giovedì 19 settembre 2013
APPROFOND. STORIA N.1 CLASSE III
LEZIONE DI APPROFONDIMENTO N.1. CLASSE III
I Monasteri. Preghiera e lavoro
In controtendenza rispetto al pesante abbassamento dei livelli di produzione, al progressivo imbarbarimento dei rapporti civili e alla decadenza vistosa dei centri urbani, si affermarono in tutta l’Europa occidentale nuove unità produttive, nuove comunità, nuovi centri di vita sociale. Infatti, , in Italia, nonostante la grande crisi dovuta alla guerra greco-gotica, si sviluppò una regola monacale che esorbita dalla storia della religione per trovare anche posto in quella dello sviluppo economico altomedievale. Si tratta della Regola di San Benedetto e della diffusione dei monasteri benedettini, quelle comunità di vita, preghiera e lavoro, che a partire dal VI secolo cominciarono ad agglomerare intorno al proprio mondo una serie di attività economiche e talvolta sociali; una novità. La ‘regola’ di san Benedetto insiste molto sull’obbedienza e sulla disciplina quali elementi distintivi della vita monastica, associandola ad una serie di doveri individuati all’interno del concetto cristiano di solidarietà collettiva.
La benedettina Schola Dominici Servitii è, sì, un mondo indirizzato al raccoglimento interiore, ma esso non si esprimeva soltanto con la preghiera in senso stretto. Per lo spirito benedettino, infatti, è l’ozio il vero nemico dell’anima e pertanto applicarsi in attività di lavoro, nel senso di attività produttive, è come restare aderenti alla scelta di consacrarsi al Signore. Il lavoro manuale è parte integrante del servizio e appare assolutamente consono al senso religioso (conversio morum e opus manuum). La regola benedettina specificava apertamente che “Per quanto sia possibile il monastero deve essere organizzato in modo che vi sia disponibile tutto il necessario, il che vuol dire l’acqua, un mulino, un orto e delle botteghe in cui sia possibile praticare i diversi mestieri all’interno del monastero, perché i monaci non devono vagare fuori, cosa che non giova alle loro anime” . Anche quando, in seguito, si ammise il ricorso a mano d’opera esterna, quest’ultima dovette comunque condursi secondo i principi della regola e fu influenzata dall’ideale autosufficientista. I monaci, coerentemente con l’idea che la cura materiale fosse un atto di rispetto e piena accettazione della volontà del Creatore di tutto l’universo, erano chiamati a provvedere ai propri bisogni concreti non con la questua o l’elemosina ma con la produzione dei beni: che si trattasse di fare i contadini, gli artigiani, gli allevatori o quant’altro, per san Benedetto non faceva una gran differenza purché essi lavorassero. Ne conseguì che il monastero benedettino divenne ben presto non solo un modello di vita spirituale ma, date le terribili circostanze che avevano segnato i tempi, anche di produzione economica.
In senso stretto la “Regola” di san Benedetto era solo una delle tante regole monastiche d’occidente e una storiografia più avvertita ha chiarito che esistevano dei precedenti interessanti che esplicitavano l’esigenza del lavoro manuale nella vita monastica, come le comunità di Pacomio e di Agostino. Ma la vera importanza della cultura benedettina sta proprio nella centralità di questo rapporto rispetto al mondo ‘laico’. Non è, infatti, difficile comprendere come san Benedetto non fosse soltanto preoccupato di evitare l’ozio o di tenere comunque occupato manualmente il giorno del suo monaco, quanto di costruire delle realtà che potessero dipendere il meno possibile dalle rovinose vicende del mondo esterno. Epidemie, saccheggi, carestie, per non dire delle invasioni barbariche, non avevano, infatti, distrutto soltanto l’ager, non avevano, cioè, soltanto pregiudicato il frutto del lavoro umano ma messo in discussione il lavoro in quanto tale, perché avevano colpito il sistema degli sbocchi, penalizzando il funzionamento e l’orientamento al mercato della collettività contadina e produttiva.
Il monastero fu soprattutto un centro di organizzazione, costituendo una restaurazione del significato di finalizzazione collettiva del lavoro umano, inteso anche ai fini materiali, cioè di benessere. Ecco perché esso doveva partire dalla certezza del luogo (stabilitas loci), quasi per far sì che il monastero diventasse un elemento architettonicamente visibile, rassicurante, nel mare delle citate incertezze e precarietà. Tale particolare non costituisce un dettaglio, perché questo costituirsi apertamente come centro di produzione, in aperta contrapposizione con il vagabondaggio e l’elemosina alla quale spesso ricorrevano i monaci ricalcando consuetudini orientali, divenne ben presto anche un fattore attrattivo ed ordinativo. Infatti, dissodamenti, bonifiche, reintroduzione di tecniche agricole abbandonate, furono tutte attività che ebbero il centro di diffusione e propulsione assai più nel monastero benedettino che non nella villa padronale, ormai sempre più simile a un luogo chiuso e fortificato, estraneo e al contempo ostile alla vita sociale e alla solidarietà. Notiamo la ricomparsa dell’hortus che con tutta probabilità si deve all’iniziativa dei monaci, così come la ricomparsa dell’erboristeria, senza contare evidentemente la viticoltura che, spinta dalla necessità di disporre del vino per la Messa, tornò a fare la sua parte in quel tormentato periodo di generale scarsità di risorse. Non bisogna certo pensare che i monasteri benedettini fossero delle fattorie agricole, anzi. All’interno dell’organizzazione del labor non vi era evidentemente solo il lavoro manuale, perché il significato dell’operare e del produrre prevedeva, in quella concezione di monachesimo, anche, se non soprattutto, elementi di valore culturale a loro volta tutt’altro che estranei allo sviluppo economico. Per dedicare, infatti, le venti ore settimanali previste da San Benedetto per la meditazione sui testi sacri, i monasteri dovevano necessariamente essere dotati di una biblioteca e, perché essa funzionasse, vi dovevano essere addetti monaci istruiti il che vuol dire che doveva essere attivata una vera e propria scuola. I monasteri benedettini ben presto furono dotati di uno scriptorium, dove i manoscritti della biblioteca, per motivi di numero e di conservazione, potevano essere ricopiati; fatto, questo, che avrebbe rivestito un’importanza straordinaria nell’evolversi dei fatti storico-sociali dell’Europa occidentale. In termini economici il concetto di scuola ebbe un grandissimo rilievo anche nel senso della conservazione delle tecniche; per esempio nelle successive fasi di nuova messa a coltura di aree o abbandonate o vergini il ricorso alle competenze riconducibili alle conoscenze ecclesiastiche fu decisivo. Come dire che l’istanza monastica di trattenere e trascrivere una massa ingente di nozioni non fu determinante solo per le humanae littaerae ma anche per la salvaguardia delle nozioni tecniche agricole; questo si avvertì naturalmente dopo i primi anni ma non tardi.
Il monastero in pratica iniziò a sostituirsi al centro urbano riguardo a talune funzioni civili e divenne un’entità preziosa anche per la conservazione di nozioni culturali anche semplici ma essenziali per la riorganizzazione di un territorio da un punto di vista economico-produttivo. E’ un fatto che non richiede commenti il proliferare intorno ai monasteri di mercati, centri di scambio e perfino fiere. Invece di chiudersi, i monasteri, forti della fede e del rispetto che i monaci avevano guadagnato anche presso i barbari, si aprirono alla collettività, ottenendone anche riconoscenza. La base del sistema di acquisizione di fondi e in genere dei beni fu quella dei donativi testamentari; si trattò quasi sempre di appezzamenti di terreno che molti proprietari concedevano al monastero. Quando i monaci non riuscivano a coltivare questi fondi, il che accadde sempre più spesso, essi appaltavano il lavoro ai servi ministriales seguendo in tal modo gli stessi passaggi che la Chiesa romana aveva compiuto quando, come abbiamo visto, aveva iniziato ad amministrare il suo Patrimonium Sancti Petri. I Ministeriales costituirono il primo e maggiore soggetto sociale non ecclesiastico che godette dei vantaggi della contiguità a un monastero, perché moltissimi di questi addetti lavorarono sia per il monastero sia per altri padroni, se non per se stessi. Questo fatto caratterizzò l’estensione concentrica, se così possiamo dire, del Monastero. Così facendo, ben presto in tutta l’Europa occidentale i monasteri benedettini assunsero un rilievo veramente centrale nel contesto delle attività produttive, generando un effetto benefico anche su strutture non religiose.
In tal modo la presenza economica dei monasteri, assunse valore strutturale. Vennero pertanto in uso presso i monasteri le abitudini di concedere le terre ai lavoratori nella forma della precaria , la quale a volte era assolutamente gratuita, a volte prevedeva un pegno o un pagamento. La capacità dei monasteri, poi, di assistere materialmente le categorie sociali ed economiche più povere e soggette ai disastri dei cattivi raccolti, fu indiscutibile. Giova alquanto considerare un passo dalla Vita di San Benedetto di Aniane, che descrive un avvenimento significativo per la funzione dei monasteri dell’alto Medioevo: “Sorta in quel tempo (anno 779) una gravissima carestia, cominciò a confluire da lui (cioè al Monastero) una moltitudine di poveri, vedove e bambini, stipandosi alle porte del monastero. Benedetto, vedendo questa gente consunta dalla fame e ormai quasi inghiottita dalla morte, si addolorava poiché non sapeva come nutrire una tale moltitudine. Ma poiché a coloro che temono Dio non manca nulla, ordinò che fossero messe da parte fino al nuovo raccolto le scorte per nutrire i frati, ed il resto lo fece distribuire dai frati stessi un po’ per volta ogni giorno. Ed ogni giorno veniva distribuita carne di armenti e pecore , ed anche il latte di capra veniva in aiuto”. I famosi centri di Farfa, Bobbio, San Gallo, York, Novalesa, Cluny, etc., non furono dunque soltanto grandi monasteri ma grandi centri propulsori di vita economica, capaci anche di attirare investimenti perché in grado di assicurare, per vaste aree contigue, pace e prosperità. Ne è prova lo stesso Carlo Magno che nei suoi capitolari mostra interesse e rispetto per queste formule e cita espressamente l’organizzazione benedettina cercando sia di coordinare il lavoro dei diversi monasteri sia di dare all’ordine benedettino una veste il più possibile unitaria . Non è da stupirsi se la grande rinascita morale della Chiesa del secolo X prenda le mosse da un monastero benedettino quale il famoso centro di Cluny che diede origine anche alla prima specificazione dell’ordine (cluniacensi). Dopo l’anno Mille, poi, le filiazioni della cultura benedettina si moltiplicarono (Camaldolesi, Vallombrosiani, Silvestrini, Celestini, Olivetani Cistercensi). In questo senso è da considerarsi di grande rilievo l’opera di spostamento dell’insediamento civile in aree remote e lontane dai grandi centri: sebbene spinti dalla volontà di vita in dispregio del mondo, la costruzione di nuovi monasteri fuori dai luoghi abitati aprì la strada a insediamenti produttivi non solo nuovi ma in alcuni casi anche colonizzatori. Un discorso di grande importanza è quello inerente alle terre la cui acquisizione andò progressivamente aumentando il patrimonio dei monasteri. In questo senso non vi è dubbio che la funzione originaria di attrazione subì un mutamento, specie dopo che gli aristocratici compresero il grande potere che derivava dal governo di un monastero.
Da originario luogo di preghiera e spiritualità, il monastero iniziò a modificare la sua originaria funzione fino a diventare anche un centro economico funzionale al governo del territorio; ne derivò un’importanza sicuramente crescente. Con l’ampliarsi di questa funzione e con la crescita di fiducia e di rispetto verso tale istituzione, una parte non trascurabile di testamenti e di eredità finì con il riguardare le abbazie. In tal modo a un certo punto il patrimonio di terreni che inizialmente avevano costituito la risorsa base del monastero poiché erano aree necessarie al sostentamento dei monaci, nel volgere di poco più di un secolo finì con il costituire un capitale economico di surplus che andava amministrato in un’ottica diversa da quella originaria; un patrimonium pauperum come lo avrebbe definito molti secoli dopo san Luigi IX. Siamo allora di fronte ad una svolta economica molto importante perché ciò significò che da parte dei monasteri il rapporto con terzi, fossero essi semplici servi prebendarii o ex piccoli proprietari adattatisi al possesso precario o ancora una di quelle figure intermedie o doppie tanto tipiche dell’intero arco medievale, divenne progressivamente preminente. Già con il secolo VII molti monasteri contemplavano, come annesso, un mercato delle merci, in genere agricole, protetto da mura e servito da opportune infrastrutture.
Con il passare del tempo, anche l’istituzione monastica subì una metamorfosi interna che, pur non mutando le forme esteriori dell’istituto spirituale, ne ridisegnerà le forme interiori; qualche secolo dopo i monasteri saranno guidati da ecclesiastici che praticheranno rispetto alle terre, loro lasciate o comunque acquisite, una vera e propria gestione signorile, tanto che gli storici parlano giustamente di signoria monastica.
Qualche monastero sarebbe giunto a svolgere attività finanziarie, ancorché opportunamente mascherate; in assoluto, data la modestia di circolazione monetaria che tormentò l’alto Medioevo, tale pratica non va considerata negativa ma certo ben lontana dalla carità. Infatti, in cambio del denaro, in genere frutto di accumulazione derivante dall’incasso dei censi delle terre acquisite, gli Abati non erano così ingenui da chiedere interessi ma solo garanzie fondiarie; queste, ovviamente, consistevano nella cessione dei proventi derivanti dall’immobile dato in garanzia e dunque integravano perfettamente il valore di un tasso d’interesse ma non in termini formali; erano, di fatto, prestiti a interesse mascherati. Quelle azioni, anche se dettate dal conseguimento di finalità poco spirituali, non furono negative e tutto sommato la commistione fra assistenza e finanza, una prerogativa cristiana, ebbe lati positivi non fosse altro che per il fatto di costituire fonte di liquidità per chi ne avesse bisogno. Infatti, così facendo, gli Abati, non solo mettevano in circolazione denaro ma riuscivano anche a ottenere che la resa del bene immobile dato loro in garanzia dell’intera operazione nel tempo concordato, fosse sempre al massimo ragionevole delle sue potenzialità, cosa ovviamente buona per l’economia del territorio.
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