lunedì 5 maggio 2014
Nietzsche e Freud
VI. IL PENSIERO DI NIETZSCHE
“Io non sono affatto un orco, un mostro di immoralità: sono il contrario di quella specie d'uomo che finora é stata onorata come virtuosa.[...] L'ultima cosa che io mi sognerei di promettere sarebbe di migliorare l'umanità. Io non innalzo nuovi idoli; .[...]. Rovesciare gli idoli- così io chiamo gli ideali- ecco il mio compito.[...] Chi sa respirare l'aria che circola nei miei scritti, sa che é l'aria delle grandi altezze, che é un'aria fine. [...] La filosofia nel senso in cui finora l'ho interpretata e vissuta io, é libera vita tra i ghiacci, in alta montagna, é la ricerca di tutto ciò che vi é di strano e di enigmatico nell'esistenza, di tutto ciò che finora era inibito dalla morale”. Con queste parole, scritte in età matura, in un’opera dal titolo a doppio senso, “Ecce homo”, Nietzsche prova a definire sia se stesso sia il suo lavoro di intellettuale. A prendere alla lettera queste dichiarazioni così nette sembrerebbe di trovarsi di fronte ad un autore che abbia inteso condurre un preciso discorso di rottura. Ebbene quanto all’aspetto della rottura con l’intera tradizione filosofica e culturale, comprese le posizioni di Schopenhauer e Wagner che per un certo periodo egli aveva osannate, Nietzsche fu efficace, quanto invece alla chiarezza e precisione di questa rottura vi sono difficoltà veramente rilevanti. Lo stesso Nietzsche si fa vanto non solo di avere più volte mutato parere, ma di considerare la coerenza come un freno alla libera espressione di se stesso. A complicare forse irrimediabilmente il nostro lavoro scolastico ovvero di chi deve, sia pure in estrema sintesi, studiare e non solo leggere il pensiero di Nietzsche, intervenne la manipolazione del suo pensiero. Ecco perché segue un paragrafo iniziale che tenta di illustrarvi il percorso che vi propongo ed il suo perché.
§ 1. Quale Nietzsche? Come studiarlo?
La peculiarità dei testi di Nietzsche, in particolare quelli postumi, ha reso necessario, per la stessa definizione del testo che molto spesso è costituito da commenti e rielaborazioni di letture non esplicitate, il lavoro sulle molteplici fonti che ne costituiscono la trama. Questo lavoro storico-critico ha caratterizzato la ricerca italiana a partire da Colli e Montinari al lavoro dei quali si deve, e non solo certo per l’Italia ma per il mondo intero, la possibilità di leggere Nietzsche con fedeltà testuale. Vi dico questo non per trascinarvi in sottigliezze filologiche ma perché il Nietzsche che si conosceva fino alla seconda metà del Novecento era fortemente deformato da una serie notevole di manipolazioni, specie da parte della sorella Elisabeth Nietzsche in Förster che nel 1894, cioè prima che morisse il fratello, aveva già iniziato a raccoglierne le opere in un Nietzsche-Archiv. Il pensatore tedesco, infatti, non poté intervenire in quanto per nove anni venne afflitto, fino alla morte avvenuta nell’anno 1900, da una grave forma di malattia mentale degenerativa. La sorella, paladina delle teorie razziste e promotrice insieme al marito di una colonia di pura razza ariana in Paraguay, non fece altro che piegare i testi disponibili alla sua concezione diciamo ‘antropologica’, attirando simpatie dal bacino ideologico razzista. Inoltre la concezione nietzschiana di Übermensch, tradotta inizialmente in italiano con “superuomo”, ha evocato l’idea di un uomo superiore alla massa bruta e destinata alla sottomissione al più forte quando invece, proprio grazie al citato lavoro di Colli e Montinari, sarebbe stato dimostrato che Nietzsche vagheggiava un’umanità, si superiore, ma nel senso dello stile di vita e ella purezza dell’agire. Proprio a tal proposito ormai da più di vent’anni si preferisce la traduzione di Übermensch con “oltreuomo” che in italiano suggerisce il movimento di “andare oltre” e non di “essere superiore”. Basterebbe pensare all’accezione di questo concetto in termine di ‘superuomo’ da parte di D’Annunzio e Marinetti per comprendere, senza addentrarsi nelle altre culture europee, quanto sia facile spostare il pensiero di Nietzsche verso prospettive di discriminazione, e professione di inferiorità delle masse, etc. Poi anche la questione della coerenza delle sue opere: alcune sembrano smentirsi, alcune riprendersi, altre ignorarsi. E’ un fatto che le interpretazioni di Nietzsche sono state moltissime; importanti pensatori come Löwith, Heidegger, Lacan, Ricoueur, solo per citarne alcuni, hanno proposto letture diverse e suggestive, talvolta inconciliabili fra loro. Allora io vi propongo di studiare Nietzsche usando la buona vecchia cronologia; divideremo cioè l’esposizione in periodi, a soli fini didattici e senza alcuna ambizione di cogliere uno sviluppo architettato del suo pensiero ma solo per renderne conto.
§ 2. La prima fase, “La nascita della tragedia” ed il significato della storia
Nel 1871 Nietzsche pubblica la sua memorabile opera “La nascita della tragedia”. Nessun altro libro di Nietzsche ha alle spalle una preparazione così lunga e faticosa; per dieci anni il giovane studioso vive tra i suoi libri, si confronta con i grandi della filologia, si sforza di reprimere la fantasia a vantaggio del metodo, si impegna a contestualizzare e controllare le ipotesi. In quest’opera il pensatore tedesco introduce per la prima volta la distinzione tra apollineo e dionisiaco. La prima, l’apollineo, proprio prendendo il nome dalla divinità solare per eccellenza, simboleggia un mondo razionale, armonico e si esprime in immagini di serena compostezza; la sua manifestazione più compiuta risiede pienamente nelle arti figurative. L'altra, il dionisiaco, propria dell'ebbrezza, attiene alle pulsioni sotterranee dell'individuo e si esprime meglio nella musica. Il classicismo tradizionale aveva privilegiato solo la componente apollinea dello spirito greco ma accanto all'estatico sorriso del Dio Apollo Nietzsche scorge, nascosto, il volto mutevole di Diòniso, dio delle orge e dell’esaltazione. Ebbene, secondo Nietzsche la tragedia greca, in particolare quella attica, si struttura sempre nell’incontro - scontro fra le due categorie, apollineo e dionisiaco. Queste due categorie costituiscono dei veri e propri valori che si esprimono avvolgendo i soggetti del dramma in una serie di forze che tirano in senso l’un’’opposta all’altra in modo così violento che solo la frantumazione e l’annullamento di una delle due segna la fine della rappresentazione e questa “fine” coincide con la sconfitta del dionisiaco e nel trionfo dell’apollineo. Eppure il valore artistico della tragedia greca deriva proprio da questo accoppiamento generale, questo infinito fronteggiamento, esasperante e lacerante.
L'intuizione nietzschiana ha il merito non solo di aver gettato le basi per i successivi approfondimenti del problema, ma soprattutto quello di aver colto il carattere di coincidentia oppositorum, di sintesi dialettica dei contrari, di convivenza irrisolvibile tra due forze opposte nell’esistenza umana; chi ne conosce gli spessori assume la coscienza tragica dell’esistenza. Con tale sintesi Nietzsche propone una nuova visione della classicità, non quella della cultura europea che credendo di riflettere la civiltà greca classica, invece non fa altro che esaltarla proprio laddove la sua forza creativa si è estinta; egli piuttosto esprime una visione di quello che a lui sembra essere l'originario spirito greco, ovvero la consapevolezza dell’irriducibilità delle forze in gioco e della straordinaria capacità di esprimerle che è tipica dell’opera d’arte. Ecco che da un lato si staglia il dionisiaco, ovvero l’elemento oscuro, irrazionale, indefinito e ambiguo, che avverte la caoticità dell'essere, la vitalità, la spontaneità, l'ebbrezza e che si esprime con la musica e la danza; dall’altro ed opposto lato, si manifesta invece un elemento razionale, luminoso, ben definito, che produce un mondo di forme limpide e che si esprime con la scultura e le arti figurative. Nella grande tragedia greca, specialmente quella di Eschilo e di Sofocle si compongono i due impulsi: la musica vi rappresenta il dionisiaco, la vicenda dell'eroe la definitezza apollinea. Tale complessità spiega, a parere di Nietzsche, il motivo in base al quale la rappresentazione teatrale del dramma costituiva un momento sentito e profondo della società greca.
Non si trattava, infatti, di passare del tempo distraendosi dalle fatiche del quotidiano ma al contrario ci si raccoglieva in se stessi e sia attraverso la visione (thèatron è un vocabolo che ha lo stesso etimo del verbo theàomai, cioè guardare) sia attraverso l’ascolto (la parte frontale dell’area della rappresentazione si chiamava orchèstra…) si attingeva alla radice della propria condizione umana. L'uomo di oggi va a teatro per rilassarsi, staccandosi dal mondo del lavoro, anche in modo colto senza dubbio, tuttavia in modo tale da non percorrere un tragitto che lo porta a ripensarsi come uomo. Se ciò accade, non accade strutturalmente ed intenzionalmente ma solo perché magari il livello della rappresentazione è così alto da imporsi anche come atto introspettivo ma in ogni caso l’approccio non è di tipo religioso. Lo spettatore della tragedia greca invece "conosceva" perché “riconosceva” nel dramma il profilo della propria condizione umana; egli veniva trascinato e coinvolto in un vero e proprio atto di conoscenza.
Per quanto, si chiede Nietzsche, si protrasse questo habitus della grecità? Già Euripide, ovvero un autore successivo ad Eschilo e Sofocle, tende ad eliminare dalla tragedia l'elemento dionisiaco, col predominio del raziocinio; poi Socrate e Platone, con la loro maledetta filosofia finiscono il lavoro di distruzione della civiltà originaria e diventano, come dice Nietzsche, "gli strumenti di dissoluzione greca, gli pseudo greci, gli antigreci". In realtà Socrate e Platone, secondo Nietzsche, furono ostili alla vita, volendo dominare e soffocare l'istintività spontanea in nome della ragione e, gettando discredito sugli istinti naturali; essi aggrediscono l’istintualità fino a spacciarla per debolezza, fino a teorizzare con Socrate il principio in base al quale è meglio subire un’ingiustizia che metterla in atto. Paradosso estremo, questo, secondo Nietzsche, perché se esiste una forza cha sorretto l’umanità questa non è certo la ragione ma la passione per la vita, la volontà di vivere e realizzare i propri impulsi. Del resto per Nietzsche tutta la cultura umana é frutto del gioco dialettico di questi due impulsi e soffocare questa perpetua coesistenza comporta la perdita del senso della vita, la sua mortificazione e tradimento. Sul piano, poi, della specifica teoria dell'arte, la dualità permette di leggere, se così possiamo dire, le varie fasi dell'arte greca in relazione alla lotta tra dionisiaco e apollineo, lotta che si dispiega anche come conflitto tra popoli diversi, nel succedersi di invasioni e assestamenti che caratterizza la storia della Grecia arcaica. Si tratta, allora, di andare oltre i limiti della cultura teoretica, incapace di scrutare, vincolata com’è alla razionalità, l'intima essenza delle cose e di superare lo spirito critico-storico della filosofia dei suoi tempi. In questo periodo Nietzsche risulta particolarmente influenzato sia dalla filosofia di Schopenhauer, con la distinzione tra mondo della rappresentazione e mondo della volontà, sia dal dramma musicale wagneriano, con la sua fusione di musica, mito, azione, testo poetico e coreografia scenica. Quanto al “Mondo come volontà e rappresentazione” di Schopenhauer, Nietzsche se ne dimostra entusiasta sin dalla prima lettura, nel biennio 1866-67, ricordando la quale qualche anno dopo scrive: “In esso ogni riga gridava ….in esso come fosse un Sole, il grande occhio dell'arte mi fissava, staccandomi dal mondo; io vi vedevo malattia e salvezza, esilio e rifugio ed inferno quanto paradiso “. In questo stesso periodo, solo tre anni dopo “La nascita della tragedia” Nietzsche pubblica quattro “Considerazioni inattuali “ nelle quali troviamo un tentativo di andare oltre lo schema dionisiaco - apollineo e toccare il senso della conoscenza del passato in generale. Appare interessante particolarmente la seconda, “Sull'utilità e il danno della storia per la vita”, del 1874, nella quale si denunciano i danni provocati dalla mentalità storicistica, quali la passività dell'uomo nei confronti della tradizione e del passato e l'identificazione del divenire della storia con un progresso univoco. Quali sono i modelli di approccio alla storia che ci possono interessare? Nietzsche ne individua tre. La storia monumentale, la storia delle persone attive, che cercano nel passato, inteso come ripetibile, dei modelli da imitare; la storia antiquaria, di chi cerca nel passato le proprie radici; infine la storia critica, che invece è la storia dei riformatori che fanno il processo al passato per cambiare il presente. Ciascuno di questi tipi di storia ha però la sua “dose”, se così possiamo dire di ingiustizia: la storia monumentale tratta uomini ed eventi come se fossero sempre e necessariamente analoghi, e dunque si potessero prendere ad esempio senza difficoltà; quella antiquaria corre il rischio della pietrificazione, quella critica tratta il mondo come se fosse stato creato per una sbadataggine di Dio. Infatti, la ragione e l'autoconsapevolezza sono esclusivamente storiche, mentre la vita è astorica, o meglio - nell'uomo - aspira ad esserlo; perciò, una storia vitale deve avere degli elementi di irrazionalità e dei pregiudizi. La tesi di Nietzsche riposa su un’opposizione radicale fra la teoria e la vita. Per Nietzsche potremmo chiederci semmai se non sia possibile accedere a quello che ci interessa della storia rendendo esplicite le nostre esigenze di vita, trasformando, cioè. In utile ciò che sarebbe dannoso. Che cosa possiamo allora voler sapere da questa storia che andiamo raccontando? Nietzsche oppone alla conoscenza erudita della storia, dannosa, un approccio che la faccia agire a vantaggio, a favore della felicità e della vita. Si tratta della capacità di dimenticare o di sentire la somma degli eventi storici "in modo non storico"; come dire che per essere veramente storici, cioè creatori di storia nuova e non ripetitiva del passato, bisogna guadagnare un atteggiamento antistorico e sovra storico.
Sembra un discorso contraddittorio, certo, ma va inteso in modo attento al valore dell’atteggiamento; un esempio: se un figlio vuole farsi una vita diversa da quella, infelice, che gli ha testimoniato il padre, deve cercare di tenere ossessivamente presente quella vita e fare sistematicamente il contrario, oppure semplicemente ignorarla e seguire se stesso? Un figlio che per essere diverso contraddica l’esempio del padre sarà al massimo solo diverso ma non sarà se stesso; sarà solo un infelice, se non come, certamente quanto il padre.
§ 3. La seconda fase, la lotta alla morale ed il trionfo degli spiriti liberi
Con “Umano, troppo umano. Un libro per spiriti liberi”, del 1878, Nietzsche prende le distanze sia da Schopenhauer, sia da Wagner, giudicati autori che ondeggiano troppo e non vanno a fondo dei problemi, limitandosi a coglierne i tratti e non a scoprirne il vero volto; la musica, tanto amata da Schopenhauer e realizzata da Wagner, non lo soddisfa più, anzi, il Parsifal di Wagner viene ora definito “il culmine della decadenza europea”. Così Schopenhauer viene messo da parte ed a Wagner sono preferiti Rossini e Bizet, mediterranei, aperti e solari, capaci di rapire in un’armonia nuova l’inquieto animo di Nietzsche; l’entusiasmo per Schopenhauer sembra dimenticato e l’amicizia con Wagner si tramuta in ostilità tanto profonda che molti anni dopo, nel 1888, Nietzsche pubblicherà addirittura un libro dal titolo ”Nietzsche contra Wagner”.
Nasce nel 1881 così il libro “Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali “, che è dedicato a scavare nei presupposti della morale, che sono ricondotti principalmente alla pressione della paura e del conformismo sociale definito da Nietzsche "spirito del gregge". Nonostante ciò, in tutte le forme della morale, anche quelle del sacrificio e dell'ascetismo proprie del cristianesimo, si cerca di soddisfare comunque il senso della potenza, che è il connotato di ogni azione storica. In questo periodo, Nietzsche abbandona quella che definisce "metafisica da artista", per privilegiare la scienza. Ecco perché si parla anche di fase ‘illuministica’ del pensatore tedesco. Egli ora considera l'arte come il residuo di una cultura mitica e contrariamente a quel che pensava Wagner, né l'artista né il genio possono fare da salvatori e purificatori della cultura non sarà più. E’ un Nietzsche illuminista nel senso che si troverà impegnato in un'opera di critica della cultura tramite la scienza, che egli ritiene sia un metodo di pensiero, più che un insieme di tutte le conoscenze particolari. Nietzsche vagheggia un metodo critico di tipo storico e genealogico, perché non esistono realtà immutabili e statiche, ma ogni cosa è l'esito di un processo che va ricostruito. I concetti base di questo periodo sono lo spirito libero e la filosofia del mattino. Lo spirito libero si identifica con il viandante, cioè con colui che grazie alla scienza riesce ad emanciparsi dalle tenebre del passato, inaugurando una filosofia del mattino che si basa sulla concezione della vita come transitorietà e come libero esperimento senza certezze precostituite. Scrive Nietzsche:“Se guardi a lungo in un abisso,anche l’abisso guarda dentro di te”.
§ 4. La “Gaia scienza “ e la morte di Dio
Dopo una lunga riflessione mentre soggiornava nelle Alpi, Nietzsche si dice colpito da una folgorazione ed inaugura una fase di critica radicale del sapere scientifico, al quale è rimproverato il suo voler spiegare tutto col nesso di causa ed effetto. Egli matura inoltre la decisione di lasciare gli studi filologici "dotti e insipidi" e progetta di costruire una nuova teoria che dimostri come ogni produzione spirituale abbia una base materiale. Per il Nietzsche di questo periodo tutte le verità sono storicamente situabili e l'evidenza di una proposizione non è segno della sua verità ma del fatto che essa corrisponde meglio di altre ai condizionamenti psicologici e sociali.
Si tratta di un atteggiamento che corrisponde in parte a quel che si era proposto Marx di dimostrare con la distinzione fra struttura e sovrastruttura , autore al quale Freud non a caso sarà accostato insieme a Freud dal filosofo francese Paul Ricoeur. Per Ricouer, infatti, il pensiero moderno è stato caratterizzato soprattutto dai tre maestri del sospetto che sono Marx, Nietzsche, Freud ; essi sono così definiti per aver svelato la menzogna dell’apparenza e la dipendenza di molte convenzioni e convinzioni sociali, sopportate questo gioco di parole, rispettivamente da interessi economici, da paure ancestrali e da inconsci condizionamenti. In effetti secondo Nietzsche è stato erroneamente attribuito alla scienza il potere di cogliere la sapienza che regge l'universo ed il diritto di essere lo strumento fondamentale per realizzare la felicità. Ma la rappresentazione del mondo fornita dalle scienze, osserva Nietzsche, non coglie affatto le cose come sono in se stesse, in quanto non può andare oltre l'apparenza. La scienza, infatti, è ben lontana dall'essere disinteressata e pacifica e nasce dal bisogno vitale di avere certezze e rassicurazioni. E poi, scienza o non-scienza, filosofia o non-filosofia, perché l’uomo dovrebbe rovinarsi la vita per cercare la verità? La volontà di verità ha la sua radice proprio nel bisogno di stabilità, nella paura di instabilità. Così, nel 1882, dopo il soggiorno in alta Engadina Nietzsche pubblica il testo “La gaia scienza” nel quale afferma che non esiste nessuna verità se non all’interno di una interpretazione ed in riferimento ad una particolare prospettiva. In altre parole, non vi sono verità evidenti se non all’interno di categorie storicamente instaurate dagli uomini. Ridicolo elevarla a valore universale come fa la scienza e per tale sua presunzione invece di aiutare lo sprigionamento di spirito vitale, essa rischia di mortificarlo. E' tuttavia possibile quella che Nietzsche definisce gaia scienza , che in un periodo di nazionalismi si rivolge agli apolidi, a chi vive a disagio il proprio tempo, agli amanti dell'avventura , a quanti non hanno intenzione né di cedere alla nostalgia di alcun passato né lavorare per alcun progresso. Per raggiungere questo stato di gaiezza bisogna abbandonare la morale corrente, porsi liberi al di là del bene e del male e quindi staccarsi dalle convenzioni del mondo; ma per far questo occorre acquisire una condizione di leggerezza.
Nietzsche paragona questo stato a quello della danza sul quale aveva già condotto importanti osservazioni. La prima domanda necessaria a costruire una gaia scienza é: i cosiddetti valori morali sono segno di un arricchimento o di un impoverimento della vita umana ? La seconda è: Dio che funzione ha? Alla prima risponde sostenendo che i valori morali sono trappole che impoveriscono lo spirito originario, creativo, dell’uomo proprio perché pre-determinano, imprigionano, il nostro comportamento. Alla seconda domanda risponde con la morte di Dio. Con la sua prosa tipica Nietzsche si esprime così: “Avete sentito di quel folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare: "Cerco Dio! Cerco Dio!"? - E poiché proprio là si trovano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. "Si è forse perduto?" disse uno. "Si è smarrito come un bambino"? fece un altro. "Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E' emigrato?" gridavano e ridevano... L'uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: "Dove se n'è andato Dio?"- gridò- "ve lo voglio dire! L'abbiamo ucciso voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! [...] Dio è morto! .E noi lo abbiamo ucciso.” Nietzsche intende dire che la civiltà ha ucciso Dio a poco a poco, ma così ha perso ogni punto di riferimento. Dicendo che Dio è morto Nietzsche dichiara morti gli ideali del mondo occidentale. Dio è stato ucciso perché in Lui era sintetizzato tutto ciò che era contro la vita ma ora che è morto l’uomo non sa più cosa fare.
§ 5. Non "tu devi"ma "io voglio"; ovvero la fase conclusiva del pensiero di Nietzsche
In “Al di là del bene e del male”, del 1886, e nel successivo “Genealogia della morale” del 1887, Nietzsche risale all’origine dei comportamenti morali. La morale per Nietzsche è uno strumento di dominio ma non, come aveva sostenuto Marx, dei forti contro i deboli per giustificare l’oppressione, ma dei deboli contro i forti. Infatti in nome di tali valori, alcuni uomini, i buoni- moralmente in ordine, ne soggiogano altri, i forti – moralmente egoisti. La qualcosa corrisponde secondo Nietzsche a due tipi di morale: da un lato la morale dei sani, dei forti, che privilegia l’individualismo, la fierezza, l’amore per la vita dall’altro la morale degli schiavi, dei deboli, sociale, che predica la tolleranza e l’accettazione supina dell’utilità collettiva. La morale degli schiavi è nata col cristianesimo ed è sorta per il risentimento verso la classe dei forti: infatti i mediocri non sanno elaborare nulla di proprio e di autonomo, la vera azione è loro negata, ed allora trovano il compenso , se così possiamo dire, in una vendetta immaginaria. Il disinteresse, l’abnegazione, il sacrificio di sé sono il frutto estremo del risentimento dell’uomo debole verso la vita. I deboli, che non sanno vivere, hanno trasformato la negazione della vita in un valore; è questa la vendetta dei deboli contro i forti. La morale tende così ad indebolire l’uomo, a ridurlo al di sotto di se stesso, potremmo dirlo , giocando di parole , ad Untermensch.
Ecco l’inganno menzognero connesso al concetto della cosiddetta ‘civiltà’: l’essere umano desiderava soddisfare le proprie pulsioni, realizzarsi in questo mondo. La morale lo ha invece spinto a credere in una specie di anti-mondo, lo ha portato ad allontanarsi dalla sua natura originaria, che è terrestre. L’uomo appare così a Nietzsche come un "animale malato". Questa è la base per la grande opera nietzschiana del 1883-1885, “Così parlò Zarathustra”, il cui sottotitolo è " Un libro per tutti e per nessuno”. E’ un testo carico di enigmi, diverso da ogni altro tipo di saggio, anzi, anche la categoria della ‘saggistica’ non risulta adeguata a rispecchiare il tipo di libro in questione, che sembra proporre a seconda dei punti di vista un diverso significato. Ma chi é Zarathustra? Egli é il "senzadio”, il sostenitore della teoria dell’oltreuomo e dell'eterno ritorno. E’ un profeta che dopo essersi allontanato dalla sua città all’età di trent’anni e dopo averne passati dieci isolandosi sui monti, a 40 anni sente il bisogno di tornare tra gli uomini per metterli a conoscenza dell’oltreuomo. Zarathustra fa il suo arrivo in città e al vedere una folla pronuncia la teoria dell’oltreuomo : “Giunto nella città vicina, Zarathustra vi trovò radunata sul mercato una gran massa di popolo: era stata promessa infatti l'esibizione di un funambolo. E Zarathustra parlò così alla folla: Io vi insegno l’oltreuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé: e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l'uomo? Che cos'è per l'uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l'uomo per l’oltreuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna….In passato foste scimmie, e ancor oggi l'uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia. E il più saggio tra voi non è altro che un'ibrida disarmonia di pianta e spettro. .Ecco, io vi insegno l’oltreuomo! …Sia l’oltreuomo il senso della terra! Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze!”. Tuttavia la folla non apprezza le parole di Zarathustra e preferisce assistere allo spettacolo del funambolo, uno spettacolo che non stravolge le loro concezioni, come invece fa Zarathustra. Ecco che il funambolo cammina sul filo teso tra due torri, un cavo teso proprio come per Nietzsche é la condizione ; improvvisamente però egli precipita e si schianta al suolo . Ecco la metafora del destino di chi si ostina a seguire la tradizione del bene e del male. Il funambolo, dopo la caduta, é ancora vivo, ma gli resta poco prima di morire; Zarathustra gli si avvicina e ne coglie le ultime riflessioni prima della morte che consistono nell’immaginare , secondo la tradizione religiosa , che cosa gli toccherà dopo la vita : “sapevo da un pezzo che il diavolo mi avrebbe fatto lo sgambetto “, egli dice a Zarathustra . Il profeta però gli spiega che non c' é nessun aldilà, dicendo: “Sul mio onore amico , rispose Zarathustra , le cose di cui parli non esistono;non c' é il diavolo e nemmeno l' inferno . La tua anima sarà morta ancor prima del corpo,ormai non hai più nulla da temere! “
Il messaggio è, in sintesi, questo: l’uomo vivrà felice e libero quando si sarà liberato da tutti i legami divenendo Oltreuomo , ovvero un essere libero, che agirà per realizzare se stesso. E’ un essere che ama la vita, che non si vergogna dei propri sensi; è un fedele alla terra, alla propria natura corporea, fisica, istintuale, gioiosa. La "fedeltà alla terra" è fedeltà alla vita e al vivere con pienezza, è esaltazione della salute del corpo, è affermazione di una “volontà”che istituisce valori nuovi. Ecco la trasmutazione della Wille schopenhaueriana in Wille zur Macht, volontà di potenza nietzschiana. Non, allora, più il socratico-cristiano-kantiano "tu devi", ma "io voglio". L’Oltreuomo è il filosofo dell’avvenire; è un uomo che è finalmente capace amare la ricchezza e la transitorietà del mondo. Con la sua "diversità di sguardo", come dice Nietzsche, L’Oltreuomo cerca di rendere più degno il pensiero della vita, di dare al mondo un altro valore. Ma Zarathustra proclama non solo l’Oltreuomo, bensì anche l’eterno ritorno. L'idea di "eterno ritorno" è una delle più enigmatiche concezioni di Nietzsche. Per cercare di comprenderne l'importanza si può partire dal fatto che l'eterno ritorno, fin dalla sua prima comparsa ne “La gaia scienza” assume una funzione di spartiacque fra uomo e oltreuomo. La dottrina dell'eterno ritorno è presentata più compiutamente in "Così parlò Zarathustra".
In questo testo si propone una visione ciclica del tempo: “Tutte le cose diritte mentono […] Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”. Nietzsche ha una concezione del tempo ciclica, tipica del mondo classico e la pone in antagonismo con la visione lineare e finalistica che caratterizza il cristianesimo, diciamo escatologica. La parabola più significativa è quella nella quale Zarathustra parla di un giovane pastore nella cui bocca si è insinuato un serpente. L'uomo si dibatte sopraffatto dal disgusto fino a quando trova la forza di mordere e riesce a staccare la testa del serpente. Allora balza in piedi ridendo: Mai prima al mondo aveva riso un uomo come lui rise! Ebbene, si può comunque ritenere che il serpente simboleggi la circolarità del tempo e l'averne morso la testa simboleggi la capacità dell'oltreuomo di accettare e dominare tale circolarità. “Questa dottrina” - scrive Nietzsche – “è una condanna solo per gli uomini mediocri, poiché per essi torneranno sempre frustrazioni e sconfitte. Ma per l’oltreuomo, invece, l’eterno ritorno indica che in ogni momento si può cominciare una nuova vita...” Per questo L’eterno ritorno è anche l’autoaccettazione del mondo, la volontà cosmica di riaffermarsi e di essere se stesso perché dall’eternità il mondo accetta se stesso e quindi si ripete. L’eterno ritorno è così una condizione tanto terribile quanto esaltante che non va sopportata, va amata. Ma non si tratta dell’amore cristiano; è un amore-passione, non un amore-carità; il cristianesimo non ha spazio nelle idee del pensatore tedesco se non in negativo al punto che fa dire a Zarathustra che gli dèi dell’Olimpo greco alla notizia che gli uomini credevano in un solo Dio si misero a ridere, e risero tanto che morirono di risate. Per Nietzsche il dio che soffre in croce non è un riscatto ma una condanna; egli non crede in quel Dio, anzi, in un celebre passo del libro, commenta : “Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare”.
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VI. FREUD E LA NASCITA DELLA PSICOANALISI
La psicoanalisi in senso stretto è una pratica terapeutica e come tale la si dovrebbe considerare; tuttavia non si tratta di un’operazione tanto semplice, sia perché la psicoanalisi ha esteso la propria area di indagine a svariati campi della cultura sia soprattutto per le ramificazioni e differenziazioni che essa ha conosciuto nel tempo. A tal proposito basterebbe pensare alle diatribe connesse alle varie scuole psicoanalitiche, al loro metodo, alla loro controversa accettazione come disciplina neurologica. Allora dobbiamo fare due considerazioni. La prima è che noi non stiamo studiando medicina ma storia della filosofia, e dunque sulla psicoanalisi dobbiamo gettare solo uno sguardo, certamente serio ma generale. La seconda è un’avvertenza essenziale poiché è opinione tanto diffusa quanto deleteria quella di potere avvicinarsi alla psicoanalisi e prendere ciò che ci pare. Le cose non stanno così. La psicoanalisi è una terapia che ha, sì, importanti presupposti e conseguenze teoriche, ma è sempre, ricordatelo, una terapia. Non è che uno può prenderne una parte perché gli torna utile, o presume che lo possa essere, e lascia il resto. Se un medico ci fornisce una diagnosi e di conseguenza una terapia, corredandola di azioni farmacologiche, noi cosa facciamo, crediamo solo a parte della diagnosi? Prendiamo solo alcuni farmaci? Usiamo solo alcune delle precauzioni? Ovvio che no. Allora perché ci si ostina a prendere la psicoanalisi a pezzi ed usarla a piacimento? Il motivo è tanto comprensibile quanto deprecabile: siccome la psicoanalisi cerca di fornire spiegazioni ignote al soggetto, viene comodo usarne pezzi ricorrendo a diagnosi fai-da-te e ad espressioni abusate. Fra queste la principale è “inconscio” ma anche ”transfert”, “complesso”, “rimozione” “lapsus freudiano”, “atto mancato”, “complesso edipico”, e così via…Senza contare il ricorso superficiale e talvolta becero ad espressioni come “farsi psicanalizzare” o “è un caso psicoanalitico”. Purtroppo è diventato normale prendere concetti della psicoanalisi ed utilizzarne il potere evocativo nel vissuto linguistico. E’ un approccio scorretto; la psicoanalisi non è una filosofia e neppure una sociologia o antropologia. Essa contiene vaste applicazioni in quelle direzioni, certamente affascinanti, tanto che la inseriamo in sintesi anche nei programmi di filosofia; lo stesso vale anche per la fisica, per l’astrofisica e la biologia, ma non perciò tali discipline vengono saccheggiate come la psicoanalisi. Essa è volta a dare sollievo; non è immune dal giuramento di Ippocrate, si rivolge a gente che soffre, sia che si tratti di nevrosi sia di psicosi. La distinzione è semplice: le “nevrosi” sono forme di "malattia" senza alterazioni anatomiche, nelle quali il soggetto mantiene il contatto con la realtà; invece le “psicosi” sono malattie più gravi, con alterazione profonda della personalità e chi ne è vittima non ha più coscienza del male per cui ha perso il contatto con la realtà. Tenendo fermo tutto ciò, è anche vero che per primo lo stesso Freud ampliò in modo profondo la sua area di indagine nella direzione della civiltà, dell’arte, della letteratura pervenendo addirittura ad affermare che “ Probabilmente il futuro stabilirà che l’importanza della psicoanalisi come scienza dell’inconscio oltrepassa di gran lunga la sua importanza terapeutica”. Ma se di Freud e delle sue idee smarriamo però il presupposto, lo loro anima e la loro intrinseca finalità, smarriamo tutto. E per non smarrire tutto, come al solito, vi costringo a concentrarvi sull’origine.
§ 1. Le origini della psicoanalisi
Sigmund Freud pervenne all’elaborazione della psicoanalisi dopo un tragitto di ricerca ricco e difficile, nel corso del quale tentò numerose vie, da quelle teoriche, quali una sorta di progetto di ricerca sul tipo di neuroni, a quelle operative come l’ipnosi. Non deve stupire questa vasta gamma di orizzonti perché nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, grazie soprattutto all’interesse suscitato dal lavoro di importanti studiosi, quali Charcot e Bernheim, anche i caratteri principali della psichiatria tradizionale vennero messi in discussione nel tentativo di raggiungere le parti nascoste della personalità. Gli studiosi più validi di questo periodo erano convinti che si potesse aprire una speranza per la terapia dei disturbi della mente attingendo a ciò che non appare.
E’ in questo periodo che nascono le tecniche di indagine le più disparate; si va ad esempio dalla citata tecnica dell'ipnotismo al ricorso a presunte capacità medianiche, dall’elettroterapia alla scrittura automatica, dall’analisi del sonnambulismo a quello della catalessi, dallo studio delle personalità alternanti e multiple per giungere, verso la fine del secolo, a concentrarsi sul'isteria. Ebbene, è proprio dall’isteria che la ricerca di Sigmund Freud conosce una svolta importante. Il vocabolo deriva dal greco hýsteron, che significa ultimo, finale; è lo stesso etimo di utero, ai supposti movimenti del quale Ippocrate attribuivate la causa di molte malattie che colpiscono le donne. Ora è vero che il discorso su tale manifestazione patologica esisteva a partire dal citato Ippocrate, e che dunque vi erano duemila anni di discorso sull'isteria, tuttavia fino a Freud non erano stati fatti molti progressi. Un importante passo, negli anni settanta dell’Ottocento, sembrava stesse per compierlo Charcot, uno dei maestri di Freud. Per compiere indagini sui suoi pazienti, il neuropatologo francese Charcot usava la tecnica dell’ipnosi, ritenendo che le manifestazioni di un soggetto in stato di ipnosi siano molto simili a quelle tipiche dello stato di isteria; ipnotizzava perciò le pazienti in modo da indurre in loro sintomi tipici di tale patologia. Però non fu Charcot bensì Freud il primo che, usando la tecnica dell'ipnosi, riuscì a compiere un primo passo veramente utile in quanto fu in grado di escludere che l'isteria dovesse essere intesa come il malfunzionamento di un organo; egli considerò cioè lo stato ipnotico come una condizione psicologica e non neurologica, fatto che Charcot ammetteva solo in parte. Una figura più importante di Charcot, almeno per la nascita della psicoanalisi, è certamente quella di Joseph Breuer, cui Freud, con la sua solita limpida onestà intellettuale, attribuisce il merito di avere fondato la psicoanalisi ; disse infatti Freud, in una conferenza del 1909 : “ Se è un merito aver dato vita alla psicoanalisi, il merito non è mio. Non ho preso parte al suo primo avvio. Ero studente, impegnato nel dare gli ultimi esami, quando un altro medico viennese, il dottor Josef Breuer, applicò per le prime volte ,dal 1880 al 1882, questo procedimento per curare una ragazza malata d'isteria. In effetti, Breuer si era accorto che dava qualche risultato, almeno in una certa misura il metodo catartico, consistente nell’indurre il paziente a sfogare d’impeto, liberandole, le sue sofferenze mentali represse. Fu così che nel 1893 i due, cioè Freud e Breuer, coniarono il termine “abreazione, dal neologismo tedesco abreagieren, con l’intenzione di esprimere un passaggio che ritenevano allora terapeutico e che consisteva, per l’appunto, nella liberazione delle repressioni dolorose della psiche. Le cose però non furono così lineari perché apparve chiaro che senza una presa di coscienza da parte del paziente dell’oggetto della liberazione, essa non comportava un profilo terapeutico.
Comunque, sempre nel 1893, Freud aveva già pubblicato uno studio dal titolo “Il meccanismo psichico dell’isteria” e l’anno dopo, proprio con Breuer, un libro intitolato “Studi sull'isteria”; in questi scritti si avanzava la tesi che la donna isterica soffrisse essenzialmente di reminiscenze, ricordi che si mantengono senza che tuttavia si abbia nel soggetto la consapevolezza, la cosiddetta abreazione. Freud, e qui è proprio la sua intuizione, considera che il soggetto isterico vuol sempre dire qualcosa e che si tratti del sintomo corporeo o della dissociazione della coscienza, la paziente esprime qualcosa che però risulta impossibile a dirsi. Dunque si maturò in Freud una doppia ipotesi: innanzi tutto che vi è una specie di luogo dove vengono conservati i ricordi senza che noi stessi lo possiamo sapere e poi che vi è un nesso tra questa conservazione ed il genere, dunque la sessualità. Ve ne era abbastanza da inaugurare una ricerca di straordinario interesse perché si trattava di andare a definire una specie di livello di funzionamento della mente umana che alla nostra coscienza è assolutamente ignoto ma che ci appartiene in modo totale; ma vi era di più. Infatti, sembrava che l’appartenenza al genere maschile o femminile avesse una sua rilevanza clinica, connessa al trattamento terapeutico. Gli interrogativi allora erano: esiste un livello non-consapevole, un inconscio? Come è strutturato? E poi, se esiste questo livello, che relazione ha con la sessualità? Se sì, quale? Freud ritiene di avere scoperto questo livello, che chiamerà inconscio e poi cercherà di tratteggiarne la valenza sessuale.
§ 2. Il concetto di inconscio
Occorre precisare che Charcot aveva intuito l’esistenza di un tessuto inconscio quale contenuto psichico latente; tuttavia le dinamiche erano per lui prive di qualsiasi tipo di facoltà, come se fossero inermi; per questo non seppe coglierne l’attività e gli interventi sullo stato cosciente; come dire che per il medico francese c’era ma non agiva. Freud invece utilizzò l’ipotesi base, ovvero di contenuto psichico latente, in modo non solo nuovissimo ma per certi versi rivoluzionario. Ma che significa esattamente ‘inconscio’? Prima della nascita della psicoanalisi solo Leibniz aveva utilizzato ma era diventata una nozione vera e propria solo con i Romantici che l’avevano assunta come una delle significazioni dell’irrazionalismo, concepito come contraltare del soffocante intellettualismo degli illuministi. In breve assunse il valore dell’altro, dell’opposto della coscienza . In psicoanalisi invece la parola deve essere collocata in un universo più vasto e, purtroppo, problematico, generando così una serie di sfumature talvolta poi determinanti per la scelta del tragitto terapeutico. Le differenti accezioni del concetto di inconscio in psicoanalisi, infatti, non si prestano a definizioni semplici ma se si trattasse solo di psicoanalisi le cose sarebbero meno difficili di come sono; purtroppo spiegare il concetto di inconscio a ragazzi come voi, che lo sentono usare spesso, richiede una serie di chiarificazioni preliminari. Infatti, spesso nel linguaggio corrente si adottano modelli di inconscio tutt’altro che lineari; talvolta si tratta di definizioni che occorre ricavare indirettamente dal contesto linguistico, altre volte di vere e proprie forzature. Spesso nei discorsi di persone anche abbastanza colte, ricorre l’espressione “a livello inconscio” o “inconsciamente” solo perché attribuiamo ad un determinato comportamento una causa che non abbiamo presente in maniera controllata, o che non ci rendiamo conto di adoperare, fino a quando qualcosa non ce lo fa capire.
Le cose invece non sono così semplici, non basta che una motivazione o una nozione non sia controllata in modo pienamente cosciente perché si possa dire che appartenga all’inconscio; ma andiamo con ordine. Prima di Freud si sosteneva l'uguaglianza tra psiche e coscienza e dunque tutto ciò che sfuggiva alla coscienza non si considerava psichico. Invece Freud sostenne che poteva esservi una nozione che appartiene alla psiche ma che non è cosciente, della quale cioè in realtà noi non sappiamo niente. Niente, sia chiaro, e non “ poco chiaramente”o “confusamente”. Se sospettiamo che in noi agisca una nozione o pulsione che non capiamo bene ma che avvertiamo come operativa, ecco quella non è una nozione che appartiene all’inconscio e se ne ragioniamo oggettivamente, quel qualcosa non può appartenere all’inconscio; può essere stato così, ma non lo è.
Ecco di seguito alcune definizioni d’inconscio dello stesso Freud. Cominciamo con una descrittiva: “Diciamo inconscio un processo psichico di cui dobbiamo presumere l’esistenza perché la possiamo dedurre, per esempio, dai suoi effetti, ma del quale non sappiamo niente. Per essere più esatti modificheremo la proposizione dicendo inconscio un processo qualora dobbiamo presumere che un tempo sia stato attivo, nonostante che a quel tempo non ne fossimo a conoscenza.” Oppure una quantitativa: “Certo, grosse porzioni dell’attività psichica possono rimanere inconsce e, di fatto, normalmente lo sono. Questo significa che la persona ne ignora i contenuti e che occorre un certo sforzo per renderli coscienti. Fatto sta che Io e coscienza, rimosso e inconscio non coincidono.”. Oppure ancora una di tipo culturale: "I poeti e i filosofi hanno scoperto l'inconscio prima di me, quello che io ho scoperto è il metodo scientifico che consente di studiare l'inconscio."
Secondo Freud, si deve badare a ciò che le persone dicono o fanno al di là della coscienza, proprio come nel caso dei lapsus, che sono parole che si pronunciano invece di un'altra, oppure le dimenticanze, i cosiddetti atti mancati; così è anche per i comportamenti, dato che esistono azioni che compiamo senza rendercene conto, come ad esempio i tic, ripetizioni involontarie di gesti minimi. Freud comincia scavando in tutto ciò con l’obbiettivo di pervenire a quelle verità che potrebbero spiegare la nevrosi. Tale indirizzo di ricerca assume per scontato di non poter spiegare i disagi psichici attraverso pratiche farmacologiche o materiali; pertanto Freud si propone di lavorare su un piano psicologico. Bene, in tale viaggio all’interno della psiche, il concetto fondamentale che emerge nelle indagini freudiane è inizialmente quello di rimozione, come era stato intuito in senso generale a proposito dell’isteria. In base a tale concetto determinate situazioni conflittuali, proprio perché tali, sono troppo pesanti per la coscienza e di conseguenza vengono "rimosse", senza però esser fatte sparire del tutto; sono cioè nascoste e collocate in quel serbatoio della psiche che Freud chiama " l'inconscio ". Esso sta al fondo e non va confuso con il preconscio, concetto che poi il pensatore austriaco accantonò. Dove e come andare a recuperare questi elementi del vissuto che sono stati rimossi? Il dove lo possiamo a questo punto ipotizzare, ma il come restava problema. Qui Freud scelse una via di principio, quasi deduttiva: in quali circostanze il paziente può essere messo nelle condizioni di non capire una propria manifestazione psichica meglio che nel racconto di un sogno? Attenti; qui si parla della narrazione di un sogno, non di sogno in quanto tale, dunque con preciso riferimento alle parole che il paziente sceglie (o evita) per descrivere un suo sogno. Partiamo allora dai sogni, essi sono proposti come "la via regia che conduce all'inconscio", gli indizi migliori per la comprensione della vita inconscia. Con “L'interpretazione dei sogni”, del 1899, Freud sviluppò, perfezionandone la descrizione, l'argomento dell'esistenza dell'inconscio elaborando anche una tecnica per accedervi.
§ 3. L’Interpretazione dei sogni e la nozione di sessualità
Nell’anno 1900, lo stesso che segna la morte di Nietzsche, Freud pubblica “L’Interpretazione dei sogni”; sembra che il grande pensatore abbia trovato ciò che da tempo andava cercando, cioè la zona in cui il patologico perde la sua peculiarità per rivelarsi una componente costante della psiche umana. Il sogno svolge la funzione di difendere il sonno dalle pulsioni, dai desideri istintuali che urgono per la situazione di ridotta vigilanza indotta dal sonno.
Durante il sonno l'apparato psichico funziona in modo quasi indipendente dalle condizioni di realtà tipiche nella veglia, in quanto si verifica un affievolirsi delle censure messe in atto dalla coscienza. In questa situazione l'inconscio emerge con particolare intensità, producendo tensioni incompatibili con lo stato fisico del sonno; ecco che subentra allora il sogno, la cui essenza consiste nel realizzare il desiderio in modo diremo “allucinatorio”, consentendo così di scaricare le tensioni. Dunque il sogno, in parole povere è un sintomo e quindi come sintomo va considerato; esso si rivela un compromesso fra le pulsioni, che sono ovviamente indirizzate alla loro soddisfazione e le esigenze difensive dell'Io. A questo punto, chiarita la natura diciamo mediatrice del sogno non dovrebbe essere faticoso capire perché l’attività onirica non può esprimere l’inconscio nella sua pienezza. Il sogno non rivela direttamente l'inconscio ma fornisce una specie di testo nel quale il contenuto manifesto, la cosiddetta scena onirica, sottintende il pensiero onirico latente, vale a dire la somma dei desideri inaccettabili dal soggetto che cadono sotto l'azione della censura. E’ a tutti gli effetti perciò un testo da interpretare cercando ciò che cerca di esprimersi soprattutto nelle distorsioni, nelle incongruenze, nelle evidenti contraddizioni.
Nell'analisi del sogno risulta subito evidente che le categorie logiche che reggono il pensiero cosciente non valgono allo stesso modo nel quale normalmente le si applica ai sintomi di una qualunque patologia, ecco perché si è usato l’aggettivo “allucinatorio”. Tuttavia se si analizza la trama del testo onirico, la si scorge retta da un sistema di leggi, organizzata da una struttura sintattica particolare che ne rende intelligibile l'apparente casualità e bizzarria. Le regole principali che presiedono all'elaborazione onirica sono la condensazione, cioè la tendenza ad esprimere in un unico contenuto più elementi comunque connessi; lo spostamento di rappresentazioni o di cariche affettive, la drammatizzazione, la rappresentazione per opposto e soprattutto la simbolizzazione. Si distingue per questo motivo, nel sogno, un contenuto manifesto ed uno latente.
E’ ovviamente quest’ultimo quello che interessa l’analista. Siccome l'esperienza onirica è individuale e irripetibile, l’analisi del sogno permette di prolungare la memoria del paziente, di condurre alla coscienza frammenti del passato più remoto, vicende connesse alla sessualità infantile, così bene nascoste da apparire impossibili. L’interpretazione dei sogni dei pazienti condusse Freud a scorgere in essi la presenza di desideri sessuali risalenti all’infanzia fino a indurlo a quella che può definirsi “la scoperta della sessualità infantile”, uno dei risultati più innovativi della psicoanalisi. Infatti, fino allora si identificava la sessualità con l’attività genitale dell’adulto mentre Freud non restringe la sessualità a mera genitalità bensì la intende come la ricerca del piacere corporeo e dunque, da questo punto di vista, la considera presente in tutte le età della vita umana. Seguendo questa linea diremmo non-genitale, Freud si rende anche conto che non ha più senso una distinzione netta e marcata tra eterosessualità, che rappresenta la norma, ed omosessualità che rappresenta la perversione. "Coloro che si definiscono omosessuali sono gli invertiti consci e manifesti".
In realtà, impulsi omosessuali o, meglio, bisessuali, sono presenti in tutti gli esseri umani. Si deve considerare che la sessualità è finalizzata alla ricerca del piacere e non della riproduzione; se non fosse per il piacere nessun animale avrebbe una spinta alla riproduzione e probabilmente anche nessuno uomo inteso nella sua accezione antropologica più generale, nulla togliendo ovviamente al desiderio di maternità o, molto più raramente, di paternità. Ne deriva che la nozione di sessualità dal punto di vista della psicoanalisi è solo parzialmente connotata dalla genitalità. Il momento genitale, cioè, è solo un aspetto della sessualità e non va enfatizzato; è ovvio che è un momento determinante e la sua menomazione – alterazione può essere foriera anche di vere psicosi ma ricordatevi che per Freud la sessualità è una nozione alquanto ampia e si estende all’intero rapporto comunicativo, linguistico e persino metalinguistico, con il mondo. Non allarmatevi, intendo solo dire che per Freud i due generi, femminile e maschile, sono anche ottiche e sguardi sul mondo, Ausblick, diremmo in tedesco.
§ 4. La topica dell’Io e la terapia
Nell’opera “L’Io e l’Es” del 1923, Freud individua tre istanze dell’apparato psichico che non chiama più conscio, preconscio e inconscio come aveva fatto prima, ma Es e Super Io. Freud riprende il termine Es, pronome neutro nella lingua tedesca, da un libro di Georg Groddeck che, per quanto amasse autodefinirsi “analista selvaggio” ebbe invece grandi meriti nella nascita della psicoanalisi, aveva scritto un’opera intitolata appunto “Il libro dell’Es “, per indicare con questo termine il "serbatoio" dell’energia psichica, l’insieme delle espressioni dinamiche inconsce delle pulsioni, le quali sono in parte ereditarie ed innate e in parte rimosse e acquisite. Cominciamo subito con una distinzione molto importante: l’Es è retto dal principio del piacere, mentre l’Io è retto dal principio di realtà e deve mediare tra le richieste dell’Es e quelle del Super Io. Quest’ultimo non è altro che la coscienza morale, la quale si forma in seguito all’educazione e all’ambiente in cui si vive. Il Super Io fa le funzioni del giudice e del censore nei confronti dell’Io e così nell’Io, la percezione inconscia delle critiche del Super Io si esprime nel senso di colpa. Insomma, dice Freud, "spinto così dall’Es, stretto dal Super Io, respinto dalla realtà, l’Io lotta per venire a capo del suo compito economico di stabilire l’armonia tra le forze e gli impulsi che agiscono in lui e su di lui”. Interessantissimo è a tale proposito il concetto di censura, una vera e propria funzione psichica che tenta di impedire (e vi riesce innumerevoli volte) ai desideri inconsci di sfondare le difese della coscienza. La censura è sempre attiva; immaginate un antivirus del vostro computer: c’è anche quando a voi sembra che non agisca e fa da filtro. Ebbene, se vogliamo la censura è una specie di anti-virus che impedisce ai desideri inconsci di interferire nella quotidianità. Oppure possiamo prendere come esempio le difese dell’organismo quando arrivano i batteri. Insomma la censura mette in atto uno spostamento dei desideri all’indietro, non eliminandoli ma ri-spostandoli dov’erano, vale a dire nell’inconscio. Ecco perché Freud usa l’espressione rimozione.
Con in mano, se così possiamo dire, questa mappa della psiche, Freud inizia a concepire una terapia pensando di entrare in contatto con l’inconscio del paziente, L’idea guida di tale operazione era molto coraggiosa; infatti, secondo il pensatore austriaco per guarire, nel senso di azzerare o minimizzare i sintomi di una nevrosi, è necessario che il paziente venga a conoscenza di ciò che l’ha in lui generata. Una volta portato alla coscienza il motivo di quel dolore che determina la nevrosi, il paziente sostanzialmente guarisce, anche se risulta necessario ricordare che sia sul concetto di malattia sia su quello di guarigione, dallo stesso Freud in poi la psicoanalisi si è impegnata in una serie di ‘distinguo’ veramente notevole. Uno degli assunti più forti di Freud, a questo riguardo, viene spesso indicato nella frase “..dove era l'Es, deve subentrare l'Io” (Wo Es war soll Ich werden). La frase è celebre, compare nella trentunesima lezione dell’Introduzione alla psicanalisi del 1932 e costituisce quasi l’emblema della psicanalisi.
Solo che questo “Es” costituisce un tale oceano che anche la traduzione italiana risente della sua tempestosità, dato che molti tra i più raffinati studiosi di psicoanalisi preferiscono tradurre “Dove qualcosa era, occorre che io avvenga”; capite, ragazzi, che non è che poi è facile usare in italiano, suggestiva quanto sia, l’espressione “occorre che io avvenga” ; dunque teniamo ferma la prima traduzione. Quanto alla terapia, essa consiste in una serie di incontri tra medico e paziente che si chiamano ‘sedute’ e si protraggono fino alla rimozione del sintomo. Durante una seduta di psicoanalisi in genere il paziente si stende su un lettino o su un divano e lo psicoanalista resta seduto alle sue spalle. Il paziente viene invitato a parlare di tutto ciò che gli passa per la mente, comprese le idee apparentemente più insignificanti come pensieri, ricordi, fantasie etc.; il lettino dello psicanalista aiuta in quest’azione, in quanto il paziente disteso su di esso può rilassarsi e parlare abbassando le barriere che lo separano dall'inconscio.
Bisogna, secondo Freud, tenere ben presente che molti contenuti dell’esperienza del soggetto vengono rimossi; la rimozione, nella clinica psicoanalitica, lo si è già accennato, consiste nell’operazione mediante la quale il soggetto spedisce nell’inconscio determinate rappresentazioni legate ad una pulsione laddove la sola ipotesi che possa soddisfarsi comporti pericoli connessi. Dunque la rimozione va intesa nel quadro di un funzionamento dinamico della psiche che non opera come un organo del corpo che compie sempre la medesima azione. Sempre in quest'ottica, Freud scoprì, ed in buona misura adoperò, il meccanismo del transfert, ovvero l'innamoramento del paziente verso lo psicanalista: Freud si accorgeva, infatti, di come molte sue pazienti finissero per innamorarsi di lui ma ciò avveniva in quanto provavano un senso di necessità del suo aiuto e, in definitiva, della sua persona. In un primo tempo, Freud pensò che questo imprevisto potesse interferire con la cura, ma poi notò come, invece, fosse d'aiuto, poiché tende a far crollare le barriere dell'inconscio e permette di entrare nelle profondità della psiche. Un altro sistema di cui si avvale Freud per penetrare nella mente è quello della libera associazione di idee che consiste essenzialmente nel porre il paziente di fronte ad un'immagine o ad una parola e nell'invitarlo a dire tutto ciò che gli viene in mente.
Alla luce di questa pratica, Freud andò centrando sempre di più e meglio i propri obbiettivi di ricerca nella memoria e nelle emozioni del paziente concentrandosi sull’età che va dal primo anno di vita ai nove - dieci. Naturalmente non è possibile ipotizzare che l’analista sia completamente oggettivo nella sua azione di interlocuzione, neanche sulla spinta del vento positivistico che raggiunse ogni piccolo capillare della medicina di fine Ottocento. Così Freud raccomanda all’analista la cosiddetta “attenzione fluttuante”. Vi è, infatti, in agguato questo pericolo, diremmo in ogni singola seduta di psicoanalisi, che cioè Il terapeuta rischi leggere le emozioni o le sensazioni del paziente filtrandole attraverso il proprio vissuto; però, così facendo, l’analista produrrebbe una selezione delle informazioni in favore di quelle che egli ritiene, secondo la sua esperienza, più significative. In pratica si rischierebbe di legare la psiche del paziente ad una macchina guidata dal medico analista. Freud affronta tale difficoltà in un lavoro che intitola “ Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico”. La tecnica per affrontare questa difficoltà , come scrive Freud, "consiste semplicemente nel non prendere nota di nulla in particolare e nel porgere a tutto ciò che ci capita di ascoltare la medesima attenzione”, ovvero, per l’appunto, un’"attenzione fluttuante". Infatti, adoperando ancora le parole di Freud, “ I clinici dovrebbero trovare il modo di fornire interpretazioni senza contaminarle con ipotesi che hanno già in mente; è inoltre importante non prevenire le possibili esperienze dei pazienti, interrompendone il processo di presa di coscienza, o anticipando ciò che non hanno ancora provato. Qualora seguano questi principi, i terapeuti si troveranno spesso a non avere a disposizione materiale sufficiente per fare una interpretazione vera e propria”. Insomma, bisogna lasciare le esperienze che sono oggetto di descrizione da parte del paziente le più libere che sia possibile. Facendo accomodare il paziente in un comodo lettino (così il lettino dello psicanalista è diventato celebre anche nel linguaggio allegorico del Novecento…), mettendolo a proprio agio, lasciando che le associazioni di parole scorrano non inibite da un intervento dell’analista, come per esempio un’alzata di sopraciglia, un colpo di tosse, un qualunque gesto che possa essere interpretato, secondo Freud il medico si avvicina al passato, al vissuto del paziente. Lì, fra quelle esperienze, secondo il fondatore della psicoanalisi, era possibile rintracciare le origini della nevrosi o, nei casi più gravi, della psicosi. Dunque bisogna guardare allo sviluppo della psiche del bambino.
§ 5. Lo sviluppo della psiche nel bambino fino all’adolescenza
Il bambino è un essere che vive una sua vita sessuale completa. Freud lo definisce “perverso polimorfo” nel senso che il bambino ricerca forme di godimento senza tenere in alcun conto del fine riproduttivo della sessualità (ecco la perversione, che non ha dunque nessuna connotazione morale negativa), e ricerca così il piacere attraverso i vari organi corporei, (ecco il polimorfismo), nelle diverse zone erogene (parti del corpo che sono fonti di piacere). Freud distingue nello sviluppo della sessualità cinque fasi:
La fase orale
Questa fase corrisponde ai primi diciotto mesi di vita del bambino ed è la prima fase del suo sviluppo psicosessuale. La durata della fase orale, tuttavia, è variabile in funzione della società. In questo periodo della vita del bambino, infatti, la sua relazione essenziale con il mondo esterno è di tipo nutritivo, dunque fondamentale, con la madre. In questa prima costruzione della psiche a libido, che come vi ho spiegato è l'energia sessuale del soggetto, si concentra nella bocca. L'infante, che vi ricordo significa in latino “colui-che-ancora-non parla”. infatti, tende a portare tutto alla bocca, dal seno della madre (cioè fonte-rassicurazione-esistenza iniziale) agli oggetti che lo circondano. In questo momento il mondo è ciò che circonda il seno della madre che il bambino tiene a sé con la sua bocca, e perciò questa è il nesso unico-costitutivo. La bocca in questo periodo diventa il tramite che lo lega al mondo, alla realtà circostante: grazie alla bocca, il bambino distingue gli oggetti e comincia a capire cosa sono. Le fissazioni relative a questa fase sono dette fissazioni orali, e derivano dal determinarsi o in eccesso o in difetto della durata nel tempo di questo periodo.
Tutte le fissazioni orali hanno un elemento in comune: l'eccessivo attaccamento dell'individuo in questione a comportamenti che coinvolgono la bocca (fumare, succhiare o mangiare). Dal punto di vista comportamentale l'individuo può diventare incline al vittimismo e ad alcune dipendenze (fumare o alcoolismo), o può sviluppare una personalità sarcastica o intollerante. Il perché lo squilibrio possa portare a soluzione opposte non deve stupirvi. Un esempio: se guidate un’automobile alla quale improvvisamente si sgonfia uno pneumatico, essa potrà sbandare sia a destra sia a sinistra, cioè direzioni opposte, ma non per questo le cause sono opposte. Dunque sia una personalità vittimista sia una sarcastica e intollerante possono derivare anche, ma ovviamente non solo, sia chiaro, da uno squilibrio di rapporto orale.
Fase anale
Questa fase corrisponde all'incirca al periodo che va dai 18 ai 36 mesi della vita del bambino. Questo periodo corrisponde allo sviluppo fisico che permette al bambino di controllare le funzioni sfinteriche. Il bambino, in questo periodo, impara a sviluppare l'autostima e l'autonomia. Le fissazioni derivanti da questa fase (fissazioni anali) sono provocate soprattutto dal modo in cui è stato imposto al bambino l'uso del vasino. Le feci sono il primo prodotto e il bambino usa tali per comunicare con l’esterno. C’è poco da ridere, perché già so che ridete, invece è una questione alquanto seria. Una reazione da parte dei genitori e/o addetti, che era molto allegramente caldeggiata dagli psicologi vicini alla psicoanalisi alla fine degli anni ’50-primi anni ’60, era quella di lasciare che il bambino facesse i bisogni come gli venisse, per poi quasi complimentarlo in vari modi che ometto. Ebbene, in caso di eccessiva gratificazione nella fase anale, il bambino tenderà a defecare in posti non opportuni e, crescendo, sarà (sempre tendenzialmente) disorganizzato e testardo. Nel caso contrario tratterrà le feci e secondo Freud svilupperà tendenzialmente, una personalità meticolosa, organizzata o addirittura ostinata. Si tratta ovviamente di atteggiamenti tendenziali; ricordatevi sempre che la psiche non è un meccanismo automatico.
Fase fallica
La fase fallica si colloca tra i 3 ed i 6 anni di vita del bambino. E’ in questa fase che è possibile rintracciare le origini dei cosiddetti “complessi”, una delle tante parole forti della psicoanalisi che, come vi dicevo nella presentazione, vengono usate in modo a volte pericolosamente inopportuno. A partire da Freud in persona, che usava con molta prudenza questa espressione nonostante l’avesse introdotta egli stesso, la psicoanalisi ricorre a tale sostantivo in presenza di un sistema strutturato e funzionante di pensieri, ricordi, rappresentazioni che comportano una forte carica affettiva. I complessi si formano secondo Freud nella fase delle prime esperienze intersoggettive e relazionali del bambino e finiscono per agire come una interferenza di disturbo nella vita psichica successiva. Infatti, è in questo periodo si sviluppa, nei maschi, il Complesso di Edipo ed il Complesso di Elettra nelle femmine. In tale fase si ha però, e qui l’interferenza è potenzialmente patogena, lo sviluppo del Super Io. Le fissazioni relative a questa fase generano personalità risolute, orgogliose, autonome ed egoiste. Freud era dell'idea che in questa fase si sviluppasse l'omosessualità. Persone affette da tali fissazioni mostrano segni di asessualità o promiscuità, puritanismo o amoralità. In questo periodo il bambino si rende conto della diversità tra i due sessi. In questa fase si generano ma non si sviluppano (dovremo attendere la fase genitale) anche l'invidia del pene nella femmina ed il complesso di castrazione nel maschio. So bene che per le ragazze questa può sembrare un’assurdità perché il concetto di “invidia” non si può adoperare in questo caso per l’attività cosciente; è vero.
Tuttavia si adopera questa espressione perché è la più vicina al concetto di privazione: la femmina avverte invece di come poi in realtà è, cioè che i genitali sono esterni nel maschio ed interni nella femmina, un dualismo del tipo presenza-maschio e assenza- femmina. E’ appunto la non-evidenza dei genitali che ingenera questo possibile concetto. Quanto al comportamento maschile, il bambino si innamora della madre e vorrebbe che il padre non fosse interposto a questo suo amore e si ha il cosiddetto complesso di Edipo. In questa fase il bambino nota che la donna non ha il pene e sviluppa la paura che la punizione del padre per essersi innamorato della madre possa essere la castrazione. Questa paura è aumentata se esso viene sgridato se trovato a masturbarsi. Quando la paura della vendetta passa, il bambino impara a guadagnarsi l'amore della madre cercando di assomigliare il più possibile al padre. Da questa pressione-interazione deriva il Super Io.
Quanto al comportamento femminile, le bambine allo stesso modo si innamorano del padre e vorrebbero che la madre non fosse interposta al loro amore : è il cosiddetto complesso di Elettra. La bambina noterà che la donna non ha il pene, svilupperà ostilità verso la madre per non avere il pene. Freud afferma che le donne non lasciano mai veramente questa fase, e che quindi il Super-Io è meno sviluppato, di conseguenza le donne hanno meno problemi morali rispetto agli uomini, la qualcosa ha destato agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso le ire delle femministe. La bambina, secondo Freud ora impara a guadagnarsi l'amore del padre diventando simile alla madre. A questo punto però tutto si sposta nella fase latente.
Fase latente
Per quanto Freud non riconosca questa come una fase psicosessuale (perché in essa la libido è dormiente), ne sottolinea l'importanza. In questa fase, che va tra i 6 anni e la pubertà, il bambino sviluppa le sue amicizie con individui dello stesso sesso e focalizza l'attenzione sul suo sviluppo fisico.
Fase genitale
Questa fase inizia con la pubertà e si protrae lungo tutto il resto della vita dell'individuo. In questo periodo, per godere della propria energia sessuale, l'individuo deve risolvere i conflitti derivanti dalle fasi precedenti. Laddove i ragazzi sviluppano il complesso di castrazione, le ragazze sviluppano l'invidia del pene; dopo questa fase la donna ha una fase aggiuntiva nel suo sviluppo. La giovane donna deve abbandonare il modello costituito dalla madre per trasferire la sua attenzione al padre. Essa eventualmente può spostarsi nella femminilità eterosessuale che culmina con il dare nuova vita ad un figlio e sviluppare i suoi desideri infantili. In questo momento il figlio/a prenderà il posto del pene in accordo con una simbolica equivalenza. Freud disse: "le ragazze sentono profondamente la mancanza di un organo sessuale di egual valore a quello maschile, esse si considerano inferiori e l'invidia del pene è il motivo principale di un certo numero di caratteristiche reazioni femminili". Naturalmente so bene che le ragazze presenti sono insieme sorprese e divertite di questa strana convinzione di Freud che non solo non verificano in se stesse ma che ritengono anche fuori tempo, dato che vedono la maternità come una dimensione alla quale accedere in piccole dosi e solo dopo avere raggiunto un’indipendenza economica connessa ad una soddisfacente prospettiva di carriera.
§ 6. Il principio del piacere e il disagio della civiltà
In generale, secondo la teoria freudiana, la libido rappresenta la principale fonte di energia psichica umana. La teoria della libido ha nell'opera di Freud un’ampia evoluzione, connessa ovviamente al procedere dell'esperienza psicoanalitica e della sua sistemazione come modello terapeutico. In particolare, il concetto di libido venne notevolmente ampliato dopo il 1914, quando Freud iniziò a indagare il vasto campo delle nevrosi narcisistiche e delle psicosi. Con l’espressione “nevrosi narcisistiche” in linea di massima Freud intese “il completamento libidico determinato dall’egoismo della pulsione di autoconservazione” e dunque, sempre usando la definizione di Freud uno “ stadio dello sviluppo della libido” che se supera un certo livello che Freud chiama primario ed è tipico dell’infanzia, viene ad alterarsi assumendo profilo patologico e dunque potendo essere considerata anche una perversione sessuale dato che etimologicamente ‘narcisismo’ è esattamente l’innamoramento di se stessi. Tale indagine aprì a Freud orizzonti importanti nel campo del rapporto fra desiderio sessuale e modelli utili alla sua soddisfazione. Così, nel 1920 Freud pubblicò un testo “Al di là del principio del piacere” nel quale in una prima parte dimostra che l’attività pulsionale è dominata e strutturata dalla ricerca del piacere, cioè il “principio del piacere”, mentre in una seconda parte espone il freno che viene costituito da ciò che egli chiama “principio di realtà”che pone limiti alle pulsioni.
Solo in apparenza i due principi si oppongono, sostiene il pensatore austriaco, perché, in effetti, il secondo, ostacolando il primo, gli fornisce una probabilità di soddisfarsi sia pure parzialmente, dato che sarebbe dirompente se non autodistruttivo; se volete potete chiamarla un’autodifesa strumentale, finalizzata cioè agli stessi obbiettivi del principio del piacere ma come differita, per usare un’espressione dello stesso Freud. A differenza delle altre specie viventi, quella umana ha in parte deviato la libido dal suo scopo cosiddetto naturale per investirla in gran parte nella creazione di un nuovo mondo: il mondo simbolico che ha fatto la civiltà e la cultura. Tuttavia già con la scelta del termine "sublimazione", si comprende che Freud ritiene che il movimento della libido verso la sublimazione di essa non è proprio un movimento naturale. Tuttavia, per Freud la sublimazione, cioè la trasformazione della pulsione in un qualcosa che, esercitandosi in un ambito socialmente possibile, ne consente in qualche modo la soddisfazione, non consiste in un processo lineare.
Questa in un certo senso rende l'uomo consapevole delle proprie e delle altrui malattie e quindi se ne e' consapevole le comprende; quindi le ammette, le riconosce ed in ultimo le condivide con gli altri esseri viventi. Una trattazione più ampia di questi problemi la si trova ne “Il disagio della civiltà" (Das Ungluck in der Kultur ) del 1930, dove Freud fa appello al dio logos affinché ci liberi infine da questa opposizione reale tra natura e cultura. Il termine italiano “civiltà” traduce il tedesco Kultur che, invece si differenzia sia da Bildung, formazione culturale, sia Zivilisation, processo storico-civile; per questo motivo giustamente nel testo talvolta si traduce anche ‘cultura’ poiché il termine tedesco Kultur si presta sia al nostro “civiltà” sia al nostro “cultura”, ha secondo ovviamente del contesto. In questo testo il pensatore austriaco sembra sostenere, neanche troppo tra le righe, che la cultura è sublimazione di ciò che abita, per usare una sua stessa espressione, i sotterranei dell’edificio psichico.
Freud giunge alla conclusione che comunque la cultura è quella malattia tipicamente umana, espressione evidentemente paradossale, che le specie precedenti sulla faccia della terra a quella umana hanno non avuto la fortuna o la sfortuna, dipende dai punti di vista, di conoscere. Infatti, grazie al processo di sublimazione, azione che riguarda anche larghi aspetti della civiltà, la libido può essere indirizzata verso oggetti differenti dall’esclusiva pulsione sessuale e dal connesso principio del piacere, oggetti come lo studio, la ricerca, l’arte, etc. e permettere al soggetto di superare comunque lo stato di tensione nervosa che caratterizzerebbe il normale svolgimento della vita umana. Dopo aver considerato da lontano quanto gravose siano le limitazioni imposte all’individuo dalla società, è spontaneo chiedersi perché l’umanità abbia scelto la strada dell’incivilimento. Freud fornisce una definizione positiva del termine “civiltà “: “esso designa la somma delle realizzazioni e degli ordinamenti che differenziano la nostra vita da quella dei nostri progenitori animali e che servono a due scopi, a proteggere l’umanità contro la natura e a regolare le relazioni degli uomini tra loro”. In sintesi è come se la civiltà reprimesse la sessualità proprio per costringere, se così possiamo dire, singoli a trovare soddisfacimenti sostitutivi alle loro pulsioni che non mettano a rischio la socialità. Il terribile pericolo contro il quale la civiltà si organizza anche mediante repressioni, è Thànatos, la spinta aggressiva, la “pulsione di morte”, che Freud dopo il 1929 affianca alla Libido nell’Es. Thanatos, infatti, sottolinea Freud, minaccia la stessa esistenza della specie umana che se fosse lasciata in balia della pulsione di morte rischierebbe costantemente l’autodistruzione. Un semplice processo razionale regolato da un contratto sociale o da una divisione del lavoro non basterebbe a preservare la comunità umana da una pulsione tanto feroce; è necessario sviluppare interessi di tipo erotico - libidico che facciano in pratica da contrappeso. Solo così un equilibrio, ancorché precario, viene raggiunto.
§ 7. La mappa del tesoro, ovvero non solo Freud
Non fu il solo Freud a sviluppare la psicoanalisi; egli ne fu sicuramente il fondatore ma, come vi dicevo nella presentazione, ben presto molti suoi illustri colleghi, che pure inizialmente erano stati intellettualmente al suo fianco, espressero vari e motivati dissensi. Vi ricordo che tutto era cominciato negli anni 80 dell’Ottocento, allorché all’ospizio parigino della Salpetrière un gruppo di giovani brillanti studenti si era radunato intorno ad un popolare docente di anatomia patologica poi passato alla neuropsichiatria, il già citato Charcot.
Ebbene, da quei lontani anni parigini agli anni ‘10-‘20 del Novecento, in fin dei conti erano trascorsi solo una trentina d’anni, eppure moltissima acqua era passata sotto i ponti della psicoanalisi. Vedete, l’intuizione di Charcot era stata una, ma buona: aveva capito che una parte rilevante di sintomi neurologicamente attribuibili ad una patologia avevano fra loro un chiaro legame diremmo affettivo. Egli iniziò a percorrere quella che venne ben presto definita la “psicologia del profondo” che contemplava una attenta esplorazione delle esperienze affettive pregresse del paziente, focalizzando quelle ritenute traumatiche. Da quel momento in poi non si trattò solo di Freud e Breuer che pure, come abbiamo detto, fecero dei passi avanti di importanza veramente essenziale, specie ovviamente Freud, ma tanti percorsero quel cammino.
Questo per dirvi che non dovete vedere un albero genealogico della psicoanalisi con Freud capostipite e poi tanti discendenti, legittimi o illegittimi o, per dirla con il linguaggio della storia della psicoanalisi, “ortodossi” (cioè seguaci di Freud) e “dissidenti”, cioè ostili a Freud perché sarebbe non solo riduttivo e semplicistico ma direi proprio falso. Infatti, le cose, come al solito,non sono così semplici. In questa area tematica noi studieremo solo due epigoni di Freud, uno a lui contemporaneo, come Jung, l’altro invece più tipicamente allievo, come Lacan; un terzo, Erch Fromm, lo studieremo più avanti all’interno della cosiddetta “Scuola di Francoforte”. Scegliamo qui Jung e Lacan perché entrambi dettero luogo a vere e proprie differenti scuole di pensiero talmente agguerrite che ne derivarono modelli terapeutici seguitissimi in tutto il mondo, ma non sono gli unici. Basterebbe ricordare Adler, Bleuler, Rank, Klein o Reich, per citarne cinque importantissimi, ma vi assicuro che le scuole, i soggetti e le idee che da Freud e con Freud si vanno formando e modificando nel corso del Novecento, sono veramente tante. Immaginate che in un gruppo di studiosi alla Indiana Jones si riuniscano per discutere sull’esistenza di un favoloso tesoro e che uno di loro dimostri ne averne scoperto l’esistenza in una determinata regione; bene, questo è Freud. A quel punto tutti questi però si dividono , alcuni seguono lo scopritore, altri no. Così ciascuno sceglie una via diversa per raggiungere il tesoro: le vie di ognuno di loro possono essere coincidenti, secanti, divergenti, persino opposte, ma alla fine tutti vogliono trovare il tesoro. E il tesoro si chiama guarigione del paziente, la regione si chiama “inconscio” la mappa si chiama “psiche” e la via si chiama “terapia”.
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