mercoledì 13 novembre 2013
FOCUS PER LA III E "IL SISTEMA DATINI"
Un focus istruttivo: il “sistema Datini”
La forma giuridica tipica delle imprese del secolo XIV consisteva nel contratto di compagnia. In base a questo modello, più soci erano legati da una responsabilità di tipo mutualistica e personale nel far fronte ai debiti dell’impresa. Alcuni compartecipanti potevano essere soltanto soci di capitale, che offrivano esclusivamente le loro disponibilità finanziarie, altri sono soci amministratori, che prestavano la loro esperienza e capacità imprenditoriali nella conduzione concreta degli affari. Erano tutti legati fra coloro, collegati, compagni. Con l’avanzare del secolo, però, questo sistema non sembrava più reggere i colpi delle insolvenze e delle crisi regionali. Per far fronte a tale blocco il pratese Francesco Datini condusse un tipo diverso di ragionamento che oggi siamo in grado di delineare perché sono rimasti consultabili ben 100 libri contabili e 150.000 lettere commerciali; di nessun mercante-imprenditore medievale si ha tanta abbondanza di dati, fatto ancora più notevole se si considera che egli operò in un momento economico difficile, caratterizzato da scarsi guadagni. Con quell’andazzo la pratica più diffusa era questa, che una volta che il prodotto avesse raggiunto il mercato di vendita, questo veniva scambiato negli appositi locali di proprietà dell’imprenditore il quale, per fare ciò, utilizzava suoi rappresentanti regionali che potevano concludere i contratti a suo nome. Il Datini comprese che se si approvvigionava per esempio della miglior lana inglese tramite un suo referente e poi la trasportava Firenze per la lavorazione, era in grado di esportare un prodotto finito in tutta Europa, dunque anche nella stessa Inghilterra dalla quale il prodotto aveva tratto origine sotto forma di materia prima. Il che significa che Datini de localizzava, sì, ma non nel senso che trasportava in altro luogo la produzione quanto perché la coordinava in modo che ogni passaggio costituisse il momento di massima economia. Insomma non un’azienda “divisa” ma un “sistema di aziende”. Il sistema dell’azienda divisa è rigido, se una filiale fallisce, i creditori si rivalgono sulla casa madre, la quale, a volte può per questo motivo andare in crisi e fallire (cosa che era accaduta ai Bardi e ai Peruzzi per i quali la crisi delle loro filiali inglesi portarono al fallimento della casa madre). Invece Datini realizza un sistema che vede la cosiddetta casa madre a Prato, ma i suoi rappresentanti in tutta l’Europa occidentale. Certo, far funzionare una rete così estesa richiedeva una grandissima capacità di controllo e di organizzazione. Ecco perché con il sistema Datini le filiali non sono più alle strette dipendenze della casa madre perché esse sono collegate solo e da contratti specifici di fornitura. E’ chiaro che in questo modo l’organizzazione di Datini evitava la rigidità tipica del Medioevo commerciale, cioè l’eccessivo intreccio patrimoniale, aprendo la strada a soluzioni praticamente normalmente nei nostri tempi. Infatti, la sua non è più un'unica entità giuridica, ma un insieme di entità distinte ma collegate. Il sistema era certamente molto innovativo ma non immune, se fosse rimasto in quel modo, da gravi debolezze. I mercati devono essere fiorenti o comunque certi per entrarvi, questo è ovvio, non fosse altro che per la credibilità patrimoniale necessaria agli accreditamenti; ma a tale difficoltà oggettiva, con il sistema Datini, si contrapponeva molto vantaggiosamente una facilità altrettanto oggettiva e cioè quella dell’uscita senza danno da quel singolo mercato o quel tipo specifico di operazioni. Non è poco all’indomani economico, se così possiamo dire, di una serie di fallimenti. Quando, cioè, il o un mercato dovesse aver subito un colpo, la macchina avrebbe, comunque potuto essere bloccata anche se non giuridicamente, tuttavia economicamente. Questo problema fu risolto con l’utilizzo dell’agente commissionario, figura ampiamente adottata, per esempio, a Venezia. L’agente commissionario opera per conto del mercante e riceve una provvigione sulle vendite. Questo sistema permette una maggior flessibilità e nei mercati forti il Datini rimase sulle aziende divise, mentre nei mercati emergenti o comunque incerti egli utilizzò l’agente commissionario. Ne risultarono due aziende individuali, a Firenze e Prato, otto aziende collettive (Avignone, Genova, Pisa, Barcellona, con le filiali di Valenza e Maiorca) sei aziende mercantili (di cui una individuale), due aziende industriali (“Compagnia della Lana” e “Compagnia della Tinta”) una domestico-patrimoniale (Prato) una bancaria; diremmo oggi la cassaforte, naturalmente ben distinta dalle altre ma rigorosamente del Datini. Quest’ultimo pretendeva e otteneva dai suoi addetti, specie nelle sedi lontane, resoconti dettagliati e utili a seguire l’evoluzione delle economie locali attraverso una fitta corrispondenza che non può definirsi solo commerciale ma inerente a quel che oggi chiameremmo “marketing strategico”. In poco più di vent’anni, dal 1385 al 1410, il sistema messo in piedi da Francesco Datini conobbe un movimento di queste lettere pari ben 120.000 missive, alla media di 5000 l’anno. La forza dell’azione del Datini stava, come accade puntualmente per tutte le figure di questo tipo, nella grande qualità delle relazioni che fu in grado di intrattenere e coltivare. Ricordiamo fra questi finanzieri di alto rango, come, fra i fiorentini, Filippo Tornabuoni, e Piero Bonciani, il lucchese Bartolomeo Balbani, l'aretino Lazzaro Bracci, nonché fini diplomatici come Niccolò da Uzzano. Ne risultò un sistema che poteva contare su vere e proprie filiali che andavano dalla Francia all’Italia alla penisola iberica e ciascuna era specializzata in un determinato tipo di affari; da qui, e non dalla manovra puramente finanziaria, prese corpo l’attività bancaria. L’intuizione di Datini, in assoluto, non è del tutto originale, anzi, ma è il modo con il quale interpretò l’accumulazione e la gestione degli utili a sorprendere per la modernità; la sua non era una banca disposta a qualunque impresa per di trarre profitto, era la banca della holding, operava con la proprietà rispetto a consociate di cui aveva il controllo, finanziandone sapientemente i movimenti. Risulta molto interessante, in tal senso, la serie di rapporti di servizio che Datini intratteneva con aziende estranee che venivano interpellate per una forma semplificata di terziarizzazione.
Datini riuscì non solo ad ottenere economie di scala ma diede un esempio di Merchant banking, diremmo oggi, veramente impressionante. Già nel 1383, data del suo rientro in Toscana, Datini aveva accumulato un patrimonio di 100.000 fiorini; quando un fiorino era un conio perfettamente aureo . Se si considera che il capitale iniziale dal quale partì il Datini, nella sua storia professionale, a fare data dal 1373 era stato di 4.600 fiorini, si comprende che non siamo tanto di fronte ad un self-made man inteso in senso assoluto, ma ad un uomo che seppe profittare come meglio non si poteva della base dalla quale poteva partire. Certo, dovette essere un soggetto alquanto spregiudicato, almeno all’inizio della sua ascesa quando, ventenne, si trovò ad Avignone nel bel mezzo di un interdetto lanciato dal papa contro i fiorentini ed essendo pratese poté approfittarne. Infatti, i ben 600 operatori commerciali fiorentini che risiedevano ad Avignone dovettero fuggire dal regno di Francia dove stava allora il papato e il nostro Francesco di Marco Datini si offrì di prendersi cura delle liquidazioni precipitose di quei fuggiaschi, che dovettero pure ringraziare e prendere la via di Genova o Venezia. Alla fine, tuttavia, suo capitale, quei 100.000 fiorini, parla da solo e per quanto sia assolutamente impossibile convertire in valore d’acquisto dell’oro fra il secolo XIV ed il nostro XXI, solo per divertissement possiamo subito calcolare che si tratterebbe di 350 kg. di oro puro; avendo, però la consapevolezza che in quegli stessi anni un appartamento in città costava 10 fiorini d’oro e che il potere d’acquisto della moneta d’oro in solo peso non può essere calcolato perché il peso vero era dato dal conio; nel caso di Firenze siamo ai vertici assoluti; si tratta del famoso Giglio con l’altrettanto famoso San Giovanni battista. Morendo, nel 1410, Francesco Datini finanziò la nascita e il patrimonio di una Fondazione, “Il Ceppo dei poveri” .
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