giovedì 12 settembre 2013
Lezione 2 classe V Filosofia
2. IL “FAUST” DI GOETHE
I rapporti tra Goethe e il Romanticismo sono molto stretti nel senso che il Romanticismo, in tutte le sue espressioni, dai fratelli Schlegel a Rilke, attinge ampiamente a Goethe. I romantici utilizzano non solo le intuizioni del grande poeta ma spesso anche le sue forme comunicative. Goethe, infatti, conferisce alla letteratura tedesca in particolare, ma diremmo a tutta la letteratura europea, uno slancio di straordinaria intensità che ancora oggi costituisce uno splendido modello di sintesi fra forza delle idee ed eleganza letteraria. Considerate che se formalmente possiamo datare la nascita del Romanticismo con la pubblicazione del saggio di Schiller “Sulla poesia ingenua e sentimentale”, del 1795, ciò accade proprio perché l’autore stava discutendo le tesi di Goethe. A monte di questa autorevolezza sta il fatto che Goethe, al pari degli animatori dello “Sturm und Drang”, rifiuta l’intellettualismo degli illuministi, ritenendo insufficiente l’uso dell’intelletto, specie allorché esso comporti necessariamente l’esclusione del sentimento e della fantasia e l’esaltazione delle conoscenze materiali, tutte istanze che hanno alla fine generato un modello di uomo infelice ed incapace di esprimersi. Ebbene, lo state vedendo anche in letteratura, ciò che caratterizza i romantici è loro capacità, al contrario di quanto accadeva per gli illuministi, di focalizzare ciò per cui vale la pena spendere una vita, il fine che ci si prefigge, che se è un fine ideale, è sempre e comunque qualcosa che ci fornisce senso e gioia di vivere. Come dire che si può fare anche qualcosa in modo negativo o comunque incompiuto, ma resta il fascino irresistibile che proviene dalle azioni di chi è capace di modificare la propria vita per seguire un ideale. Nella prima e incompiuta stesura del Faust, l’”Urfaust”, Goethe aveva trasfuso il senso di insoddisfazione per la riduzione di tutto a meccanica e logica, rivalutando l’idea rinascimentale dell’universo come sovrabbondanza di vita, "abito vivente della divinità". Infatti, alle occulte energie dello "Spirito della Terra", magicamente evocato, che Faust vorrebbe attingere nuova giovinezza. Invece nella stesura che studieremo, quella vera e propria, non vi è espressa solo l’ansia di gioventù e trasformazione ma soprattutto anche il senso di sfida dell’uomo contro i suoi limiti. A Goethe si deve una concezione dello slancio, della sfida, della vita da vivere nell’ideale, che avrebbe influenzato la letteratura successiva e buona parte della filosofia, Hegel compreso. Il segreto, se così possiamo dire, del capolavoro di Goethe consiste nell’essere mostrata in maniera avvincente, all’interno del dramma di Faust ciò che Goethe chiama “la doppia anima” dell’uomo moderno che vuole tutto ma non sa stringere niente. Si potrebbe anche dire che la ‘magia’ che si compie nel “Faust”non è nella capacità di evocare spiriti terribili ma in quella di esaltare la condizione umana.
§ 1. Lo Streben, chiave di volta del “Faust”
Nel Romanticismo, lo Streben, verbo che nella lingua tedesca corrente significa “tendere, aspirare”, indica il principio dello slancio spirituale, della tensione perenne al di là di ogni limite oggettivo, di ogni convenzione per in certi casi anche oltre ogni realtà finita, oggettiva e limitata. Tale concetto fu utilizzato in contesti diversi e giunse a divenire il segno distintivo di un desiderio di costante andare-oltre, anche rispetto all’oggettività delle cose passate e presenti, anche oltre le regole della logica e persino della storia ; dunque diremmo in senso metalogico e metastorico. Un esempio forte di questo andare-oltre, di questo rifiuto dell’Illuminismo e del suo angusto “intelletto riflettente”, come lo avrebbe definito Hegel, ci viene da Friedrich Hölderlin, che nella sua opera “ Iperione o del pellegrino in patria” dice che l’uomo è “ un dio quando sogna, è un mendicante quando riflette”. Insomma, lo Streben è essenzialmente sfida, slancio, rifiuto del buon senso. Per questo motivo i Romantici apprezzarono la struttura del “Faust” di Goethe, proprio in quanto il protagonista è espressione tipica dell’ansia, o forse sarebbe meglio dire dal bisogno, di raggiungere l’infinito attraverso il finito; Faust, come vedremo, vuole come perforare la vita, se così possiamo dire, vuole vivere al limite per tendere all’infinito movimento che essa comporta. Dunque Faust vuole dire Streben, sforzo teso alla conquista di qualcosa che non è mai uguale a se stessa; tensione verso il sublime, verso l'emozione che non finisce mai. Aspirazione, desiderio, ricerca,sforzo, tutti sostantivi che sostengono l’azione, principio che per Goethe, come vedremo più avanti, costituisce il senso più profondo dell’esistenza.
§ 2. Il “Faust” di Goethe ed il suo valore filosofico
Il “Faust” è un poema che per la lingua tedesca può essere considerato un po’come l’equivalente della “La Divina Commedia” per l’italiano perché così come gran parte dei temi affrontati da Dante, quali la condizione umana ed il destino del sapere, hanno influenzato la nostra cultura nazionale, allo stesso modo accade con Goethe attraverso il “Faust” per la cultura tedesca. Il valore dell’opera è molto rilevante anche dal punto di vista filosofico in quanto mette a nudo non solo la citata questione del limite dell’umano ma anche quella del valore intrinseco delle nostre inquietudini, delle nostre ansie, alle quali diamo un peso ed un valore arbitrario, spesso ingigantito proprio laddove invece sottostimiamo e disprezziamo gioie e valori semplici e profondissimi. Il tema dell’opera è quello del patto con il diavolo, inteso direi etimologicamente come diabolè, sovversione, allontanamento, come ciò che porta altrove. Tuttavia, lo scenario che si presenta subito al lettore, grazie al geniale artificio dei Goethe di anteporre all’opera un Prologo in cielo, nel corso del quale Dio scommette con il diavolo sulle umane capacità di evitare il male, è quello della partita che l’uomo gioca con se stesso: perdersi per sapere o sapere per perdersi? Non dovete pensare ad un gioco di parole retorico. E’ una faccenda serissima che magari può declinarsi nella vita di ogni giorno e persino nel vostro futuro: progredire ad ogni costo sacrificando amicizia, lealtà, sentimenti, oppure accettare se stessi e soffermarsi sui beni che certamente ci danno conforto, serenità, coscienza pulita? Essere spregiudicati quel po’ che ci porta al successo (anche nel suo senso non economico, sia chiaro) magari usando gli altri, oppure rinunciare a qualunque aiuto che non venga da noi stessi? Ma, poi, sarà vero che si può soddisfare la nostra ansia di grandezza rinunciando ad essere spregiudicati? Faust gioca questa partita; solo che la posta rispetto alle nostre piccole scommesse e le nostre piccole antinomie (amore o piacere? Carriera o famiglia? Coerenza o buon senso?...) è molto ma molto più grande perché il nostro dottor Faust vuole il controllo assoluto su ogni possibile aspetto dell’esistenza umana; non su un singolo aspetto, ma su tutto e dunque per fare ciò mette in gioco l’unica risorsa che può reggere la posta in gioco, cioè la sua anima. Delle due vie, diremmo il bene con il bene ed il bene con il male Faust tenta la seconda; vuole usare addirittura il diavolo per ascendere a quei vertici che da solo, nel suo fumoso ed angusto studio non avrebbe mai potuto raggiungere. Ed è in quello studio che evoca il diavolo ; e quello non si fa aspettare, gli compare e gli propone il celebre patto dicendogli:
“Io mi impegno a servirti quaggiù a un tuo cenno, sempre e subito. Quando di là noi ci ritroveremo dovrai fare altrettanto con me…” .
E Faust risponde con le altrettanto celebri parole:
“Dell'al di là poco m'importa. Mandami a pezzi questo mondo”
In fin dei conti il patto è semplice: Mesfistofele sarà al servizio di Faust finché questi non sarà sazio di vita al punto di dire, rivolto all’istante che passa “Fermati. E’ bello così!” Ma Faust è sicuro di non saziarsi mai; è certo che il suo Streben è ripetibile all’infinito, è profondamente convinto che niente e nessuno potrà indurlo a ritenere che qualcosa di finito sia degno di essere fermo per l’eternità. E’ una scommessa filosofica; non c’è che dire, ma che si svolge nelle mille esperienze forti che la vita può offrire. Per questo il poema attraversa tutto lo spettro delle umane grandi e piccole ambizioni: dall’eterna giovinezza alla conquista di Margherita, una ragazza pura e disinteressata, dall’ebbrezza di una vittoria militare al governo del potere, dalla conoscenza degli dei della mitologia antica, alla conoscenza di personaggi letterari come Elena di Troia, dall’alchimia alla creazione di un omuncolo in una boccia di vetro, dal potere sul passato al potere sul futuro. E’ qui che però il gioco si rompe, la macchina costruita da Faust si inceppa; il fatto è che ha,si, usato il diavolo facendolo penare e vagare con lui a destra ed a manca ma poi, quando gli ordina di bonificare una palude per farla abitare da uomini liberi che affrontano i pericoli della vita con le loro sole forze, cade in una specie di auto-tranello. Infatti Faust, trasognato, immaginando di fondare un Paese “libero per libera gente” operosa, dice che se potesse essere così allora si, che direbbe “Fermati. E’ bello così!”. Lo dice, dicendo che lo direbbe, ma lo dice. Il diavolo ha vinto la scommessa. Così Mefistofele, davanti alla sconfitta di Faust che viene fisicamente atterrato dai fidi lemuri del diavolo, mormora di non capire che cosa possa avere condotto uno che ha avuto tutto a perdersi per un misero istante, costituito dal godimento di una cosa che non c’è. Se lo chiede perché non è un uomo. Non ama e non è amato, non ha ansie non ha tormenti, Mefistofele dopotutto è un diavolo! Poi Faust viene sottratto all’inferno dalla intercessione della povera ragazza amata ed abbandonata all’inizio del poema, la creatura più semplice e pura, Margherita. Faust finisce in Purgatorio ad espiare le sue colpe ma è salvo. E’ stato amato; è stato rapito da quel che Goethe chiama femmineo eterno.
§ 3. Commenti e confronti
La materia del capolavoro di Goethe deriva dalla leggenda del Faust, trattata già in varie opere precedenti e anche poi in altre future; è notevole l'elenco di drammi, romanzi, opere liriche, balletti che hanno come protagonista Faust . Partendo da quelle letterarie ricordiamo Marlowe, Klinger, Lessing, Novalis, Heine, Ibsen, Valéry, Bulgakov e Thomas Mann; tra le musicali ricordiamo, Arrigo Boito, Robert Schumann, Franz Liszt, Richard Wagner e Hector Berlioz. Ma vi sono anche dei film ed un famoso balletto di Béjart. Va anche citata persino un'incisione di Rembrandt. Prenderemo però in considerazione un solo raffronto, quello con il Faust di Christofer Marlowe. Il problema che sta al centro del mito del Faust è questo: se l'uomo vuole più dalla vita di quello che gli dà la natura, ciò è bene o male? Dio lo accetta o lo respinge? Marlowe aveva immaginato un Faust che vuole godersi la vita e per questo rinuncia all’anima.
C’era il tema della scommessa con il diavolo e dell’uomo che si mette in gioco sfidando il diavolo sul suo stesso terreno. In questo caso si tratta cioè di un Faust cui stanno stretti i limiti dell’umano, che vuole materialmente una vita migliore, più piena, meno frustrante. Il Faust di Goethe invece disprezza il diavolo, fingendo di sfidarlo su un terreno per poi condurlo su un altro: questo Faust solo in parte vuole godersi la vita superando i limiti che Dio ci ha dato ma in effetti tende oltre i piaceri materiali, va in una dimensione che il diavolo non sostiene; essere uomini significa infatti per Goethe non accettare i limiti, sia nel bene che nel male, combattere per degli ideali fino al rischio di soccombere. Il problema dell’avventura è tipicamente romantico, ma in questo caso Goethe estremizza ogni profilo dell’avventura perché fino a che si tratta di superare un limite fisico, un oceano, una montagna, è qualcosa di definito, qualcosa che può anche indurci come notò Petrarca , a profonde riflessioni, ma quando si tratta dell’anima tutto diventa tremendo, perché ci si gioca l’eternità. Quindi quando Faust vuole fare un patto con il diavolo, egli è già in un certo senso contro Dio, contro il quale egli si mette alla prova e che gli sembra una specie di avversario. Faust vuole il sapere, il potere che egli ritiene derivi dal superamento dei limiti. Qual è il calcolo sottile di Faust ? Questo, che l’uomo desidera di più e Dio, dandoci questa apertura al divino, ci mette alla prova, perché concedendoci il libero arbitrio ci permette di ragionare e di non accettare le nostre possibilità e i nostri limiti. Nel patto con il diavolo c’è un progetto da parte di Faust; per lui è un foedus optimum poiché mentre il diavolo crede che Faust voglia un’altra vita giocandosi la vita eterna, non è questo che Faust vuole quando cerca l’aiuto del diavolo. In realtà Faust vuole superare i limiti dell’umano, non ubriacarsi di soddisfazioni. Si passa dal diabolico al metabolico, cioè non la devianza ma il superamento, la trasformazione. Ovvero da umano, Faust vuole diventare qualcos’altro, assaporando l’atto creativo. Faust vuole fare del diavolo uno strumento per raggiungere i suoi obiettivi; tant’è vero che il patto consiste nel fatto che il diavolo otterrà la sua anima solo quando Faust vorrà fermare l’istante e viverlo per sempre. Impossibile dal punto di vista di Faust, che sa benissimo come l’uomo sia questo perpetuo andare oltre e che per quanto grande e bello non potrà mai chiedere il fermare il momento dicendo “fermati, sei bello così!”. Faust è consapevole che l’uomo non è mai sazio, desidera sempre di più, e pensa di condurre il diavolo in un circolo vizioso senza uscita. Alla fine, tuttavia, anche se sotto forma ipotetica, Faust pronuncia la fatidica frase, in quanto dice che se potesse vedere l’evolversi delle cose nel tempo sarebbe contento, il che significa in parole povere che sarebbe ‘contento’ di essere Dio, l’unico soggetto che vede il tempo scorrere da una fissità assoluta. Mefistofele però non capisce Faust, non si rende conto, per la sua natura, che il divenire, il perpetuo creare è l’anima dell’uomo. Per il diavolo invece una cosa che è passata non esiste, è come se fosse il nulla, mentre per l’uomo una cosa che passa diviene altro. Mefistofele così si prepara a portare Faust all’inferno. Ma a perdere è Mefistofele perché Faust si è salvato in virtù dello Streben, che annulla in lui l'errore e lo incita a non fermarsi mai. Mefistofele lo fa morire perché crede di aver vinto il patto. Ma ancora una volta dimostra di non aver compreso le ultime parole di Faust, che non esprimono, come lui crede, il desiderio di attaccarsi a qualcosa di terreno, ma nascono da una visione disinteressata e altruistica. Lo stallo è rotto da Margherita, che nel frattempo è morta ed è salita in paradiso, e che prega per lui chiedendo a Dio di aiutarlo. Dio manda sulla terra gli angeli, che distraggono i demoni che dovrebbero portare all’inferno Faust, che viene invece portato in Purgatorio. Dio così non viola il patto ma riesce a prendersi l’anima. Non si tratta di un vero inganno, perché l’amore è più forte di tutto. Faust è, sì, incompreso da Mefistofele ma viene salvato dall’amore che è la forza più grande di tutte. Il femmineo eterno è il principio per cui l’uomo desidera Dio ed i principi della salvezza sono il muoversi verso Dio e l’essere attirati da lui. In fin dei conti l’uomo è agire e l’agire, per Goethe, è principio di qualunque cosa. Per Goethe anche l’inizio del Vangelo di Giovanni, In principio erat Verbum, diventa L’Anfang der Tat, cioè principio dell’azione, e dunque “in Principio era l’azione”; ovvero il tema romantico che traduce l’idea, che Fichte porrà alla base della sua filosofia, dell’Io Assoluto come attività pura.
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