mercoledì 18 settembre 2013
Lezione 3, classe V
3. I MITI ROMANTICI, LINGUA POPOLO, ILLUSIONI
§ 1. Herder. Genio, popolo, linguaggio
Uno dei teorici che spostarono con più forza l’asse culturale europeo dall’illuminismo al Romanticismo fu certamente Johann G.Herder. Fu allievo di Kant, ne seguì le lezioni a Königsberg e con il grande filosofo ebbe sempre l’audacia di alimentare un dibattito vivace, che spesso scivolava nella differenza di prospettive. Frequentò anche la cultura illuministica francese recandosi anche a Parigi dove ebbe modo di conoscere molti intellettuali ma come con Kant anche con costoro ebbe divergenze sostanziali, forse maggiori di quelle con Kant; insomma un pensatore originale che può veramente annoverarsi fra i grandi teorici romantici. I motivi di divergenza sia da Kant sia dagli illuministici stanno nel fatto che Herder non crede alla prospettiva di un progressivo avvicinamento dell’umanità alla felicità e alla virtù. Voi ora state pensando al modello dell’intellettuale preromantico tutto saghe battaglie e cimiteri; ebbene, sbagliate. Ad Herder non interessa un ritorno alla spiritualità irrazionalistica o vagamente magico-misterica. Dimenticate, ammesso che ve li ricordiate, i vari Gray, Radcliffe e Walpole .La formazione di Herder, infatti, resta quella saldamente filosofica e se egli non crede al percorso di una pace perpetua o di un progresso luminoso non è perché non colga quanto sia insopprimibile nell'animo umano la ricerca della felicità; il fatto è, ed è qui che dovete comprendere la romanticità dell’impostazione di Herder che secondo questo pensatore un effettivo sviluppo si ottiene solo accrescendo le proprie peculiarità e non cancellando secoli o millenni di formazione. Nel suo testo “Idee sulla filosofia della storia dell'umanità” Herder sostenne che “La filosofia della storia, che persegue la catena della tradizione, è propriamente la vera storia umana” e ogni storia delle singole nazioni si rapporta a un quadro complessivo e ciò avviene attraverso la trasmissione linguistica dei valori. In questo gioco di rimandi, è la lingua a fare da turning point. Herder, cioè, è convinto che la lingua di un popolo conservi il suo genio arcaico; il che vale a dire che si può capire un popolo solo se si capisce la sua lingua. E’ un discorso che in Germania ha mietuto allori e vittime allo stesso tempo e, purtroppo, è stato anche adoperato all’interno di quella organizzazione criminale che si chiamò Partito nazional-socialista. Però il nostro Herder è lontanissimo da aberrazioni nazionalistiche e meno che mai razziste. Qui si parla della irripetibilità della radice speculativa dell’atto linguistico, una radice che per i romantici, come vedremo specialmente con Schelling, tende a trascendere l’intellettualismo; sia quello illuminista sia quello critici sta. Non si tratta, cioè , solo di una questione di traduzione perché questa idea di Herder è un’idea da intendersi in un’ottica tipicamente romantica, basata non su una codificazione intellettuale ma su un’intuizione di senso, un’intuizione pura. Dire che un popolo si esprime nella sua lingua non è un’ovvietà perché prima del linguaggio, secondo Herder, c’è l’intuizione poetica della vita. Ecco il motivo per il quale i romantici vanno alla ricerca della purezza della lingua. Questo concetto era stato anticipato in maniera brillante da Johann Hamann che aveva criticato il suo concittadino Kant il cui errore fondamentale a suo avviso era stato quello di inseguire una ragion pura, ignorando il fatto che la ragione non è mai pura, cioè fornita di forme indipendenti, bensì è condizionata dal linguaggio, suo organo fondamentale. Così la lingua assume un valore filosofico nuovo e creativo di senso. Infatti nella visione di Schiller, Herder e Hamann l’arma dell’intuizione si basa sul linguaggio della poesia. Si parla per comunicare ma ci si esprime perché si ha l’intuizione del mondo. La lingua del popolo è una lingua originale, quella dei colti è artificiale. Il poeta deve andare con il popolo a trarre il senso evocativo del popolo: questo è il senso del cosiddetto folklorismo dei romantici. Se la materia poetica può essere materia civile, il mondo intellettuale e storico non sono separabili. Ma se poesia e linguaggio si evolvono, noi dobbiamo parlare del nostro tempo e ciò ci obbliga in un certo senso a capire il nostro tempo, e quindi la storia. Quello che è importante per comprendere il senso evocativo del linguaggio poetico è cogliere l’esperienza di una collettività. Nei romantici è vivissimo il senso di una poesia veramente educatrice del popolo; infatti la cosiddetta poesia popolare caratterizza una delle esigenze fondamentali del Romanticismo. Certo, è un popolo assolutamente idealizzato ma non per questo motivo falso. Idealizzare non è falsificare. Semmai possiamo dire che il popolo del quale parla questo aspetto del Romanticismo è puro, e dunque capace di ascolto. Realizza bene l’idea il film di Michael Radford “Il postino” , con Massimo Troisi e Philippe Noiret, un film decisamente romantico. Il postino, che nel film è Troisi è un povero figlio di pescatori, ed è poeta senza saperlo ma il poeta vero, cioè Pablo Neruda (che nel film è impersonato da Philippe Noiret) fa scoprire la poesia al postino. Così il poeta svela la poesia al popolo; svela la bellezza; svela l’essenza più nobile della vita.
Solo che tale modello ha, e se ne accorsero bene proprio i poeti romantici, come presupposto che esista, che sia esistita o che esisterà mai un luogo puro. Un locus perfectus, dove si vuole andare o dove si vuole ritornare.
§ 2. L’Ellade perduta e la funzione mediatrice della poesia
“ Tutto in lontananza diventa poesia” - dice Novalis – “monti lontani, uomini lontani, eventi lontani, tutto diventa romantico “.
Nella storia europea, almeno a partire dall’Umanesimo italiano, l’idea di Grecia antica si legava con quella di culto per la bellezza naturale ma con il trionfo della sensibilità neoclassica questa visione della Grecia ideale diventa una vera ideologia. Si tratta di una bellezza che il mondo sensibile accoglie ed incarna (Foscolo, nei “Sepolcri” scrive di un “Amore in Grecia nudo e nudo in Roma…”) e che la fantasia poetica riproduce. Dunque l’Ellade, il nome greco della Grecia, era diventato per antonomasia un luogo letterario, una sorta di ‘dimensione-culto’ della bellezza. Lo studioso Winckelmann, grande esponente della cultura tedesca del secolo XVIII, pur avendo interpretato nel modo più intenso questa riscoperta della grecità, non aveva condiviso quella tendenza, che chiameremmo neoclassica, che si esprimeva nell’imitazione passiva della natura; si trattava a suo parere di un atteggiamento che scaturiva da una lettura superficiale della cultura greca. Il fatto è che per Winckelmann, e dopo di lui per i romantici, non basta guardare le cose belle per essere a contatto con la bellezza; ci vuole la comprensione di quel mistero che i greci avevano scoperto, perché la natura conserva il mistero della bellezza e ce ne lascia aperto ogni tanto uno spiraglio. Ebbene, se si vuole sollevare la ragione ad intelligenza allora ci si deve inserire in questo spazio, guardando al nostro bisogno di bellezza; un bisogno teoretico, se così’ possiamo dire, che esige di essere compreso intimamente. L’artista, per far ciò, deve in altri termini capire la natura e per capirla deve sentirla, non imitarla; non è una differenza da poco. L’artista romantico vede nella Grecia una maestra di comprensione del bello; non vuole imitarla, ma vuole capirla. Da un lato l’arte greca e dall’altro i romantici svilupparono questa che corrisponde all’intuizione di Winckelmann ovvero la capacità di introiezione; ma mentre Winckelmann come anche Burke con il concetto di sublime, avevano sottolineato l’irraggiungibilità ed insuperabilità del mistero dell’arte greca, i romantici, specie con Friederich Schlegel, guardavano all’ansia ed al disagio dell’artista come una fase ben lontana dalla contemplazione rasserenante. Infatti, per Schlegel ed i romantici il genere poetico può soltanto eternamente divenire e mai essere compiuto. Il concetto di poesia tipico sia degli Stürmer ma sia specialmente di Friedrich Schlegel consiste nella convinzione che atto poetico è quello che esprime la capacità di assorbire la totalità del mondo e ripresentarlo nella sua interezza; lo stesso vale per il concetto di artista. Questi è chi esprime una sua visione dell'infinito ed un suo senso della religione, perché avere una visione dell'infinito è, per Friedrich Schlegel, avere una religione. Il vero mediatore tra l'infinito ed il genere umano è l'artista. Scrive F.Schlegel: "Mediatore è colui che avverte il divino in sé e si sacrifica e s'annienta per annunciare questo divino, partecipando a rappresentarlo a tutti gli uomini col costume e con l'azione, con le parole e con le opere. Se manca questo impulso, ciò che era stato avvertito non era divino e non era particolarmente forte. Mediare ed essere mediato: ecco tutta la superiore vita dell'uomo; ed ogni artista è mediatore per tutti gli altri." Ma vi è di più: nello Studio della poesia greca, del 1797, F.Schlegel elabora un ampio paragone tra letteratura antica e letteratura moderna, nel quale la letteratura antica è presentata come il dominio dell’armonia , della perfezione, dell’equilibrio, mentre quella moderna appare caratterizzata dai valori opposti. Dai romantici la natura è vista come luogo dello spirito poiché esso abita nella natura. Lo scienziato romantico sa che la natura ha un senso e cerca di coglierne il significato attraverso una fusione di essa, cioè attraverso un abbandono contemplativo ad essa: nel finito sbocca l’infinito e ciò produce allo stesso tempo Stille e Sehnsucht, pace estatica e tormento. Con Schelling, che studieremo a parte dopo Fichte, questa idea si traduce nel concetto filosofico di intuizione dell’Assoluto attraverso le forme dell’arte.
§ 3. Le illusioni
Era stato un tratto tipico dell’Illuminismo quello che rappresentava la natura come una forza ottusa, meccanica, che fa essere e distrugge gli “individui” in un processo incessante e inarrestabile che riguarda ogni vivente sia in quanto animale, sia in quanto uomo. Invece per i Romantici la natura è il divenire dello spirito e la storia è il segno tangibile di questa evoluzione; la storia la materializzazione dello spirito umano, l’unica forza umana alla quale è lecito riferirsi per rispondere agli innumerevoli quesiti che la vita pone. Anche quei Romantici che non seppero sottrarsi totalmente all’Illuminismo e ne condivisero razionalmente il materialismo e l’ateismo, come Foscolo e Leopardi, non seppero rinunziare concetto di eternità ricorsero o alla bellezza (Foscolo) o all’immaginazione (Leopardi) per far essere delle illusioni che colmassero il vuoto derivante dalla natura avara. I Romantici, quindi, pur se spesso immersi in una tipica malinconia, rivendicarono i diritti del sentimento e della fantasia e confutarono la cieca fiducia nella Ragione, non più considerata infallibile né l’unica motrice delle azioni umane. Essi rivendicarono il diritto dell’uomo di tendere verso l'infinito e nutrirono questo anelito, con profonda passione, alcuni rivolgendosi alla fede nella religione rivelata, altri alle proprie illusioni. L’immaginazione e il sentimento, cioè le facoltà che consentono all’uomo di produrre le illusioni, segnano la differenza fra i singoli uomini tra loro laddove la “sola” ragione li accomunava in un appiattimento generale. In Germania Hölderlin, con “Hyperion, il pellegrino in Grecia”, ed Italia Foscolo e Leopardi svilupparono l’idea di un’inevitabilità delle illusioni come segno della condizione umana. Discorso filosofico, questo, ma anche antropologico, destinato ad accompagnare tutto lo sviluppo della cultura romantica.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento