martedì 7 gennaio 2014

CLASSE QUINTA, MARX PRIMA PARTE

MARX, INTRODUZIONE “Non è la coscienza degli uomini a determinare il loro modo di essere, ma è la loro condizione materiale ed economica a determinare la loro coscienza”. Con questa profonda convinzione nasce il materialismo storico di Marx, per il quale a determinare il modo di pensare degli uomini non sono le idee, ma i rapporti economici che esistono nella società. Sulla base di tale presupposto Marx giunge alla convinzione che al filosofo non compete più soltanto il compito di capire il mondo, ma, per la prima volta, di tentare di cambiarlo. E se si vuole cambiare il mondo, occorre, secondo Marx, non limitarsi a modificare le idee delle persone, bensì agire radicalmente sui rapporti economici e sociali che esistono nella realtà concreta. La struttura economica, per Marx, determina infatti gli elementi spirituali della società e solo agendo sui rapporti economici si può modificare la realtà. La visione marxiana del mondo è dunque una visione materialistica, connotata tuttavia in modo alquanto articolato e comprensibile solo cogliendone la struttura dialettica. Tuttavia il nome di Marx, che piaccia o no, è stato e forse lo sarà ancora per molto tempo, legato molto più alle sue teorie politiche che a quelle filosofiche e dunque alla sua idea di Comunismo, nei confronti del quale l’importanza delle idee filosofiche del pensatore tedesco sembravano dover cedere il passo. Infatti per più di un secolo la filosofia di Marx, complice involontario Marx stesso che si dedicò con tutte le energie allo studio dell’economia ed alla politica, sembrò costituire niente più di un semplice presupposto . Ma quando il tempo ha emesso il suo verdetto sulle idee economiche e politiche di questo grande pensatore mostrandone le crepe più profonde e le umane imperfezioni, ecco che la filosofia di Marx si trasforma da Cenerentola a principessa e quella imponente mole di studi critico politici e critico sociali che hanno caratterizzato ed accompagnato un secolo di marxismo sembra vecchia e forse per alcuni persino dannosa, per i più comunque inutile. Invece le posizioni filosofiche , le riflessioni che hanno portato Marx a concepire quel suo grandioso disegno politico-sociale restano solide e sembrano quasi aumentare il loro fascino e la loro straordinaria attualità nella paradossale misura nella quale il Comunismo marxista, nel mondo, mostra di aver esaurito la sua fase storica. Come vostro docente di filosofia, vorrei che almeno qualcuno di voi alla fine di queste lezioni possa pensare di Marx ciò che Marx disse di Hegel, che cioè non è un cane morto. Ma perché il mio desiderio si avveri, è necessario studiare con molta concentrazione e, come sempre, senza pregiudizi. §1. La formazione ed i primi scritti Nella sua tesi di laurea sulla “Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro”, Marx interpreta lo stato della filosofia dopo Hegel in analogia con la situazione delle filosofie ellenistiche dopo Aristotele. E' possibile una svolta della filosofia dopo le grandi sintesi sistematiche? Secondo Marx, dopo Hegel, la filosofia deve riprendere la sua funzione con mezzi migliori e specialmente con più consapevolezza degli effetti che può avere un’azione critica nel mondo esterno al semplice pensiero. Secondo il giovane Marx, in sintonia con i giovani hegeliani, il compito della filosofia si configura, infatti, come critica razionale della situazione esistente realizzata attraverso l’analisi dell'inadeguatezza della realtà rispetto a ciò che è razionale. Fin qui dunque niente di particolarmente originale. Nel 1843, però, quando la sua attività giornalistica gli ha già fatto toccare con mano l’incidenza degli interessi materiali nella vita sociale, Marx si convince che per modificare la realtà occorre, sì, la forza, ma considerando la teoria stessa come una forza sociale che corrisponda ad un’azione condivisa storicamente efficace. Per il giovane Marx, infatti, che in ciò resterà sempre hegeliano, il processo storico è caratterizzato da una tendenza a realizzare l'idea; si tratta però non di un astratto processo di autocomprensione dello spirito ma della democrazia, intesa come la massima partecipazione possibile di tutti al potere legislativo. Se fino al 1843 Marx riteneva ancora possibile una soluzione politica del conflitto reale tra società civile e Stato, già con il successivo scritto “Sulla questione ebraica” egli afferma che nei cosiddetti 'diritti dell'uomo' delle rivoluzioni americana e francese si nasconde una mistificazione, quella di assolutizzare nella forma di “essenza dell'uomo” le caratteristiche del borghese, il bourgeois, detentore di proprietà, ben caratterizzato dai suoi interessi. Dal che deriva una conflittualità inesorabile perché il motivo economico, in quanto tale, rende per principio ogni uomo ostile agli altri uomini, che considera potenziali concorrenti se non oggettivi limiti alla propria libertà. Seguendo questo filone, nella “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico” Marx riconosce ad Hegel il merito di aver adoperato il metodo dialettico, che, consentendo di scoprire nel reale l'opposizione tra le varie determinazioni storiche e sociali, è essenziale nella comprensione della genesi e della struttura degli stati moderni. Ne risulta che, secondo Marx, lo stato borghese dell’Ottocento è contraddistinto dalla separazione tra "società civile" (ossia l'organizzazione economica e sociale) e "organizzazione politica". Questi due elementi sono opposti tra loro e ciò costituisce una vera contraddizione dialettica nel senso hegeliano: ogni elemento, nell'opporsi all'altro, allo stesso momento lo genera, lo legittima, lo tiene in vita e lo garantisce come separato da sé. Questa opposizione dialettica sta a fondamento di altre opposizioni, come quella ad esempio tra l'uguaglianza proclamata sul piano giuridico - politico e la disuguaglianza economica, fatto che, invece, sta alla base e fa funzionare l'ordinamento economico nel quale la borghesia prospera. La società borghese dunque è solo "una cornice esterna agli individui"; i quali non si identificano in essa, come non si identificano nello Stato in cui essa si esprime.Secondo Marx , Hegel ha colto bene la contraddizione tra il particolarismo della società civile , ovvero il mondo borghese, e la sfera universale ed universalizzante dello Stato ma si è illuso che tale contraddizione trovasse il suo superamento nello Stato come momento supremo dello spirito oggettivo. Ve ne è abbastanza per iniziare un processo di pensiero che porterà Marx alquanto lontano da queste posizioni che, se non vengono certo rinnegate, tuttavia troveranno in seguito una collocazione concettuale molto più strutturata. § 2.La critica alla sinistra hegeliana ed a Feuerbach Con un’opera del 1845, La sacra famiglia , pubblicata insieme a Friederich Engels, e meglio l’anno dopo con L’ideologia tedesca, Marx prende ironicamente di mira i 'giovani hegeliani', in quanto essi credono di svolgere una critica di portata storica quando invece si limitano però ad elaborare una filosofia che nega con disprezzo non solo l'ordinamento esistente, ma anche il mondo degli uomini comuni. Così facendo, essi pensano di essere dei veri rivoluzionari, ma lo sono solo nella loro immaginazione perché l’esercizio critico fine a se stesso non modifica in niente il profilo di una società. Piuttosto, sostiene Marx, questi ex- 'giovani ribelli', che credono di produrre il nuovo elaborando una teoria rivoluzionaria, dovrebbero semmai essere capaci di mostrare il nesso esistente tra la filosofia e la realtà, cioè il nesso tra la loro critica e il loro ambiente materiale. Ben diversa attenzione Marx riserva a Feuerbach, il cui spessore, come abbiamo visto nelle lezioni precedenti, è tutt’altro che trascurabile. Per Marx, Feuerbach aveva avuto il merito di aver smascherato il mondo rovesciato della religione, cogliendone lucidamente la genesi antropologica, ma non aveva tuttavia colto completamente il carattere storico della natura umana e le condizioni che rendono possibile il costituirsi di quei meccanismi proiettivi che determinano la religione stessa. Marx rimprovera inoltre a Feuerbach di non avere pienamente compreso che gli uomini sono esseri soprattutto storici e sociali, oltre che naturali. In questo senso appare più efficace Hegel nel negare l'esistenza di una natura umana assoluta e nel concepire lo sviluppo storico come un processo di auto comprensione e dunque, fatto essenziale, autoformazione degli uomini. Marx afferma che non esiste l'Uomo in generale, né un’essenza assoluta dell’umanità. L’umanità, o almeno quello che Feuerbach chiama umanità, non è altro che la problematica commistione degli individui concreti all'interno di una complessa rete di rapporti che, evolvendosi, accompagna lo sviluppo storico. Invece nella filosofia di Feuerbach é ancora forte un'eredità di stampo illuministico. Infatti il materialismo di Feuerbach, vicino a quello settecentesco, concepisce l'uomo come entità naturale e non come prassi attiva trasformatrice della natura; di conseguenza esso considera la realtà sensibile come oggetto già costituito, non prodotto storico, come invece è. La necessità allora è quella della trasformazione, concetto, questo che trova espressione nelle Tesi su Feuerbach, ed in particolar modo nella celebre tesi XI, secondo cui “I filosofi hanno solo diversamente interpretato il mondo; si tratta però trasformarlo”.

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