martedì 10 settembre 2013

lez.1 classe IV filosofia

AREA TEMATICA 1. LA SCOLASTICA
Con il termine “Scolastica” generalmente ci si riferisce a una lunga fase del pensiero filosofico medievale durante la quale il centro di elaborazione delle idee e della cultura furono essenzialmente le “Scholae”; con questo termine si indicavano luoghi e centri di studi ubicati in sedi vescovili o in monasteri. Questa che possiamo definire una fioritura di interessi si estese cronologicamente nell’Europa centro-occidentale e in parte anche orientale ininterrottamente dal VII al XIII secolo; basterebbe tale osservazione per comprendere come non sia  possibile trovare facilmente un minimo comun denominatore che raggruppi rigorosamente le varie scuole di pensiero che caratterizzano la Scolastica. Possiamo però dire che la quasi totalità dei grandi maestri della Scolastica dovette affrontare il tema dei rapporti fra fede e ragione, fra teologia e filosofia, fra autorità e libero pensiero. Si svilupparono diversi tipi di Scolastica: quella cosiddetta latina, tipica dell’Europa centro-occidentale, quella greco-ortodossa nell’Europa orientale bizantina, ed anche araba e ebraica. Noi ci occuperemo solamente, e per giunta in minima parte, di quella latina.
Lo sforzo prodotto dai pensatori che animarono la Scolastica fu particolarmente rilevante nella direzione di tenere alto il livello del confronto sul rapporto fra religione e pensiero filosofico tentando in sporadici casi anche talune riflessioni sui contenuti più sovrapponibili fra le confessioni cristiana ed ebraica. In modo particolare, poi, vanno ammirati quelli che per esercitare liberamente le proprie riflessioni dovettero inimicarsi le proprie rispettive autorità religiose. Infatti, le autorità religiose cristiane, islamiche ed ebraiche, comprensibilmente preoccupate tutte allo stesso modo di evitare incrinature all’interno dei rispettivi corpi dottrinali, non di rado guardavano con sospetto alle elaborazioni e alle discussioni critiche. Tuttavia altre volte le medesime autorità accettavano confronti pubblici, specie nell’area cristiana (sia cattolica, sia ortodossa), al cui interno fiorirono dispute pubbliche, con tanto di spettatori e, per quanto oggi possa apparire alquanto strano, anche di veri e propri sostenitori. In questo senso si registrarono, specie in città come Bisanzio o Parigi perfino scontri fra diverse fazioni con gravi violenze fisiche. Tanta passione non era però solo dottrinale perché guardando bene fra le pieghe delle diverse soluzioni alcune volte si possono scorgere diverse visioni dell’esistenza e, dunque, del modo di vivere delle grandi comunità civili del Medioevo.


1.SCOTO ERIUGENA

Scoto Eriugena ha avuto lo stesso destino storiografico di Talete e Cusano, un autore che studieremo ben presto, e per alcuni aspetti anche di Kant, che incontreremo invece nel II quadrimestre; il destino è  quello degli iniziatori di un ciclo. Talete apre la storia della filosofia antica, Cusano quella moderna, Kant quella che si chiamava fino al secolo scorso “contemporanea” e Scoto Eriugena quella medievale. In effetti, il primo che in concreto inaugurò la ripresa degli studi filosofici in Europa occidentale fu un monaco irlandese che aveva studiato in un monastero molte discipline diremmo oggi laiche, far le quali il greco, fatto veramente rarissimo nell’occidente cristiano di quel periodo. Questo monaco si chiamava Giovanni e  nonostante si fosse ben presto trasferito in Francia, venne chiamato, dato che era irlandese, “Eriugena”, cioè nato in Eire, nome originario dell’Irlanda. Quanto a “Scoto” , non si tratta di un Cognome in senso stretto ma significa che proveniva dalla “Scotia major “, nome che  ancora nel secolo IX si dava all’Irlanda. Dunque, Giovanni Scoto Eriugena. E’ opportuno sempre apporre “Eriugena” al nome in oggetto perché nel secolo XIII sarebbe emerso un altro grande filosofo, che si chiama Giovanni Duns Scoto, detto anche “doctor subtilis”; pertanto se diciamo solo Giovanni Scoto rischiamo di riferirci potenzialmente non solo a Scoto Eriugena  ma anche a Duns Scoto; quest’ultimo ad ogni buon conto non era originario dell’Irlanda ma dalla Scozia, nel senso geografico che oggi si attribuisce all’omonima regione.


§ 1. Scoto Eriugena e il filosofo misterioso

Il caso del corpo di scritti che ormai da due secoli chiamiamo “ Pseudo-Dionigi “ può forse essere considerato come il più influente falso letterario della storia del pensiero filosofico occidentale. Sotto il nome del discepolo di san Paolo e primo vescovo di Atene, già membro dell’Areopago di Atene, convertitosi al cristianesimo dopo aver assistito all’eclisse di sole verificatosi al momento della Crocifissione, si nasconde in realtà un autore anonimo, vissuto probabilmente nella Siria del V secolo, forse un ecclesiastico, anche se non è chiaro se potesse essere vescovo, un presbitero o semplicemente un monaco. La questione è tutto sommato, però, irrilevante per il nostro studio perché fu grazie alla quantità di citazioni delle opere di Platone e Aristotele presenti in quel testo, e non certo al pensiero dell’autore incognito, che Scoto Eriugena iniziò ad elaborare la sua filosofia.  Infatti, l’incontro con questo Psuedo-Dionigi, che allora veniva anche chiamato Corpus Dyonisiacum, è importante proprio perché nel testo abbondano lunghissime citazioni tratte fedelmente dalle opere originali sia di Platone sia di Aristotele. Era sostanzialmente la prima volta[1] che un intellettuale occidentale di grande spessore aveva modo di leggere nell’originale il pensiero dei grandi filosofi antichi.


§ 2. La ragione e la fede

Uno dei punti di forza della filosofia di Scoto Eriugena consiste nel suo proposito di dimostrare la necessità dell'accordo tra fede e ragione. Secondo Scoto Eriugena l'autorità delle Sacre Scritture è indubbiamente indispensabile all'uomo perché solo esse possono condurlo ai i segreti ultimi (cioè i cosiddetti dogmi) in cui abita la verità; tuttavia, secondo lui, il rispetto  per l'autorità non deve distogliere dall’uso della ragione. Così questo filosofo introduce, forse  con un pizzico di malizia, il concetto di “vera” autorità. Infatti, così si egli si esprime:  ”La vera autorità non ostacola la retta ragione né la retta ragione ostacola l'autorità. Non c'è dubbio che entrambe emanano da un’ unica fonte, cioè dalla sapienza divina”. Come dire che esiste non una generica “autorità” ma una “vera” autorità così come non esiste una generica “ragione” ma una “recta ratio”, un ragione retta. Non è un dettaglio, perché anche un criminale può agire secondo ragione (e purtroppo lo fa anche spesso) ma ciò non vuol dire che la sua sia una ragione retta. Così come anche una vescovo è un’autorità, certamente, ma non è il Vangelo.  Scoto Eriugena ragiona così: siccome la verità è comprensibile solo dalla ragione, allora ne discende che la dignità maggiore non la possiede l'autorità ma la ragione. Vi era ovviamente chi in campo cristiano dissentiva da tanta certezza, sostenendo che lo strumento con il quale percepiamo la verità non è la ragione ma l’amore; tuttavia  (e questo che segue è un passaggio molto criticato dalla mistica, cristiana e non) secondo il filosofo irlandese le due cose si fondono nel concetto di “intelligenza”; lo vedremo molto bene con Pascal, in piena ondata razionalistica, ma dobbiamo attendere settecento anni.
Per Scoto Eriugena la ragione abita l'inizio dei tempi e, come vedremo nel prossimo paragrafo, essa permea la natura; l'autorità è tale solo se esiste una collettività di credenti, dunque dopo, non prima della ragione. Egli dice: “Noi dobbiamo seguire la ragione che cerca la verità e che non è oppressa da alcuna autorità”. Infatti, la natura umana, considerata nell’intero corso del Medioevo come una sostanza fragile, venne tuttavia concepita da Scoto Eriugena come capace di partecipare della luce della sapienza. Ecco un esempio fatto dallo stesso Scoto Eriugena:  quando l'aria partecipa del raggio solare non è luminosa di per sé, ma per lo splendore del sole che la trapassa; così quando la parte razionale della natura umana partecipa della verità divina, essa non comprende di per sé le cose intellegibili e Dio loro creatore, ma le conosce solo attraverso l’azione del lume divino. Nella ricerca umana chi trova non è l'uomo come unità fisica, ma la luce divina che è nell'uomo che cerca;  si tratta di un concetto che rientra in una determinata idea di sapere che abbiamo incontrato lo scorso anno nella filosofia di Agostino. Non è un concetto semplice, è vero, ma esso corrisponde a una visione del sapere della quale è necessario impossessarsi per comprendere la mentalità altomedievale.

§ 3. Le quattro nature

Il titolo dell'opera principale di Giovanni Scoto, De divisione naturae, prende spunto da un’espressione di S. Agostino[2] ma la suggestione agostiniana si ferma al titolo, poiché il filosofo irlandese poi va per la sua strada. Bisogna subito chiarire che con l’espressione “natura” Scoto Eriugena  non intende altro che “ciò che esiste” e non intende differenziare “natura” da “spirito”, come invece si tenderà a fare progressivamente fino al culmine della cosiddetta “filosofia della differenza” sviluppatasi nella Germania degli inizi del secolo XIX. Egli, per studiarla, divide la natura nelle seguenti quattro parti.

La prima natura,  Dio  come “increato creante”
La prima natura è Dio in quanto è privo di principio perché Egli stesso è principio, ed è la causa di tutto ciò che è creato nonché il fine unico di tutto ciò che da lui discende. Dio è, infatti, il principio, il mezzo e il fine: è principio in quanto da Lui derivano tutte le cose che partecipano della sua essenza; è il mezzo, in quanto in Lui e per lui sussistono tutte le cose; è il fine, in quanto tutte le cose si tendono a perfezionarsi, cioè a rientrare in Dio, cioè da dove erano uscite. Dio è increato nel senso che non è creato da altro e come tale è al disopra di tutti gli esseri e non può essere né compreso né definito appropriatamente.
Qui scattano però questioni di dogma; Scoto assorbe il dogma della fede e lo razionalizza fin dove gli era possibile farlo pervenendo a questa soluzione: Dio è unità, ma l’unità che si chiudesse in se stessa negherebbe la molteplicità e conterrebbe un difetto ( la non-includenza come mancanza è vista nel Medioevo come un difetto, lo vedremo subito con Anselmo d’Aosta a proposito dell’argomento sull’esistenza di Dio…) , cosa impossibile per il principio; dunque Dio è allo stesso tempo unità e molteplicità, cioè un’unità-molteplice. Se fosse solo unità non sarebbe principio (lo aveva osservato Platone discutendo intorno all’analogo tema dell’idea del Bene rispetto alle idee, ovvero dell’uno rispetto al molteplice)[3] , sicché Dio creante non lo possiamo concepire come qualcosa che si chiude nella sua singolarità ma dobbiamo assumerlo come qualcosa che si articola in tre sostanze: la sostanza ingenerata o Padre, la sostanza unigenita o Figlio, e la sostanza dell’amore, cioè lo Spirito Santo[4]; in pratica l’amore reciproco del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre.




[1] Nel settembre dell'827 una delegazione dell'imperatore bizantino Michele II si recò alla corte carolingia di Ludovico il Pio. In quella occasione, all'imperatore d’occidente venne offerto  un manoscritto riccamente miniato del Corpus Dionysiacum, ovviamente in greco; si trattava di  un dono prezioso e prestigioso ma di difficile lettura perché di traduzioni in latino praticamente non ve ne erano, fatta eccezione per piccole parti che comunque erano custodite in Vaticano. Così, fra  l'832 e l'835 l'abate Ilduino, che era un collaboratore di Ludovico il Pio, fece iniziare a tradurre gli scritti dionisiani in latino, avvalendosi di alcuni immigrati greci; tuttavia il risultato  fu oggettivamente modesto, non fosse altro perché i traduttori erano poco preparati in filosofia. Così, intorno all'860 Giovanni Eriugena, che era alla corte di Carlo il Calvo, portò a termine una nuova traduzione di Dionigi molto più accurata e, specialmente, completa.
[2] De civitate Dei, V, 9.
[3] In greco: perì hèn epì tòn pollòn, scritto così:  peri en epi tvn pollwn
[4] In greco: “paraclètos”, scritto Parakletoò

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