martedì 7 gennaio 2014

CLASSE IV B STATO DI NATURA E STATO POLITICO IN HOBBES

Stato di natura e stato politico Il concetto di stato di natura è uno strumento critico, un’astrazione mentale, quasi un “esperimento” mentale con il quale Hobbes ha inteso sia mettere a nudo le caratteristiche auto-conservative della natura dell’uomo, con l’obiettivo di illustrare teoricamente la genesi dello stato. Lo stato di natura hobbesiano riflette una condizione di individualismo per il quale ogni essere umano tende a provvedere alla propria conservazione, a qualunque costo, anche aggredendo ed eliminando i concorrenti della sua stessa specie, cioè altri uomini. E’ il il celebre concetto di homo homini lupus, espressione tratta da una commedia di Plauto, in base al quale l’uomo, in natura, ovvero al di fuori di una società organizzata, si comporta come un animale aggressivo. In ciò, ogni uomo ovviamente agisce attingendo direttamente a quanto ritiene indispensabile per conseguire la propria sicurezza. Siamo dunque di fronte, con Hobbes, ad una visione antropologica che definiremmo egoistica, almeno in quello stato di natura che è caratterizzato dalla necessità per la quale ognuno insegue il bonum sibi. Questo comporta, almeno potenzialmente, il cosiddetto bellum omnium contra omnes, espressione, questa che poi come anche homo homini lupus resta impressa nella memoria degli studenti come sintesi estrema della concezione hobbesiana. Però bisogna stare anche attenti al vero senso con il quale un filosofo assume talune espressioni. In questo caso il concetto-chiave non è quel tutti contro tutti che tanto ci colpisce , ma la parola bellum. Vedete, siccome in guerra non vi sono regole, non vi è neanche diritto; cosa, questa che sarebbe stata discussa, proprio in quegli anni di feroce contesa fra i potenti, dai cosiddetti Giusnaturalisti, ovvero come dice il nome dai teorici della esistenza di un diritto naturale. Ora però se si pensa ad un diritto naturale per ciascun individuo, esso va considerato come un qualcosa che possa assicurare non la estinzione ma la conservazione; solo che in assenza di un quadro normativo che ci dica quali siano questi elementi di diritto naturale e come si esercitano al fine almeno della non-estinzione del genere umano, alla fine, pensa non tanto banalmente il nostro Hobbes, tutti hanno diritto a tutto. Almeno in teoria, ovviamente. Tale diritto non è d’altra parte vincolato ad alcuna garanzia razionale; la valutazione del bene è individuale e prospettica, e può essere condotta secondo calcolo razionale, ma anche su base esclusivamente pulsionale. Tanto maggiori, quindi, i rischi connessi all’esercizio concreto del proprio diritto naturale, perché, come osserva Hobbes, quando jus coincide con utile e tutti gli uomini hanno diritto a tutte le cose, è come se nessuno avesse diritto ad alcuna cosa. Un paradosso? Vedete, ragazzi, questo paradosso c’è ma è ineliminabile; almeno secondo Hobbes che ritiene la paura di morire o essere sopraffatti come la molla principale delle azioni umane. Ecco perché questa molla-paura alla fine conta più della molla-bramosia. Ma le due cose sono interconnesse dato che in fin dei conti la bramosia è funzionale ad assicurare una migliore gestione della paura. Ma leggiamo direttamente da lui. “… poiché gli uomini per naturale passione sono reciprocamente offensivi in diversi modi, poiché ogni uomo pensa bene di sé, e non ama veder altrettanto negli altri, essi devono necessariamente provocarsi l’un l’altro; …fino a che, in ultimo, sono indotti a determinare la preminenza mediante la violenza e la forza del corpo. Di più, considerando che molti appetiti degli uomini li spingono ad un unico e medesimo fine, che non può, né essere goduto in comune, né diviso, ne consegue che il più forte deve goderne da solo, e chi sia il più forte, lo si decide in battaglia. (…) La necessità di natura induce gli uomini a volere e desiderare il bonum sibi e ad ad evitare ciò che è nocivo, ma sopra tutto quel terribile nemico di natura, la morte, dalla quale ci aspettiamo la perdita di ogni potere, e anche la maggiore delle sofferenze corporali al momento del trapasso, non è contro ragione che l’uomo faccia tutto quel che può per preservare il proprio corpo e le membra, sia dalla morte che dalla sofferenza. (…) Così come il giudizio di un uomo, nel diritto di natura, deve essere impiegato per il suo proprio beneficio, così anche la forza, il sapere, e l’arte di ogni uomo sono rettamente impiegati, allorché egli ne usa per sé; altrimenti, un uomo non può avere il diritto di conservarsi. (…) Ma il fatto che tutti gli uomini abbiano diritto a tutte le cose, in effetti, non è una situazione migliore di quella che si avrebbe se nessun uomo avesse diritto ad alcuna cosa. ( …) Poiché lo stato di ostilità e di guerra è tale, che per esso la natura stessa viene distrutta, e gli uomini si uccidono l’un l’altro, colui che teorizzasse di voler vivere in uno stato come quello della libertà e del diritto di tutti a tutto, si contraddice. “ Lo stato di natura dunque è una situazione di uguaglianza, di equiparazione nel diritto e nei rischi connessi alla sua esecuzione, ma anche come condizione teorica limite, proprio per la inevitabilità del conflitto, e quindi della distruzione. Questa sarebbe una normalità conflittuale; ma la normalità desunta dal quadro antropologico che non può non definirsi pessimistico, in assenza delle leggi che istituiscono un corpo civile, è dunque la guerra: la natura oppone tra loro i detentori del diritto a tutto, in conseguenza della sproporzione tra le aspirazioni e la disponibilità effettiva di mezzi. La guerra si rivela decisiva per la genesi dello stato: • in quanto nuovamente livella qualsiasi pretesa differenza naturale tra gli individui, soggiogandoli al comune, ineludibile rischio della morte, • in quanto, di fronte all’universale timore per la vita, emerge come valore insostituibile la pace. Infatti, secondo Hobbes, davanti alla incombenza della morte si fa viva un’istanza superiore, rappresentata dalla ragione, che suggerisce una condotta più adeguata all’obiettivo della preservazione di sé. Ciò si traduce in una serie di dettami, che Hobbes specifica come precetti della legge naturale, i quali sottolineano la convenienza a ricercare un accordo generale, che eviti il rischio della vita, essi sono: • la disponibilità a rinunciare al diritto originario che scatena il conflitto, • la contestuale ricerca di un patto con gli altri individui. D’altra parte, il fatto che la ragione solleciti non significa che essa imponga coercitivamente la scelta ragionevole: così la legge naturale, vincolando solo in foro interno (cioè nella coscienza), non costituisce un principio obbligante in assoluto, una garanzia sufficiente a eliminare i rischi del conflitto o fondare l’ordine della pacifica convivenza. Nello stato di natura non è possibile mantenere la pace e contemporaneamente assicurare la conservazione della vita umana: la logica stessa della lex naturalis spinge verso un’unione contrattuale che implichi la mutua sicurezza. Questa, a sua volta, è conseguibile solo trascendendo l’immediatezza egoistica delle relazioni naturali in un corpo politico, risultato di un contratto, in virtù del quale gli individui si spoglino del loro diritto in favore di un solo uomo o gruppo di uomini (beneficiari non contraenti il patto stesso), che assumano ogni diritto e quindi ogni potere sovrano. Allora l’individuo è tale nella misura in cui si «nega» (ed anche questo è un ben tragico paradosso) come realtà che trascende l’ordine politico e nella misura in cui accetta di coinci¬dere obiettivamente e definitivamente con la struttura socio-politica. Hobbes concede all’individuo tutta e solo quella libertà che non disturba il potere dello Stato e lo svolgersi di quel diritto statale che è originario ed inalienabile. La coscienza, come categoria o dimensione fondamentale della persona, deve coincidere, nel suo riferimento pubblico, con la logica o la ragione dello Stato. Per Hobbes, infatti, la moltitu¬dine dei singoli uomini serve esclusivamente a formare l’unico individuo artificiale che ha piena possibilità, e dunque per quanto vi possa scandalizzare, legittimità, di esistere e cioè lo Stato. Hobbes non nega l’artificiosità della esistenza storica dello stato; però comunque resta che lo Stato è l’unica realtà politica reale, cioè esistente con piena legittimazione logica. La persona, la li¬bertà di scelta, e tutti i valori che indicano l’ etica della persona, trovano nella struttura dello Stato un fattore fondamentale di legittimazione. L’individuo è se accetta di coincidere totalmente con la struttura della vita sociale, cioè lo Stato. Il tentativo di assorbimento della realtà della persona (e quindi della sua obiettiva responsabilità di carattere etico e di creatività sto¬rica) nella realtà dei rapporti sociali, o più precisamente nella struttu¬ra della società statuale, esige ovviamente la riduzione dell’intera vita sociale alla realtà dello Stato. La logica dell’assorbimento dell’individuo nella struttura dello Sta¬to non si ferma per Hobbes di fronte a nessuna conseguenza: la più paradossale – e drammatica ad un tempo – è contenuta nella identifi¬cazione della libertà personale con l’obbedienza totale alle leggi dello Stato. Questa concezione nasce dall’idea di Stato moderno come Stato assoluto; è questo l’assolutismo hobbesiano: il sovrano è sempre e comunque legibus solutus. . Si tratta di una assolutezza di tipo teorico ed etico, la concezione cioè dello Stato come la realtà che definisce in modo permanente la personalità dell’uomo, che informa definiti¬vamente la struttura sociale e quindi regola il corso degli avvenimenti storici. Ad un’unica volontà. Gli individui stipulano un contratto sociale, in base al quale si impegnano reciprocamente a non opporre resistenza alla volontà di quell’uno al quale tutti si sono sottoposti. E’ così che lo stato, come l’istituzione la cui volontà, in virtù del contratto da tutti stipulato, vale come volontà generale. Il detentore di questa somma autorità può essere una persona o un’assemblea. Il suo potere è illimitato, inalienabile e indivisibile. Hobbes paragona questo Stato al Leviatano biblico, simbolo di un potere insuperabile o “di quel Dio mortale, al quale noi dobbiamo la nostra pace e la nostra difesa, sotto il Dio immortale”. Il sommo dovere di colui a cui è demandato il potere statale è il conseguimento del benessere del popolo. Al fine della coesione del tutto la Chiesa deve essere subordinata allo Stato. Tale giustificazione dell’assolutismo è conseguenza della meccanicità alla quale tutto il mondo è soggetto: in esso il principio razionale non deve guidare solo la scienza degli uomini, ma penetrare nelle loro stesse vite attraverso l’imposizione razionale di un potere assoluto che pone fine alla naturale anarchia che scaturirebbe dalla prevaricazione di ciascun uomo sull’altro.

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