martedì 7 gennaio 2014
CLASSE QUARTA HOBBES PRIMA PARTE
"Io, figlio della paura"
Scherzando sul fatto di essere stato partorito prima dei nove mesi per lo spavento che la madre ebbe nel sapere che gli spagnoli potevano sbarcare in Inghilterra (siamo al tempo della Invencibile armada, 1588) Hobbes sostenne che la più grande forza propulsiva delle azioni umane è la paura. Tale convinzione, tratta in parte da esperienze dirette della sua vita ma in parte maggiore dai suoi studi, lo portò a concepire una teoria politica nella quale egoismo, brama ma specialmente paura, costituiscono i tre punti per i quali passa il piano della società. Una visione indubbiamente pessimistica che, tuttavia, anche a non addentrarvisi, presenta il pregio di sgombrare il campo da quella che, sia prima sia dopo il secolo XVII, fu la convinzione che la buona politica dovesse perseguire il bonum commune, per dirla con Tommaso d’Aquino, avvicinando l’umanità quanto più è possibile al bene. Per Hobbes il bene non ha a che fare con la politica non diversamente da quanto per Machiavelli con la politica non ha niente a che con la morale fare . Lo stesso vale per la ricerca della felicità, tema che poi sarà vagheggiato da quegli inguaribili ottimisti che furono i grandi protagonisti dell’Illuminismo. La filosofia hobbesiana contesta l’idea che abbia senso a parlare dell’uomo giusto, eccellente e probo che tende alla felicità; una visione, questa presente in una parte della filosofia antica. L’uomo non è concepito come un “animale” politico o sociale per natura com’era invece per l’antropologia classica (Aristotele, essenzialmente) e anche per quella medioevale, bensì viene concepito essenzialmente come un’entità individuale messa a soqquadro dalle sue stesse passioni. Anzi, sradicando il problema della felicità dall’orizzonte degli obiettivi della politica, in quanto aspirazione inessenziale e fuorviante, Hobbes afferma un’idea di uomo che fa un bilancio fra “entrate” e “uscite” calcolate in base a un patrimonio di pulsioni, passioni e bramosie che vanno soddisfatte nella maniera meno costosa possibile. Dunque la paura imperatrix mundi ? Sostanzialmente si. La bilancia, potremmo disegnarla alla lavagna, così
Come si vede, sul piatto della bilancia non vi sono virtù ma pulsioni; due sole, ma bastano per far fare tutto: la brama e la paura… ma “pesa” di più la paura. Hobbes è cioè convinto dell’impossibilità di un’armonia, di un controllo delle passioni. E la ragione? Niente ragione? Sarebbe inutile, secondo Hobbes, pretendere che la ragione in politica abbia un potere formativo. Tutt’al più la ragione può spingere a costruire un potere più forte delle passioni e fare leva sulla paura per arginare le spinte distruttive di individui. Ma per fare questo Hobbes, che è in fin dei conti innamorato della costruzione intellettuale, invece di scrivere un manuale per aspiranti domatori della belva umana, scrive un libro di filosofia nel quale vuole dimostrare il perché ed il per come delle sue teorie e senza indugio spavaldamente si immerge in una delle avventure più interessanti del pensiero, retrodatando l’analisi in una ipotetica notte dei tempi al fine di esplorare il cosiddetto “stato di natura”.
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