linea di massima mentre il proverbio è solo un commento ad un’azione fatta o fattibile. Per questo le massime dell’azione morali possono essere, si, recepite in una ragion pratica ma non la possono fondare perché non sono principi, da loro non cogli la forma universale dell’agire morale. Invece Kant cerca un qualcosa che stia a monte della decisione, in un certo senso staccato dalla concreta applicabilità al caso dell’esistenza. Cerca qualcosa di necessario ed autonomo in grado così alto da non consentire la sua dipendenza da una qualsivoglia situazione; non solo, ma deve essere formale, non deve cioè avere contenuto, neppure a sua volta morale. Da qui l’esigenza dell’imperativo categorico come fondamento della ragion pratica.
Kant non cerca la formula del giudizio morale ma la sua forma. Ma in che cosa consiste tale forma? Per Kant la forma è il comando; è il tu devi; il che non va confuso con la forma comunicativa-assertiva. Newton poté avvalersi della matematica e comunicò il movimento che regolava la gravitazione universale in una forma che si avvaleva della simbologia della matematica ed i suoi rapporti; era un’asserzione universale. Infatti, se dico
f=ma
dico anche che la forza è uguale al prodotto della massa per l’accelerazione. Ma se dico “tu devi” non ho detto che cosa devi fare, ho detto solo che la forma nella quale si esercita la legge morale è il “tu devi”. Dunque una forma imperativa; ma chi è il soggetto emanatore del comando? Da dove viene? E’ una questione molto interessante. La coazione, la spinta a fare qualcosa aveva sempre affascinato Kant, sia leggendo i teorici scozzesi ed inglesi del sentimento morale, sia soprattutto leggendo Rousseau. E’da Rousseau che Kant trae il concetto di natura umana ed umanità, non dalla filosofia morale cristiana. Ma fino a che punto un sentimento, una natura, possono dettare norme morali? Una domanda alla quale è difficile dare risposta, certo, ma vi erano questioni assai più problematiche come : dove rintraccio in natura e sentimento quell’universalità necessaria per la costruzione dell’edificio teorico della ragion pratica? Come si fa a sollevare un sentimento a valore cogente universale? Come tracciare un profilo così indiscutibile della natura umana? Un imperativo, va da sé, risolverebbe tutto e Kant comincia a pensarci molto seriamente. Solo che la forma imperativa, presa così, come pura esigenza, non si coniuga facilmente con il concetto di moralità; Kant lo sa bene ed è per questo che dovremmo sempre ricordarci che stiamo parlando della ricerca di un imperativo morale, non di un comando.
-L'imperativo come forma della moralità
Due sono le specie di imperativi: l'imperativo ipotetico e quello categorico. Il primo ha due profili, quello della regolazione dell’abilità e quello della regolazione della prudenza, dunque fissazione delle regole di abilità e delle regole della prudenza. Esso esprime in entrambi i casi un comando condizionato, il secondo invece un comando del tutto incondizionato. Nel primo caso, cioè, ammesso che si voglia ottenere un dato risultato, si deve fare una data azione. Il secondo, al contrario, esprime un comando al quale, in quanto esseri morali, non si può sfuggire. L’ipotetico può anche presentarsi in forma categorica ma ha senso solo se presupponiamo un “se tu vuoi”; se io passo davanti alla porta di un negozio e leggo “spingere” è ovvio che si sottintende che se voglio entrare devo spingere; ve l’immaginate un cartello posto da un negoziante enfatico nel quale si legge “gentile cliente, nel fortunato caso per il quale lei volesse entrare, allora cortesemente spinga questa porta” ? Lo so fa ridere, ho scelto volutamente un esempio assurdo ma per sottolineare che non ci dovrebbe essere bisogno di quel papiro per far capire come si entra; ora invece vi faccio un altro esempio: “studia!”. Esso significa che “se vuoi essere promosso, devi studiare” oppure, più nobilmente, “se vuoi crescere culturalmente, devi studiare”. Ebbene, “spingere” e “studia” sono imperativi ipotetici. La formula imperativa sul piano linguistico non ha sempre a che fare con l’imperativo categorico anche se certe volte può sembrare. In altri termini, gli imperativi ipotetici indicano, come scrive Kant, che “l’azione è buona riguardo ad uno scopo possibile”. Non è una questione da poco, riflettiamoci; quel tipo d’imperativo si concentra sui mezzi per raggiungere un fine, non fonda la bontà del fine. Dire il come si debba raggiungere un fine, non è un atto moralmente imperativo. Qualunque libretto istruzioni usa formule imperative perché presume che l’utilizzatore abbia la volontà di montare quel congegno. Il fatto è che alla base di tali comunicazioni troviamo sempre la stessa forza, che si chiama volontà. E’ la volontà che, comunque, fa gioco, fa la differenza fra il senso dell’imperativo e l’azione che ne consegue; a Kant interessa qualcosa che fondi la volontà, che fornisca ragioni non opinabili alla volontà.
L’imperativo categorico adempie, dunque, alle condizioni delle forme a priori. Come tale, esso non dice nulla di concreto, non obbliga di per sé a nulla. Esso perciò è il principio che cercavamo, il principio della ragione pura pratica: pura forma e puro dovere.
Infatti, solo così concepita la Ragion pratica è in grado di contenere quel principio che costituisce la sua caratteristica essenziale, la più importante delle norme morali, vale a dire la sua natura obbligante. Per Kant è nel "tu devi", cioè nell'obbligazione, che consiste la fondazione razionale della ragion pratica; la legge morale comanda non ciò che si deve volere, bensì la forma universale nella quale si deve volere quel che si vuole.
- Caratteristiche dell'imperativo categorico
Il “tu devi”, come spero si sia reso chiaro, riguarda azioni oggettivamente necessarie per se stesse, senza alcuno scopo. Esso, inoltre, e questo è un dato di essenziale specificazione, riguarda l’intenzione, che è il principio formale di determinazione della volontà. Da quanto detto, ci si rende conto che per Kant la legge morale è caratterizzata dall'assolutezza, dal formalismo e dall'autonomia.
Assolutezza, perché a morale kantiana si esprime con l'imperativo categorico che non accetta un "se", come quello ipotetico, e quindi non cede alle inclinazioni e agli interessi personali. Kant polemizzò con Hume orientato alla morale dell'inclinazione e del sentimento, e con le conclusioni morali dell'Illuminismo, che sosteneva la norma etica del piacere e dell'utile.
Formalismo, perché a legge morale deve rifiutare qualsiasi contenuto che farebbe ricadere l'azione umana nel soggettivismo.
Autonomia, perché qualsiasi fine estrinseco alla legge morale stessa anche il fine più nobile, snaturerebbe la morale. Di conseguenza sono escluse tutte le morali in qualche modo "eteronome". Kant passa in rassegna ben sei morali eteronome; o perché basate sull'educazione (Montaigne), o sul governo civile (Mandeville), o sul sentimento fisico (Epicuro), sul sentimento morale (Hutcheson), sulla perfezione della natura (Wolff), o direttamente sulla volontà di Dio. Il verdetto? Tutte inadeguate; reset e pedalare. La pedalata però, può avere diversi rapporti, lo sanno bene quanti fra voi usamo spesso la bicicletta. Infatti, Kant fa questo ragionamento: l’imperativo fa riferimento ad un solo principio, ovvero il “tu devi”, e questo ormai si sa; però, il principio può avere, se così possiamo dire, più moltiplicatori a seconda del modo di migliore di esprimere la sua forza; diremmo a seconda della strada se restiamo nella metafora ciclistica. Questi rapporti sono tre, ovvero le tre formule dell’imperativo categorico e non, come capita di sentire a qualche studente, “tre imperativi”. Se poi li consideriamo attentamente, certo cogliamo importanti differenze fra loro ma tali da permettere al tu devi di esprimersi e non di emendarsi o modificarsi.
- Le tre formule dell'imperativo categorico
Le tre formule obbediscono a tre schemi: uno- uno, uno-molti, uno-nessuno. Le formule sono tre perché Kant, e lo dice chiaramente, ha presente che la legge morale è l'unico motivo determinante della volontà pura ma possono cambiare le esigenze della volontà stessa. Sono le esigenze della “strada” che dobbiamo compiere in questa vita che inducono Kant all’articolazione dell’imperativo in tre formule, non la matura dell’imperativo stesso. Dunque per comprendere la ratio delle tre formulazioni bisogna concentrarsi sulle esigenza della vita pratica e non sul valore che essa presenta.
Focalizziamo il discorso sull’ambito intersoggettivo-soggettivo, Kant direbbe sull’esigenza eguagliare la massima soggettiva alla legge oggettiva. E’ lo schema uno-uno. Allora varrà la prima formula dell’imperativo categorico; essa esprime la legge morale nel terreno del rapporto fra me e l’altro. Qualche mente riposata ogni tanto propone di dire “non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te.” Però non è così che Kant imposta la questione e fa anche bene perché “fare agli altri ed a me” è un concetto fumoso. La formula invece è la seguente ed è quella che a noi interessa, ovvero: "Agisci in modo da poter volere che la massima delle tue azioni divenga universale". Questo oltre che costituire la prima formula dell’imperativo categorico è anche il profilo-base, se così posiamo dire, della legge morale, la legge fondamentale della ragion pratica. La ragione, infatti, in quanto tale, è universale, e niente può dirsi veramente razionale se non trascendendo gli interessi del singolo per porsi come norma che valga per tutti e per sempre.
Focalizziamo invece l’esigenza di definire l’ambito del rapporto morale inquadrando il fine della mia azione, Kant la definirebbe necessità di armonizzare il primato della legge morale con l’azione rivolta ad un fine. Allora la formula sarà la seguente: "Agisci in modo da trattare l’uomo, in te come negli altri, sempre anche come fine, non mai solo come mezzo". L'uomo in quanto tale è ragione ma nessun fine può essere anteposto all’uomo; lo strumentalizzare la ragione ad un fine inferiore degraderebbe la stessa morale a semplice ricerca della felicità individuale che esclude ebbe gli altri. Una felicità-non felice, in un certo senso, o una felicità mutilata. Nella vita politica, ma specialmente economica, tale riflessione può assumere un grande valore.
Se invece si ambisce ad un livello esclusivamente fondativo, ovvero ad un livello che non deve, se così possiamo dire, fare i conti fuori da sé, allora è evidente che la necessità è comprendere se ha senso una legge morale in lei stessa e non in relazione ad altro. Così emerge in questa formula che fotografa uno degli aspetti più tipici di quello che chiamerei il kantismo morale; la formula è : "Agisci in modo che la tua volontà possa istituire una legislazione universale”. Questa formula è il riconoscimento dell'autonomia della morale poiché a fare da "legislatrice universale" è la volontà razionale, la celebre recta ratio di Anselmo d’Aosta e Tommaso d’Aquino, per capirci. In questo modo l'uomo si eleva a quel "regno dei fini" del quale ogni membro è al contempo legislatore e suddito.
Restava aperta la questione dei limiti di questa capacità regolativa della ragion pratica. Di fatto essa corrisponde ad una seconda “rivoluzione copernicana”, quella della morale. Se la ragione riconosce solo se stessa come fonte dell’azione morale e se persegue la non-interferenza della fonte esterna in una dichiarazione solenne di autonomia, ciò a buon diritto può definirsi, per l’appunto, una “rivoluzione copernicana della morale” in perfetta linea con la logica del criticismo kantiano. Allora, la volontà retta della quale dicevamo non è garantita dal successo dell’azione ma dalla stessa purezza della volontà; è come se nella “rivoluzione copernicana della morale” tutto si chiudesse nel soggetto, in quel celebre stupore che Kant disse di provare osservando “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”. Dunque, un dominio del soggetto, senza mezzi termini, quello dell’azione morale.
Fin dove essa può estendere il suo dominio? La risposta è concettualmente stridente ma veramente brillante. Kant ragiona così: l’imperativo può essere tale solo se si fonda sulla libertà; come dire che la forza di imporsi non è nella forza del contenuto ma nel presupposto: un presupposto, però, che nel suo concetto nega il risultato. Ditemi che cosa nega maggiormente la libertà di un imperativo. Risposta: niente, l’imperativo è il massimo della non-libertà; eppure è proprio perché la libertà in lei stessa nega la coazione che è possibile che essa fondi la coazione morale; non è un paradosso, sembra, ma non è così perché la verità è che la libertà fornisce senso all’imperativo.
- Il regno dei fini, la felicità ed il sommo bene
Un mondo di perfetta moralità non esiste; lo sappiamo tutti. Se esistesse sarebbe di una noia micidiale: tutti perfettini, bravi, onesti, e chi più ne ha più ne metta. Non è questo che Kant intende per realizzazione del regno dei fini. Non è un mondo che c’è ma uno cui tendere, da costruire incessantemente nella doppia ed esaltante consapevolezza che proprio perché so che non lo realizzerò mai in questa vita sono in grado di impegnarmi a realizzarlo. Questa, per essere sintetici, è la base dell’idea kantiana di “virtù”. Solo che, per riprendere il discorso del mondo perfetto e noioso, non dobbiamo pensare che la virtù sia una specie di cappa di ferro che blocca la vita. Ora a parte che Kant era una persona molto allegra e piena di gioia di vivere, ottimo giocatore di biliardo (pare che da ragazzo arrotondasse con i premi che vinceva nei tornei) e uomo dalla conversazione così brillante che quando entrarono i russi a Königsberg fu richiesto il suo savoir faire con lo stato maggiore del nemico per limitare i danni, è un fatto che Kant non dimentica mai la sua formazione illuminista. Non dimentica mai la ricerca della felicità; è per questo motivo che concepisce il concetto di sommo bene come unione di virtù e felicità. Le due sembrano bisticciare: se faccio il virtuoso non sono felice e se sono felice non sono virtuoso. Però sta qui il concetto di unione. Kant concepisce il sommo bene, ciò cui ogni uomo deve tendere, in termini razionali e dunque di comprensibilità Vi ricordate quelle tre famose idee della ragione che nella Dialettica della “Critica della ragion pura” erano state giudicate infondate? Bene delle tre , ora se ne ripresentano due, fresche e ben pettinate, oserei dire, traducendo in simultanea dal palermitano, la lingua nella quale penso. Queste idee sono l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima che, insieme alla libertà, costituiscono i tre postulati della ragione pratica.
- I postulati della ragione pratica
Come ogni edificio intellettuale che ambisce ad essere coerente per virtù propria e non per l’azione di un agente esterno, anche la “Critica della Ragion pratica” deve ammettere, determinate tesi senza le quali non potrebbe garantire la sussistenza del proprio stesso impianto. Dal che l’introduzione dei postulati della ragion pratica. Postulato è per Kant una proposizione teoretica, ma come tale non dimostrabile, in quanto inerisce inseparabilmente ad una legge pratica che vale incondizionatamente a priori. La volontà, determinata da questa legge, esige queste condizioni necessarie all'osservanza dei propri precetti. La ragion pratica ha assolutamente bisogno della loro esistenza per assicurare la possibilità del suo oggetto che è dal inderogabilmente necessario punto di vista pratico.
Questi postulati non sono dunque dogmi teorici, ma presupposizioni necessarie; essi perciò non ampliano la conoscenza speculativa, ma conferiscono realtà oggettiva alle idee della ragione speculativa in generale grazie al il loro rapporto con ciò che è pratico. Essi sono:
1) la libertà
2) l'immortalità dell'anima
3) l'esistenza di Dio
La libertà. L'obbligazione morale sarebbe impossibile se non esistesse la libertà e la libertà non è che la rivelazione di un mondo sovrasensibile, di un noumeno che, come tale, è indipendente dalla legge naturale dei fenomeni, cioè dalla legge della causalità.
L'immortalità dell'anima. La virtù, per Kant, è il bene supremo; tuttavia, per essere tale deve poter contenere al proprio interno quel concetto di felicità che aveva caratterizzato vent’anni di letteratura illuministica; in special modo quella dei cosiddetti “libertini”. Ora, poiché nel mondo felicità e infelicità dipendono da cause naturali e non sono commisurate ai meriti e demeriti, deve esistere un'altra vita dove la felicità sia necessariamente connessa con la virtù. E’ un “deve” che integra a pieno il bisogno umano di speranza in una vita migliore; non vi è peggiore consigliere dell’azione umana della disperazione. L’inferno prima che orizzonte di destino dopo la morte comincia prima della morte e si chiama, per l’appunto, disperazione. L’immortalità dell’anima e la speranza di uno stato di infinita gioia ed assenza dal dolore costituiscono una delle forze più straordinarie che hanno consentito all’umanità di passare per il dolore per erigere la giustizia morale e perseguire il bene in lui stesso, senza altri fini. Il dolore e la speranza, cari ragazzi, ha costruito la civiltà.
L'esistenza di Dio. Molti, anche fra i grandi insospettabili (se invece di parlare scrivessi userei la G e la I maiuscole…) cioè gli autori dei manuali per licei ed università, finiscono per presentare il terzo postulato con argomentazioni preoccupantemente affini a quelle usate per il secondo. Non è così, anzi è l’inverso ; Kant non dice che la vita morale si basa su Dio ma che Dio si basa sulla legge morale. Se teniamo fermo il dato filosofico, è anche ovvio. Che Kant sia credente, che il suo luteranesimo sia impregnato di pietismo, ovvero di una delle tanti varianti del protestantesimo, non vi è dubbio alcuno. Ma, cari ragazzi, quando Kant fa filosofia, fa filosofia. In filosofia non dobbiamo considerare certe azioni come doverose perché sono precetti di Dio, ma dobbiamo considerarle, semmai, come se fossero precetti di Dio perché sono doverose. Dio è il portato dell’etica e non l’etica il portato di Dio; e questo Dio è necessario per dare senso al sistema e non è la causa del sistema. Se poi (ma questo che sto per dirvi Kant chiarisce essere una conseguenza del postulato, non un postulato a parte) cerco un garante della giustizia allora posso anche dire che la legge morale ha bisogno di un garante che faccia corrispondere la virtù alla felicità.
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