martedì 6 maggio 2014
Potenziamento di storia medievale. 5-6 maggio 2014
Liceo Scientifico “Giovanni Marinelli” di Udine
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Dipartimento di Filosofia e Storia
Percorso di potenziamento didattico – formativo
del curricolo di storia per l’a.s. 2013-14
Nascita del Medioevo: origini controverse e destino da scoprire
Conversazione di Pier Luigi D’Eredità
per le classi Seconde che aderiscono all’iniziativa.
5 e 6 maggio 2014
§ 1. L’approccio
Un ideale sguardo dall’alto sul territorio dell’Europa occidentale mostra con evidenza i profondissimi segni del lavoro umano. Tale osservazione vale per ogni tipo di realizzazione: la straordinaria rete di città, piccole e grandi, con i loro annessi industriali, i territori loro circostanti venati di strade, acquedotti, reti elettriche, canalizzazioni, argini, terrazzamenti, magazzini, aziende agricole, cave, cantieri, etc. Lo stesso si può dire della nuda coltivazione, caratterizzata com’è in lungo e in largo dai solchi, dalle piantagioni, dalle continue diversificazioni produttive.
Sono molto poche le zone veramente inutilizzate, a meno di intercettare aree demaniali, spazi volutamente protetti a fini ambientali o sottoposti a vincoli di destinazione urbanistica. Nell’Europa, specie in quella occidentale, lo sfruttamento rigorosamente economico del suolo non costituisce certo un risultato recente; possiamo dire che gli abitanti dell’Europa sono stati storicamente i primi a sottoporre il proprio ambiente a uno sfruttamento sistematico e strutturale, confinando le aree non utilizzate a un ruolo sostanzialmente marginale se non deliberatamente funzionale all’esistenza di quelle sfruttate. In particolare, poi, l’Europa occidentale è stata teatro di una serie di trasformazioni economiche che non hanno avuto quasi mai una vera e propria sosta; quasi mai. Vi è stato un tempo, se non dimenticato messo comunque in disparte dalla memoria degli europei, durante il quale tutto non solo si fermò ma dovette retrocedere. Vi è stato un lungo periodo, circoscrivibile nell’arco di tempo che va dal secolo V alla fine del VII, durante il quale la foresta, la palude, l’acquitrino, avevano ripreso a tal punto il sopravvento sui terreni agricoli o sfruttabili a fini economici che G. Duby, descrivendo l’Europa della fine del VI secolo, non usa mezzi termini e la definisce “un paese profondamente selvaggio” dandone un quadro sconfortante . Questo quadro costituisce l’ingresso nel Medioevo.
§2. Qual è l’arco di tempo medievale?
Quando si parla di Medioevo in termini didattici ci si riferisce ad un periodo storico molto esteso. Sulla dimensione di questa estensione, però, vi sono tali e tanti disaccordi che probabilmente ad un osservatore esterno sembrerebbe che ci si riferisca a epoche diverse. Tanto più che per altri periodi storici questo problema non esiste: età preistorica, età antica, età moderna ed età contemporanea non destano troppi problemi. Quando invece si parla di Medioevo le cose cambiano al punto che possiamo (solo a prendere i maggiori) annoverare diversi cronotipi cioè periodi nei quali riconosciamo delle attività tipiche di un soggetto; nel nostro caso il “soggetto” è particolare, cioè il Medioevo; dunque, un “cronotipo epocale”, se così possiamo dire. Passiamone alcuni in rassegna.
Questo di sopra è il cronotipo più ampio, ma non è mai stato molto fortunato, perché “comincia” con un Editto di motivo religioso (cioè quello in base al quale il Cristianesimo viene riconosciuto dallo Stato imperiale) e finisce con un fatto geo-economico, cioè l’irruzione del “Nuovo Mondo”. Meglio, da questo punto di vista, sembrerebbe il seguente, perché è tutto “politico”; cioè comincia e finisce con una cesura netta, vengono rispedite a Costantinopoli le insegne imperiali prima e poi finisce l’impero perché Costantinopoli cade in possesso dei Turchi, di religione islamica. Varrebbe questo cronotipo:
Questo ha avuto, sì, un certo successo, equilibra alto e basso Medioevo, ma non ha convinto perché i due fatti sono, sì, politici ma di tipo troppo diverso. Vi è anche questo:
Questo è coerente ma un po’ formalistico e per di più squilibrato perché di carestie gravi ve ne firono molte anche “dentro” l’arco scelto e non furono le prime. Comunque è coerente perché fotografa due momenti di crisi alimentare. Poi vi è quello di H. Pirenne, che “vede” l’inizio bsato sull’irruzione islamica.
Tuttavia riscuote poco successo specie in Italia dove lo storico Cardini fa notare una serie di incongruenze sul rapporto fra Islam e Cristianesimo (come se non esistesse un Cristianesimo orientale, per capirci). Gli storici dell’Europa orientale, dal canto loro, come il serbo Ostrogorsky, vedono questa soluzione:
In Europa si segue in genere la stessa periodizzazione tranne che in Germania. Lì infatti ha riscosso successo, specie nel secolo XIX e all’inizio del XX, quello tripartito. dove si individua un Frühmittelalter (V-VIII),“Primo Medioevo”, un Hochmittelalter (IX-XI), traduzione possibile “Medioevo vero e proprio” oppure “di Punta” e un Spätmittelalter (XII-XV), tardo Medioevo.
Un cronotipo diverso ha avuto successo in Italia tra la metà degli anni ’70 e la fine del secolo scorso:
Oggi tuttavia studi più accurati hanno depotenziato l’effetto della peste nera. Sicché noi assumiamo questo cronotipo, che il più tradizionale, perché è di gran lunga il più equilibrato:
§ 2. Perché diciamo “Medio Evo”?
Sappiamo che l’umanista Giovanni Andrea, bibliotecario pontificio, adoperò l’espressione “Media Aetas” in un testo del 1469; se consideriamo che a parere dei più il profilo dell’età e della civiltà medievale si legge ancora fino alla scoperta dell’America, se ne trae la conclusione che il medioevo battezzò se stesso. Non dobbiamo stupirci. Altri, poco dopo, usarono simili espressioni (Media Tempestas, Intermedia Aetas). Ma perché ricorre sempre l’ idea di una cosa che sta nel mezzo? Ma nel mezzo di che cosa? In effetti, quelli che dicevano “Media Aetas” pensavano che il loro modo di vivere, cioè il Modus Hodiernus (dal che la parola “moderno”) fosse diverso da quello precedente e che si inframmezzava fra loro e l’antichità. Dunque, è Medio quell’Evo perché sta sempre in mezzo fra noi che ne parliamo e gli antichi. I Medievali, del resto , avevano la netta sensazione di essere in un tempo diverso da quello antico e quindi il problema per i Medievali era questo: “Che cosa è successo al mondo romano?” Ebbene fu da quel senso di enormità perduta che nacque l’identità del Medioevo con se stesso. Per quanto attiene al nostro universo linguistico, che è latino, per sottolineare la rottura traumatica usavano espressioni forti come Conluvium, Declinatio, Inclinatio, Traslatio , Conversio. Era forte il senso di una catastrofe precedente e gli uomini dell’alto Medioevo “sapevano” che qualche catastrofe vi era stata; le parole latine che abbiamo citato oggi suonerebbero, più o meno così: un diluvio, un crollo, un declino, un piegamento, una trasformazione. Che cosa era rimasto dell’impero? Esattamente quello che vedete nella tavola che segue
Quello che ci serve per comprendere l’origine particolare di questa età sta proprio nel suo guardare “dietro” e non “davanti”, verso il futuro, come facciamo noi contemporanei; il Medioevo si guarda sempre alle spalle e nasce come una specie di orfano. Del resto, anche quando anche il Medioevo ebbe il suo impero, con l’opera di Carlo Magno, per altro di brevissima durata, il raffronto con quello romano risultava molto riduttivo:
Ma la cosa che deve farci riflettere maggiormente è che anche quando e dopo secoli si ebbe l’impero, lo si pensò ancora come romano poiché l’idea di legittimità era strettamente collegata a quella di romanità. Non era solo una questione di estensione e durata ma anche di civiltà (lo storico A. Schiavone ha molto insistito sul concetto di tricontinentalità dell’impero romano). Dunque, diremo che il Medioevo nasce con un senso di perdita di civiltà così forte che gli stessi esecutori materiali della fine, cioè i Barbari, cercarono in tutti i modi di legalizzarsi; lo fecero ora adottando il latino nelle loro leggi, ora usando nomi latini per le loro azioni, ora abbandonando la loro lingua, ora usando le monete dell’impero d’oriente, monete cioè legali. A volte, specie nella fase iniziale, i regni altomedievali provarono a ripercorrere le scelte romane ma non riuscivano perché le condizioni economiche non lo consentivano. Il punto era quello. Quando iniziò l’età medievale le condizioni economiche dell’Occidente erano spaventose e la colpa non è solo dei Barbari; anxi forse non è proprio dei Barbari. Due insigni studiosi contemporenei di storia altomedievale si sono scontrati in opere abbastanza recenti: b. Ward Perkins vede proprio nei Barbari e di gran lunga i maggiori responsabili della povertà e ristrettezza con la quale comincia il Medioevo ( già dal titolo si capisce: “La caduta di Roma e la fine della civiltà”) mentre Barbero sostiene l’opposto e considera i Barbari come un po’ gli extracomunitari del mondo romano che a un certo punto passano da oppressi a oppressori (anche in questo caso basterebbe il titolo del suo libro:” I Barbari, immigrati, profughi, deportati nell'impero romano”).
I Romani poterono per secoli sfamare i popoli soggetti, i nuovi governi medievali no . Perché ? Se Roma aveva nutrito i suoi abitanti, come mai ora non era più possibile?). Se comprendiamo questo passaggio capiamo anche un po’ una parte del titolo della conversazione di oggi (“L’origine controversa”). Sotto, il numero di abitanti che avevano diritto all’annona a Roma
§ 3.L’Alto Medioevo fu “povero”. Perché?
Abbiamo visto che alcuni storici preferiscono fare cominciare il Medioevo prima della caduta giuridica dell’impero d’Occidente. La cosa ha un fondamento serio ma andrebbe bene se assumessimo l’eguaglianza Alto Medioevo=Povertà. Allora guardate questo grafico:
E vi rendete conto che i problemi per Roma erano cominciati molto prima e che il mito di Roma ricca aveva avuto certamente la sua ragion d’essere per secoli ma la macchina si era inceppata ben prima che i Barbari si trasformassero da federati a nemici. Se il Medioevo nasce povero fu perché l’Occidente romano era in estrema crisi ben prima delle spaventose invasioni. Però, per comprendere l’età altomedievale dobbiamo capire i motivi dell’impoverimento dell’Occidente romano.
Lo schiavo, nell’antica Roma, per quanto non in modo indifferenziato, costituiva sostanzialmente uno strumento produttivo, un capitale paragonabile in tutto alle nostre macchine, al punto che P. Malanima considera che “Durante l’antichità classica un’invenzione importante nel campo dell’energia fu costituita dalla schiavitù”; e come macchine se ne considerava l’ammortamento. In modo particolare, ciò riguarda la categoria più disgraziata fra gli schiavi, quella del servus rusticus. Con lo sviluppo di tale istituto, una sempre maggior parte di territori adibiti all’agricoltura fu lavorata da personale servile e non risulta difficile desumerne che chi poteva disporre di molti schiavi, se riusciva a gestirli con costi aderenti al limite di nutrizione e salute, poteva realizzare forti economie e per ciò stesso influenzare il mercato dei beni primari in modo considerevole. Con lo sviluppo di tale istituto, una sempre maggior parte di territori adibiti all’agricoltura fu lavorata da personale servile e non risulta difficile desumerne che chi poteva disporre di molti schiavi, se riusciva a gestirli con costi aderenti al limite di nutrizione e salute, poteva realizzare forti economie e per ciò stesso influenzare il mercato dei beni primari in modo considerevole Insomma, siamo di fronte ad una proprietà che va considerata esclusivamente come forza lavoro da adibire in ogni incombenza, sia richiedesse sforzi elevati o rischiosi sia sforzi prolungati e meccanici; fatto si è che alla fine della fase repubblicana si può calcolare che gli schiavi addetti ai lavori artigianali di basso profilo costituissero il 90% degli addetti. E’ un dato che non può lasciare dubbi intorno all’importanza che finì per assumere un istituto come questo, non solo nella determinazione dei volumi di prodotto ma nell’intero ordinamento economico e sociale dell’impero romano. Naturalmente, anche quella servile, come ogni forza lavoro, valeva in funzione della sua disponibilità: all’indomani di una campagna militare mediamente se ne aggiungevano 80-100.000 in più, facendo crollare il prezzo di mercato; era merce a buon mercato. Solo per farsi un’idea delle cifre in gioco e senza alcuna pretesa di fornire livelli quantitativi, si consideri che a seguito della sconfitta nella II guerra punica, Taranto fornì a Roma 130.000 schiavi, le vittorie sui Cimbri e Teutoni ben 150.000 per arrivare a 200.000 fra epiroti, illirici e macedoni; per non parlare ovviamente di Cartagine. Però, man mano che l’impero rallentava la sua espansione, il costo al mercato degli schiavi andò salendo perché il ricambio divenne molto più lento e oneroso; tra i prezzi del I secolo a.C. e quelli della fine del II d.C. vi è una proporzione di uno a tre. Proprio dopo la fine del II secolo, cominciò a scemare il numero di nuovi schiavi mentre fu possibile rilevare un ampliamento del latifondo. Infatti, mentre diminuivano percentualmente le masse di schiavi, a causa della fine dell’espansione politico-militare romana (si era raggiunto in precedenza un livello di anche 10-15.000 servi per un senatore!), aumentavano gli addetti al lavoro servile. La spiegazione è ovvia: aumentava per il numero di coloni che,non potendo reggere la concorrenza di aziende agricole ormai gigantesche grazie agli schiavi, accettarono di lavorare anche loro nel latifondo padronale, purché pagati. Di conseguenza accadde che la resa per ettaro andò diminuendo ed elevandosi invece il costo del lavoro. Le terre furono abbandonate, i matrimoni diminuirono, la popolazione contadina scese inesorabilmente e iniziarono a mancare le braccia di lavoro.
In effetti, l’inizio dell’arretramento delle zone agricole realmente coltivate si può retrodatare proprio alla fine del secolo III; in quel modo la vastità delle zone utilizzate economicamente rispetto alle selve ed all’incolto cominciò a divenire sempre meno evidente. Se si è collocata nel Medioevo la causa originaria della straripante avanzata delle foreste, ciò può essere dovuto alla consuetudine di attribuire al modello romano una matrice economica razionalistica e capillaristica, come effettivamente fu per parecchi secoli, ma non per tutto l’arco di esistenza dell’impero. Il solo fatto che ad un dato momento la pezzatura dell’azienda latifondistica superò i 4000 ettari di media (con punte di 10.000!) dovrebbe fare riflettere sulla impossibilità di una gestione ottimizzata dell’intera produzione potenziale. Si formarono caste vere e proprie: i coloni vennero definiti membra terrae, agrorum iuris pars, i figli di un artigiano furono tenuti a restare artigiani, i figli di un amministratore pubblico amministratori, e così via giungendo a vietare matrimoni fra appartenenti a diverse categorie. E ciò valse anche per le città e per i centri urbani che videro l’inizio del loro progressivo gravissimo spopolamento. Si emanarono decreti che vietavano l’abbandono del centro urbano e per impedire le fughe ed il rifugio (prego notare “rifugio”) presso i Barbari e si arrivò ad imprimere ad artigiani e commercianti un marchio a fuoco sul braccio, ut in hoc modo saltem possint latitantes angosci (“affinché in questo modo di possano facilmente riconoscere i fuggitivi…”). Fu tanta la penuria di lavoratori nei campi “da indurre “ – come scrive J. Tainter – “ i proprietari terrieri a lusingare i vagabondi affinché si arruolassero in vece loro. Venne ridotta l’altezza minima per il servizio di leva e verso la fine del IV secolo in occidente furono reclutati a volte anche gli schiavi “.La villa latifondista aveva assorbito in lei stessa anche la gestione delle politiche agricole perché a dettare sempre più spesso la natura dei rapporti giuridici fra i vari ceti produttori furono la consistenza e la natura dei fondi.
La presenza di invasori barbari, sotto diverse forme, oppure le pretese degli agenti del fisco imperiale, o il banditismo, per esempio, avevano indotto molti fra proprietari e coltivatori a considerare come tutto sommato vantaggiosa l’ipotesi di abbandonare la pratica della commercializzazione dei prodotti (e dunque anche il riferimento al sito di afferenza, cioè le città) e di concepire un sistema di autosufficienza alimentare completamente svincolato dall’idea di ottimizzazione produttiva.
Dunque con la fine politica di Roma si segna una cesura che aveva però alle spalle una crisi delle strutture produttive che aveva desertificato i campi e molte opere meravigliose (acquedotti, ponti, strade , porti, vasche per l’itticoltura, argini, magazzini, etc.)erano andate in rovina per assenza di manutenzione; mancava la manodopera e se vi era mancavano i soldi per pagarla . Ci si mise anche il clima che divenne più freddo e umido allo stesso tempo, cioè la combinazione peggiore.
La palude aveva invase la Valpadana perché gli argini dei molti fiumi, non avendo avuto manutenzione, si ruppero. L’incolto ingoiò i 4/5 del suolo un tempo coltivato. E’ conseguentemente impossibile determinare il momento nel quale sfumarono i confini fra condizione servile e stato di colono.
Talvolta lo stesso lavoratore si trovò ad essere libero per un verso o per un fondo ed asservito ad un altro; fu un fatto che la civiltà latina fosse giunta al suo crepuscolo. Un testimone contemporaneo di quei tragici anni, Salviano, commentò avvilito e commosso: “La terra ha ingoiato l’uomo; non lo cercate più”. In effetti, di uomini ve ne erano pochi; probabilmente la popolazione dell’Europa occidentale ormai era passata dai circa 25.600.000 di abitanti intorno alla nascita di Cristo agli 18.800.000 attribuibili a prima del 543 per poi passare a soli 14.700.000 dopo il 600. Una curva mortale, quella demografica tra i secoli VI e X, non solo per l’economia ma anche per la società nel suo complesso. Si cita solo il dato di Roma, città-simbolo per antonomasia: all’inizio del II secolo contava quasi 2 milioni di abitanti (quasi tutti gli storici della demografia concordano un’oscillazione fra 1,7 e 1,9 milioni di abitanti). Giunti all’inizio del V secolo, secondo le stime di A. H. M. Jones la popolazione della città eterna non superava i 650.000 abitanti, secondo altri poco più; alla metà del secolo VI, poi, all’indomani della guerra greco-gotica, F.Gregorovius le assegna una popolazione di soli 35.000 abitanti . La foresta avanzò in modo fortissimo; bisognava conviverci o soccombere. Da quel problema è segnato profondamente l’Alto Medioevo.
§ 3. L’economia dei boschi e delle foreste
Non è difficile intuire quanto il bosco e l’incolto avessero assunto, specialmente fra i secoli VI e VII, una consistenza notevolissima, determinando una nella stessa struttura della produzione e contribuendo in modo non indifferente a costituire un aspetto essenziale dell’economia altomedievale..” Infatti, a partire dalla metà del secolo, i boschi europei avevano conosciuto una costante espansione. Le foreste avevano acquisito un ruolo centrale nel paesaggio europeo in modo così rilevante da consentire paragoni soltanto con le età preistoriche del continente. Ciò accadde in modo talmente pervasivo da ostacolare i normali rapporti fra le zone abitate, sicché non è casuale che il secolo VII, in coincidenza con la massima estensione delle aree boschive, costituì il periodo di più bassa densità demografica dell’Europa occidentale dopo la colonizzazione latina. Gli spazi coltivati e abitati, visti immaginariamente dall’alto, potevano sicuramente assomigliare a delle isole in un mare vegetale, dove la “macchia”, non era il bosco ma il campo e gli agglomerati connessi alle villae o alle curtes. Quanto alla mobilità terrestre, l’impenetrabilità e la non conoscenza di ciò che il bosco nascondesse, la materiale impercorribilità di una sua larga parte erano diventate caratteristiche sempre più consuete alle quali ci si era adattati. Anche a causa di ciò, Il bosco, coerentemente con la tradizione germanica e celtica, era diventato luogo di vario culto, di favole, di miti, non solo di svago venatorio per l’alto ceto ma anche di rifugio e di nascondimento; era diventato anche un luogo paradossalmente franco per la raccolta e poteva comunque costituire uno strumento utile ad affrancarsi dalla dipendenza dai potenti e dunque adatto anche al brigantaggio.
Nell’arco dei secoli V-VII e poi ancora per molti secoli successivi, il bosco divenne progressivamente un luogo proprio dell’alto Medioevo, una sua parte tipica, costitutiva. Insomma, se si vuole trovare un emblema autentico della civiltà altomedievale non deve prendersi il castello, la cui foggia originaria non è certo quella del grande complesso turrito, merlato e impavesato, tipico prodotto dell’immaginario ottocentesco (che s’ispira comunque, per ignoranza storico-architettonica, ai manieri dei secoli XIV-XV) bensì la silva indominicata, foresta intangibile, segno concreto della presenza di un signore, arbitro della vita e della morte di numerosi suoi simili, il quale a regola pretende di tenere la foresta per sé, per l’uccellagione e la caccia in genere. Lo sviluppo economico si basò sulle foreste che al proprio interno, contenevano appezzamenti di terre coltivate e insediamenti lavorativi. Per alcuni aspetti, come osserva L. Gatto, tutto ciò costituì una specie di “Serbatoio spaziale indispensabile, un naturale completamento e prolungamento dei campi” .
Di fatto, pascoli, boschi e foreste erano diventati parte del paesaggio dell’Europa occidentale non solo dal punto di vista economico, bensì, se così possiamo dire magari forzando un po’, da quello del paesaggio mentale. Naturalmente, non si tratta di un concetto mistico; nell’Europa occidentale, dalla fine del IV a tutto il VII secolo, il bosco si era esteso a dismisura costituendo spesso un muro divisorio fra due agglomerati urbani e produttivi. Ne conseguì che il suo attraversamento non era per niente esente da rischi e che gli immaginari terrori stigmatizzati impietosamente dall’illuminismo e riconsiderati invece dal romanticismo come segno di creatività popolare e ingenua, meriterebbero forse più rispetto da entrambi i punti di vista. Infatti, nel bosco trovarono un vero habitat non solo gli sbandati ma anche i criminali veri e propri, disposti a uccidere per impossessarsi di qualche bene, gente che voleva incutere terrore e alimentare paure perché dalle stesse paure che ingeneravano traevano un proprio utile.
La credenza negli spiriti del bosco, in parte giustificabile con alcune sindromi collegate alla lunga permanenza in solitudine, non poteva essere separata dalla paura in generale del luogo ostile, del territorio non civilizzato. Senza contare le belve feroci come lupi e orsi, che così entrarono anche nelle favole e lo fecero perché prima erano entrati veramente nelle abitazioni dei contadini, specie naturalmente in quegli agglomerati nei quali si svolgevano delle attività che necessitavano un’ubicazione non lontana dal bosco. Queste belve, specie i lupi, finirono con il seminare un terrore reale, né superstizioso né fantastico, dato che per la fame spesse volte uscivano dai boschi in branchi per attaccare gli allevamenti domestici dei contadini. Il dato è che il bosco era un mondo vero e proprio, da un lato minaccia di terribili eventi, dall’altro rifugio: non solo carbonai e cacciatori ma anche raccoglitori e, fatto per noi rilevante, fabbri. Se è certo che dai boschi si cercò anche di trarre sostentamento e perfino merce da barattare (molti erano regolarmente dediti alla raccolta di verdura, funghi, frutti selvatici, pigne, miele selvatico, castagne etc.) è essenziale considerare come a tale attività si accompagnasse sempre il regolare taglio degli alberi per fare legna. Si trattò di una risorsa importante perché consentiva la costruzione di case, arredi e stoviglie e specialmente per via della combustione del legno come fonte di energia termica. Fu frequente, infatti, per la vicinanza al luogo di produzione, incontrare all’interno o nelle prossimità dei boschi le fucine dei fonditori e le officine dei fabbri poiché per realizzare utensili metallici e armi bisognava tentare di portare il forno a temperature vicine ai 1000°. Questa necessità era tale in assenza di energia eolica che consentisse di azionare grandi mantici; si tenga presente che ancora non erano stati introdotti i mulini a vento, sicché l’unica soluzione era quella di potenziare la massa di combustibile. L’albero più pregiato dei boschi era la quercia, dalla quale si traeva non solo l’eccellente legname ma specialmente cibo per i maiali, ovvero uno degli animali cui l’occidente medievale deve maggiormente la sua sicurezza alimentare. Poi i pini; essi erano risorse importanti perché le pigne, alquanto resinose, costituivano un eccellente combustibile, senza contare ovviamente i semi che, specie dopo l’essiccatura, sono commestibili. Legno pregiato era anche quello del castagno, e così i suoi frutti che fornivano una farina importante e sostitutiva di quella pregiata del grano.
Inoltre il bosco costituì una fonte di approvvigionamento di carni, sia nella forma di un’imponente attività di uccellagione, sia di caccia al cervo, al cinghiale, alla lepre, nonché presupposto di un certo tipo di allevamento. Gli spazi accessibili e i sottoboschi divennero autentici capitali economici sotto forma di pascolo e allevamento, perché grazie all’abbondanza di pomi selvatici, ghiande e fogliame, il bosco consente anche il mantenimento del maiale e della capra; il che volle dire se non tutto, comunque moltissimo: dalle carni, al latte ai formaggi, dal grasso per candele alla lana. Per quanto ciò possa far sorridere, gli europei devono moltissimo a questi animali, perché la loro presenza e la loro domesticità costituirono vere e proprie basi di sostentamento per tutti.
§ 4. I Monasteri. Preghiera e lavoro
In Italia, nonostante la grande crisi dovuta alla straziante guerra greco - gotica, si sviluppò una regola monacale che esorbita dalla storia della religione per trovare anche posto in quella dello sviluppo storico . Si tratta della Regola di San Benedetto e della diffusione dei monasteri benedettini, ovvero quelle comunità di vita, preghiera e lavoro, che a partire dal VI secolo cominciarono ad agglomerare intorno al proprio mondo una serie di attività economiche e talvolta sociali di notevole rilievo rispetto a quanto, all’insegna della vita monacale, era stato fatto fino a quel momento specie all’interno dei domini bizantini. La comunità benedettina non presenta, infatti, le caratteristiche tipiche delle precedenti comunità monastiche, quelle cristiano-orientali; dal punto di vista dell’organizzazione, il servizio che veniva imposto ai monaci quasi ricalcava quello di una milizia. La ‘regola’ di san Benedetto insiste molto sull’obbedienza e sulla disciplina quali elementi distintivi della vita monastica, associandola ad una serie di doveri individuati all’interno del concetto cristiano di solidarietà collettiva. La benedettina Schola Dominici Servitii è, sì, un mondo indirizzato al raccoglimento interiore, ma esso non si esprimeva soltanto con la preghiera in senso stretto. Per lo spirito benedettino, infatti, è l’ozio il vero nemico dell’anima e pertanto applicarsi in attività di lavoro, nel senso di attività produttive, è come restare aderenti alla scelta di consacrarsi al Signore. Il lavoro manuale è parte integrante del servizio , nel darsi a Dio con l’anima e con il corpo, accettando entrambi (conversio morum e opus manuum).
L’opera benedettina era permeata di spirito autarchico, se non proprio nei fatti, comunque negli ideali, la qual cosa negli anni del VI secolo costituì un fatto economicamente rilevante. La regola benedettina specificava apertamente che “Per quanto sia possibile il monastero deve essere organizzato in modo che vi sia disponibile tutto il necessario, il che vuol dire l’acqua, un mulino, un orto e delle botteghe in cui sia possibile praticare i diversi mestieri all’interno del monastero, perché i monaci non devono vagare fuori, cosa che non giova alle loro anime” . Anche quando, in seguito, la cultura benedettina ammise il ricorso a mano d’opera esterna, quest’ultima dovette comunque condursi secondo i principi della regola e fu influenzata dall’ideale autarchico.
Non è, infatti, difficile comprendere come san Benedetto non fosse soltanto preoccupato di evitare l’ozio o di tenere comunque occupato manualmente il giorno del suo monaco, quanto di costruire delle realtà autosufficienti che potessero dipendere il meno possibile dalle rovinose vicende del mondo esterno. Epidemie, saccheggi, carestie, per non dire delle invasioni barbariche, non avevano, infatti, distrutto soltanto l’ager, non avevano, cioè, soltanto pregiudicato il frutto del lavoro umano ma messo in discussione il lavoro in quanto tale, perché avevano colpito il sistema degli sbocchi, penalizzando il funzionamento e l’orientamento al mercato della collettività contadina e produttiva. Prima di essere un centro di vita spirituale e di operosità, Il monastero fu un centro di organizzazione, costituendo una sorta di restaurazione del significato di finalizzazione collettiva del lavoro umano, inteso anche ai fini materiali, cioè di benessere. Ecco perché esso doveva partire dalla certezza del luogo (stabilitas loci), quasi per far sì che il monastero diventasse un elemento architettonicamente visibile, rassicurante, nel mare delle citate incertezze e precarietà. Tale particolare non costituisce un dettaglio, perché questo costituirsi apertamente come centro di produzione, in aperta contrapposizione con il vagabondaggio e l’elemosina alla quale spesso ricorrevano i monaci ricalcando consuetudini orientali, divenne ben presto anche un fattore attrattivo ed ordinativo. Infatti, dissodamenti, bonifiche, reintroduzione di tecniche agricole abbandonate, furono tutte attività che ebbero il centro di diffusione e propulsione assai più nel monastero benedettino che non nella villa padronale, ormai sempre più simile a un luogo chiuso e fortificato, estraneo e al contempo ostile alla vita sociale e alla solidarietà.
Il monastero iniziò a sostituirsi al centro urbano riguardo a talune funzioni civili e divenne un’entità preziosa anche per la conservazione di nozioni culturali anche semplici ma essenziali per la riorganizzazione di un territorio da un punto di vista economico-produttivo. E’ un fatto che non richiede commenti il proliferare intorno ai monasteri di mercati, centri di scambio e perfino fiere. Invece di chiudersi, i monasteri, forti della fede e del rispetto che i monaci avevano guadagnato anche presso i barbari, si aprirono alla collettività, ottenendone anche riconoscenza. La base del sistema di acquisizione di fondi e in genere dei beni fu quella dei donativi testamentari; si trattò quasi sempre di appezzamenti di terreno che molti proprietari concedevano al monastero. Quando i monaci non riuscivano a coltivare questi fondi, il che accadde sempre più spesso, essi appaltavano il lavoro ai servi ministriales . Subentrava per i monasteri inoltre, a riguardo delle acquisizioni di terreni o beni, spesso la cosiddetta commenda che in diritto canonico costituisce un istituto tipicamente medievale riguardante l’affidamento di un beneficio vacante in modo temporaneo a un altro beneficiario che si trovasse nelle vicinanze. Questo fatto caratterizzò l’estensione concentrica, se così possiamo dire, del Monastero.. Vennero pertanto in uso presso i monasteri le abitudini di concedere le terre ai lavoratori nella forma della precaria , la quale a volte era assolutamente gratuita, altre volte prevedeva un pegno o un pagamento. La capacità dei monasteri, poi, di assistere materialmente le categorie sociali ed economiche più povere e soggette ai disastri dei cattivi raccolti, fu indiscutibile.
Con l’ampliarsi di questa funzione e con la crescita di fiducia e di rispetto verso tale istituzione, una parte non trascurabile di testamenti e di eredità finì con il riguardare le abbazie. In tal modo a un certo punto il patrimonio di terreni che inizialmente avevano costituito la risorsa base del monastero poiché erano aree necessarie al sostentamento dei monaci, nel volgere di poco più di un secolo finì con il costituire un capitale economico di surplus che andava amministrato in un’ottica diversa da quella originaria; un patrimonium pauperum come lo avrebbe definito molti secoli dopo san Luigi IX.
Siamo allora di fronte ad una svolta economica molto importante perché ciò significò che da parte dei monasteri il rapporto con terzi, fossero essi semplici servi prebendarii o ex piccoli proprietari adattatisi al possesso precario o ancora una di quelle figure intermedie o doppie tanto tipiche dell’intero arco medievale, divenne progressivamente preminente. Come dire che con il passare del tempo una parte sempre più considerevole di prodotto che faceva capo al monastero veniva dal lavoro di coltivatori, allevatori o addetti non appartenenti al cenobio i quali in tal modo poterono anche contare su canoni, sia naturali, sia monetari, meno alti di quelli praticati dai grandi proprietari; ne derivò pertanto che i prezzi dei prodotti furono indirettamente calmierati e una filiera di attività finì con l’essere oggettivamente favorita.
Si consideri che subito dopo la sua fondazione nel 640, l’abbazia di Nivelles, nel Brabante, ricevette in donazione ben 16.000 ettari. Tutte le abbazie nel tempo ebbero donati terreni agricoli e sarebbe stata un’espansione quasi in interrotta fino all’anno Mille. Poco dopo l’800 l’abbazia di Saint-Germain-des-Prés possedeva 32.748 ettari, articolati in venticinque villae. Nell’850 l’abbazia di Saint-Bertin in Francia possedeva circa 10.120 ettari; quella di Ely, In Inghilterra, nel secolo XI giunse ad essere piena proprietaria di terreni ubicati in sei diverse contee per un totale di 116 villaggi e dalla sua amministrazione dipendevano altresì ben 1200 persone distribuite in altri 200 villaggi. Con il passare del tempo, alcune delle aspirazioni originarie del monachesimo, specie in ordine all’etica del lavoro, andarono scomparendo .
§5 Il Medioevo curtense
Questa fase storica dell’Europa occidentale, per le sue caratteristiche, offre fortemente il fianco a una certa fissità della rappresentazione che sconta la già citata idea del Medioevo; un’idea che oserei definire magnetica: mondo immobile, società statica, rapporti immutabili, etc. Invece è essenziale cogliere sempre gli aspetti evolutivi. Ciò vale per il modello produttivo dell’intera Europa occidentale che, anche se definito con espressioni diverse a seconda delle lingue, come per l’appunto economia curtense in italiano, Règime domaniale in francese e Manorial System in inglese, non presentò sempre quei sopraccennati caratteri di fissità.
L’elemento tipico delle società curtensi fu costituito dalla distinzione della proprietà in due parti, una a conduzione diretta (casa dominica) e una a conduzione indiretta (casa massaricia); quest’ultima era in genere dimensionata su livelli famigliari o poco più e assicurava la sussistenza ai suoi coltivatori secondo lo schema del mansus. I lavoratori a loro volta pagavano il diritto di trarre questo sostentamento, lavorando sia la parte assegnata, sia la terra padronale; essi pagavano con il contraccambio di prestazioni in natura, le cosiddette angariae o parangariae, oppure in giornate lavorative (corvées, sincope francese dal latino corrugata, cioè “richiesta”) oppure ancora in prodotti, i canoni naturali o anche in moneta in base alla cosiddetta capitazione; si trattava di parti variabili dai cinque ai venti ettari a seconda anche della qualità dei terreni. Quale che fosse il modo di pagare il proprio diritto alla terra da parte dei lavoratori, restava che la parte era del padrone era coltivata utilizzando la forza lavoro dei suoi coloni.
E’difficile quantificare il lavoro prestato al signore . In linea di massima, com’è ovvio, più erano le famiglie di liberi residenti nella curtis, minore è il totale di lavoro che il padrone poteva pretendere. L’affermazione di questo tipo di rapporti di produzione segnò irrimediabilmente l’indebolimento dell’economia monetaria a tutto vantaggio di quella naturale, con l’effetto di assegnare un notevole potere sociale a colui il quale avesse proprietà o diritto su un pezzo di terra. Interviene la forma curtense anche nello sfruttamento del bosco, che non richiede un gran numero di addetti, perché prevede pastorizia, raccolta, caccia, allevamento. Per assicurarsi la coltivazione dei campi, invece il signore si avvaleva di servi prebendarii; cioè impiegati fissi, probabilmente i più sfortunati, che lavoravano per conto esclusivo del signore. Infatti, i servi prebendarii ( detti poi nel secolo XIX “servi della gleba”, che non è espressione medievale) non avevano alcun diritto tranne uno, cioè la praebenda, l’alimentazione; diciamo senza enfasi che avevano solo il diritto di non morire di fame. In questo tipo di azienda agricola, inoltre, è ampia l’incidenza –pastorale. In questo periodo vi fu un recupero del seminativo rispetto alla precedente avanzata del bosco, anche se non bisogna necessariamente associare il seminativo all’efficienza produttiva in modo scontato. Laddove, come accadeva quasi ovunque, il terreno richiedeva un’adeguata concimazione, la riduzione delle aree adibite a pascolo non giovava e le rese non sempre erano adeguate perché il pascolo fornisce il concime per i campi. Finalmente si equilibrarono pascolo e seminativo e si ebbe il superamento dei livelli di sussistenza, e specialmente della fame specifica, che aveva causato per secoli l’abbassamento della età media dovuta alla facilità per gli agenti patogeni esterni di aggredire i corpi afflitti da carenze alimentari importanti. Di seguito alcuni esempi .
Sistema in uso nei secoli VI-VIII
Sistema in uso nei secoli VIII-IX
(aumentata disponibilità di braccianti)
Sistema in uso nei secoli IX -X
(ancora maggiore disponibilità di braccianti)
L’accresciuta professionalità agricola fu dovuta anche all’introduzione progressiva di alcune novità delle quali l’aratro pesante, poco utile nei terreni mediterranei poveri di acqua perché un solco troppo profondo la disperderebbe, ma utilissimi nei terreni costellati di grandi zolle che non si possono spaccare con l’aratro tradizionale per giunta se trainato dala sola forza dei buoi. Riuscendo a modificare l’attacco dell’aratro ai cavalli, facendoli respirare, si potè utilizzare l’aratro pesante ( i latini lo adoperavano talvolta e lo chiamavano carruca) . Così anche eterreni rifiutati dall’espansione romana inveec furono resi coltivabili anche se non sempre a frumento ma anche a orzo e avena. Così si alimentavano i cavalli meglio (avena) e li si utilizzava per trainare l’aratro pesante.
Aratro leggero
Aratro pesante
Esempi di attacco nuovo al cavallo
Naturalmente, girare un aratrio pesante era molto difficile e quindi si tendevcva a ritagliare i campi in modo da avere a parità di suoerficie coltivata il minor numero di “girate” possibili.
Con il passare del tempo, il signore feudale avocò a sé quasi tutte le accise pensabili, puntando a un’estensione del diritto di banno, cioè la facoltà da parte del signore di regolare anche economicamente tutte le pertinenze relative ad una circoscrizione feudale. Tale prerogativa si sarebbe esercitata sulle acque, sull’esercizio della giustizia, sui passaggi dei ponti, sulle strade, sui granai, sui mulini, spesso sul forno, sul frantoio e perfino sul diritto di prendere moglie fuori dal feudo (Foris maritagium); senza contare, ovviamente, i diritti sulla produzione complessiva, materia che variava anche in modo essenziale da territorio a territorio, da persona a persona, da villaggio a villaggio. Pertanto i signori, lottizzando nuove terre arative, intesero ottenere una migliore distribuzione della forza lavoro contadina.
Questa tendenza interruppe bruscamente con un cataclisma.
Questo cataclisma lo chiamiamo Seconde invasioni e costituirono una cesura simile alle prime invasioni. Ne sarebbe derivato un effetto imprevedibile che chiamiamo “incastellamento”.
§ 7. L’Incastellamento
A partire dagli ultimi decenni del secolo IX e quasi fino alla metà del X la popolazione dell’Europa occidentale, anche se di volta in volta a causa di differenti invasori, aveva conosciuto un secondo flagello barbarico, le cosiddette “seconde invasioni”. Si trattò di eventi prolungati e drammatici che ebbero certamente un impatto sulle forme organizzative della produzione, della distribuzione e del consumo dei beni. A tal fine e per comprendere le enormi difficoltà non solo di spostamento delle merci ma persino di conservazione in loco è molto istruttivo tenere presente che solo gli ungari compirono ben ventuno spedizioni di saccheggio in Europa occidentale, che i saraceni avevano occupato l’intera Sicilia ( l’ultima roccaforte, Taormina, era caduta nel 909) tormentando con profonde incursioni tutto il bacino nord occidentale del Mediterraneo ( giunsero a quaranta miglia da Pavia) e che i Normanni avevano da tempo sottoposto l’intera Europa nord occidentale a sistematici saccheggi fino all’appropriazione legittima ( per s’intende per infeudamento) dell’attuale Normandia ( battaglia di Chartres , 20 luglio 911) dopo un quarantennio di precedenti incursioni e devastazioni in quasi tutta la Francia. I Saraceni vennero sconfitti dai principi dell’Italia meridionale soltanto quasi venti anni dopo l’occupazione della Sicilia, grazie alla citata battaglia sul fiume Garigliano, nel 915.. Il fenomeno che ne derivò viene comunemente definito “incastellamento”. Sembrerebbe, infatti, che qualunque proprietario grande o piccolo che fosse o anche una semplice comunità che comunque fosse in grado in grado di fortificare un sito cercò di farlo, difendendo un’area anche con mezzi di fortuna, come lo scavo di un fossato o l’innalzamento di una semplice muro. A fronte o in concomitanza se si vuole con tale fenomeno risulta comprensibile che una considerevole quantità di contadini che avevano rapporti di produzioni curtensi e che, fossero liberi proprietari o semplici contadini comunque vivevano del loro lavoro, scelse di avvicinarsi alla roccaforte, al castello del signore per trarne effetti di protezione in caso di difficoltà. In questo modo non solo si accorciarono le distanze sociali fra i servi del signore e i contadini ( la qualcosa ai fini della nostra indagine ha un rilievo relativo ) ma si omologarono i comportamenti; non soltanto il signore entrò a più stretto contatto con i suoi dipendenti o con quanti avessero con lui un rapporto di lavoro, ma si instaurò un diverso tipo di controllo sulla produzione; andarono così lentamente a mescolarsi elementi di diritto con elementi di fatto. Gli effetti furono importanti.
Ora infatti con l’incastellamento, il signore vuole/deve/può avere tutto sotto controllo e dunque allontana il bosco o il corso d’acqua e avvicina alla sua residenza ogni attività che ritiene di dover far rientrare nella sua giurisdizione.
Apportando modifiche nelle forme insediative, l’incastellamento influì anche nel paesaggio che si plasmò sulla nuova organizzazione del territorio: diminuì drasticamente il numero delle abitazioni che sorgevano direttamente sui poderi rustici , secondo la già studiata caratteristica del manso, a tutto vantaggio della urbanizzazione primitiva di un ‘area a ridosso del castello che assunse le caratteristiche di borgo funzionale alla residenza del signore; si trattò inizialmente di un agglomerato di case dove dimoravano i contadini che in taluni casi la gente volle difendere a sua volta costruendosi proteggendolo con una seconda cinta muraria. Restare nel territorio era diventato molto importante, lì infatti si lavorava. Le migrazioni circa castrum divennero un momento importante della vita sociale ed economica dell’alto Medioevo, in quanto costituirono i presupposti di un’economia che cominciava a fare del castello e delle esigenze connesse alla vita che in esso si conduceva non solo un punto di riferimento nella emergenza, ma direttamente della ordinarietà.
Sulle alture sorgevano i castelli e sotto le loro le mura o comunque in vista del castello si localizzavano le coltivazioni di maggiore importanza e delicatezza come gli orti e i vigneti; facendo se necessario dei terrazzamenti per risolvere il problema dei pendii, poi più in là, dove il terreno era più pianeggiante si praticavano le culture seminative, poi in terza fascia il pascolo e infine il bosco; entrambe zone, queste, cui i contadini potevano accedere dietro pagamento di un tributo, per far pascolare il loro bestiame e raccogliere la legna
Non per questo gli obblighi verso i padroni scomparvero. Se già con la signoria fondiaria come abbiamo visto già di configurano sui contadini una serie di assoggettamenti che competono per loro stessa natura alla funzione pubblica, ancor più chiaramente ciò avviene nella signoria detta “territoriale” o di banno. Con questa espressione ci si riferisce infatti all’ esercizio di una serie di privilegi in gran parte analoghi a quelli tipici del rapporto di concessione delle terre nella signoria fondiaria, ma ora estese oltre la persona, oltre il soggetto individuale per essere applicate anche a soggetti non legati necessariamente da un vincolo di natura patrimoniale con il proprietario del castello. Dal che con l’espressione “signoria territoriale” ci si vuole riferire ad un livello di signorili, imposti non più a singole persone economicamente soggette ma all’insieme degli abitanti di un determinato insediamento. Si tratta dunque di una accentuazione di controllo già ampiamente preesistente i cui effetti , le cui ricadute sulla produzione dei beni fu sensibile. Oltre a riscuotere i canoni in natura e in denaro, infatti, il proprietario fondiario esercitava già funzioni e privilegi che esulavano alquanto dalla semplice riscossione di un canone: i coltivatori infatti dovevano alla proprietà diversi donativi, fissati vuoi dalla consuetudine vuoi dalle stesse clausole contrattuali. Ma ora, con tale svolta nello stesso castello potevano risiedere abitanti economicamente sottoposti al signore insieme ad altri che coltivavano terre di un diverso proprietario, il quale anche se era materialmente lontano poteva o avrebbe potuto comunque rivendicare l’esercizio dei poteri connessi alla signoria fondiaria che dunque non era concettualmente in antitesi con la signoria territoriale .
I contadini erano inoltre sempre obbligati alle corvées (prestazioni lavorative gratuite sulle terre signorili) e persino in caso di controversie relative alle terre essi dovevano ricorrere alla iustitia dominica, ossia accettare che a dirimerle fosse lo stesso signore proprietario. Con la signoria territoriale il signore poteva imporre a carico degli abitanti del suo territorio anche la manutenzione delle infrastrutture, dalle mura del castello alle strade ai ponti alle torri di avvistamento. Anche la giustizia penale veniva esercitata da questo piccolo monarca assoluto che giunse a incamerare anche le multe e le pene pecuniarie comminate. Ma innanzi tutto il signore riscuoteva la «taglia», ossia un versamento in denaro da parte dall’intera comunità come corrispettivo della funzione di protezione che signore garantiva. Fu sempre il signore che incamerò le tasse dovute teoricamente al potere pubblico, quali il fodro (originariamente l’obbligo di provvedere al sostentamento materiale dell’esercito al suo passaggio,), l’albergaria (l’obbligo di ospitalità dovuto al sovrano). Nella lista degli obblighi verso il signore oltre quelli già elencati alla fine del precedente paragrafo si annovera anche la curadia, ossia la tassa sui mercati, il teloneo, ossia il pedaggio stradale, ed anche il ripatico ed il pontatico, rispettivamente quanto dovuto per utilizzare un porto fluviale o un ponte, senza contare le multe e le pene comminate ai condannati dalla stessa giustizia signorile. Si è rilevato talvolta infine anche il rotatico per usare carri e perfino il polveratico per il fastidio arrecato da questi carri in transito. Certo, si trattava di imposte variabili, applicate in modo quanto mai vago e differenziato, eluse con abilità e tenacia formidabili, ma segni inconfondibili dello spazio di azione del contadino.
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