lunedì 23 settembre 2013
classe IV lez.5 Tommaso (1)
3. TOMMASO D’AQUINO
Al processo di canonizzazione di Tommaso d’Aquino, all’inizio del Trecento, il Papa di allora, Giovanni XXII, disse di questo grande pensatore che “la sua dottrina fu prodigiosa. Egli solo ha sparso più luce nella Chiesa che tutti gli altri Dottori” e consentì che nelle motivazioni della stessa canonizzazione venisse scritto così “tot miracula fecit, quot articula scripsit”. Non era una frase di circostanza ma una tesi che, sia pure probabilmente dettata dalle circostanze particolari quali quelle di un processo di canonizzazione, tuttavia aveva delle ragioni di fondo solidissime. Il fatto è che, a chi lo legge con attenzione, Tommaso d’Aquino procurava allora come fa tuttora, la sensazione di essere davanti ad un progetto intellettuale di assoluta chiarezza; inoltre, fatto più intrigante, si tratta di una reazione che colpisce indifferentemente credenti e miscredenti, laici, agnostici e mistici, un’impressione che riesce ad andare oltre persino alla accettazione o rifiuto della sua filosofia. Questo filosofo è, se non l’unico, certamente uno dei pochissimi che scrive sulla spinta di un’architettura concettuale chiarissima. Si possono fare alcuni esempi: Aristotele, accostato continuamente a Tommaso, non era poi quel pensatore sistematico che piace immaginare; la metafisica è sostanzialmente un testo costruito su lezioni accorpate ben dopo la sua morte, le opere di logica sono spezzate in cinque testi diversi, le altre opere sono, si, compatte, ma non vanno ad inserirsi in un sistema preordinato; ci vollero fior di studiosi di scuola alessandrina per restaurare un sistema aristotelico. Dopo Tommaso d’Aquino, ci provò Hegel ad edificare un sistema, è vero; però lo fece riprendendo le sue stesse opere e sistemandole poi in una Enciclopedia delle scienze filosofiche. Tommaso, invece, sembra che già quando scrive ha in mente quel tragitto ben preciso che lo porta a stendere una opera monumentale come la Summa Theologica. Tutto, nell’opera, è straordinariamente lucido; può non piacere a chi nella filosofia cerca il tormento della ricerca ma la filosofia di Tommaso d’Aquino è fatta così, di una consequenzialità ed armonicità veramente straordinaria. Inoltre scrisse moltissimo e quasi incessantemente. “Quasi”, perché Il 6 dicembre 1273, mentre celebrava la messa nella chiesa di San Domenico a Napoli, fu rapito in estasi e gli astanti dovettero scuoterlo; da quel momento in poi fu difficile agli amici e confratelli farlo tornare alle normali occupazioni, ma comunque da quel giorno non volle più scrivere. A fra’ Reginaldo da Piperno, che insisteva con lui affinché almeno completasse la Summa Theologica, Tommaso disse: “Tutto quello che ho scritto mi sembra un pugno di paglia a paragone di quello che ho visto e che mi è stato rivelato. E' venuta la fine della mia scrittura, e spero che sia vicina la fine della mia vita”. Sarebbe morto esattamente 90 giorni dopo, il 7 marzo 1274. Non si trattò solamente di un teologo ma in larghissima misura anche di un filosofo; e per questo lo si studia normalmente come tale.
§ 1. Un altro santo?
Un altro santo? Si, ma diverso. Infatti la struttura della filosofia di Tommaso d’Aquino è caratterizzata dall'atteggiamento di profonda fiducia nelle capacità autonome della razionalità e deriva dal superamento del pessimismo circa la natura umana che aveva caratterizzato, a partire da Agostino d’Ippona, quasi tutto il tragitto delle filosofie precedenti, con qualche eccezione, è vero, ma alquanto parziale. Tommaso invece trova nella filosofia l'espressione della positiva bontà della natura umana, fondata sull'idea della somiglianza originaria con Dio; dice infatti Tommaso che la ragione è la massima espressione di questa somiglianza, e perciò la massima perfezione del genere umano. Ora, per Tommaso, la ragione si incarnava storicamente nella filosofia di Aristotele ed è abbastanza comprensibile che egli abbia assunto l'opera del grande filosofo greco come la base delle proprie riflessioni, tese a definire l'autonomia della ragione e della natura e il loro accordarsi con la verità rivelata. Questa grande attenzione per la ragione umana e per la natura delle cose terrene fece sì che Tommaso non solo rischiasse di non essere fatto santo, ma che se ne vietasse la circolazione delle opere. La grande attenzione tommasiana per il ruolo della razionalità, che segna la radice della rottura con la tradizione agostiniana, è evidentissima nella sua dottrina morale, cui sembra collegarsi una delle tesi condannate dalla Chiesa nel 1270, che cioè "il libero arbitrio è una potenza passiva, non attiva, e che è mosso necessariamente dall'oggetto dell'appetito". Non rumoreggiate; “appetito”è da intendersi nel senso etimologico di tendere-a. Molte delle tesi che concernono il rapporto fra la volontà e il suo oggetto, poi condannate sempre dalla Chiesa nel 1277 in una solenne assemblea di teologi a Parigi, si riferivano scopertamente al pensiero tomista come per esempio questa: "se la ragione è retta, la volontà è retta"; oppure "che la volontà può tendere verso quelle cose che la ragione apprende sotto l'aspetto del bene". Inoltre si sparse la voce che sarebbe stato avvelenato da sicari angioini, cioè i maggiore fautori e difensori del partito guelfo fedelissimo al Papa, e tale voce circolò così insistentemente che persino Dante in un brano del Purgatorio non tanto velatamente accetterebbe tale l’ipotesi. Certo Dante con i guelfi angioini non aveva un gran rapporto perché fu proprio la fazione dei Guelfi filo-angioini ad esiliarlo, però quel che importa è capire che gli ultras della Chiesa non gradirono la quasi sconvolgente apertura di Tommaso all’uso della ragione. Molto probabilmente la storia del complotto non è vera ma anche questo fatto esprime con chiarezza che il pensiero di Tommaso d’Aquino costituì per molti aspetti una rottura con le certezze della Chiesa di allora. Anche sul piano accademico Tommaso d’Aquino, questo “bue muto” ( così lo chiamavano a Parigi per via della sua stazza e della sua riservatezza) ebbe dei critici come Teodorico di Vriberg che pure era stato anche lui un allievo di Alberto Magno. Nonostante fosse stato beatificato appena mezzo secolo dopo la sua morte (per la Chiesa erano tempi brevi…) ci vollero secoli, non anni affinché si autorizzasse ad insegnarlo nei seminari arcivescovili. Insomma, non è il “solito” santo. E ve ne accorgerete studiandolo.
§.2 Ragione e fede
Per Tommaso, a suo modo e con i suoi mezzi pur fragili, anche la ragione può fare qualche cosa di importante per la fede e, in effetti la ragione può sia dimostrare i preamboli della fede, sia respingere le obiezioni che si sollevano contro la fede. A noi interessa essenzialmente la prima, ovviamente; però come vi dicevo in apertura, se vogliamo capire la filosofia di questo pensatore dobbiamo avere la pazienza di ragionare in un ambiente teologico e poi individuarne lo spessore filosofico che, so di ripetermi, è rilevantissimo. Cominciamo con il dire che così come la nostra fede non può essere provata con argomenti cogenti (necessariis rationibus) dato che oltrepassa i poteri dell’umana ragione, allo stesso modo non può essere respinta con argomenti cogenti. Perciò, il cristiano si deve proporre riguardo agli articoli della fede non la di¬mostrazione, bensì la loro difesa e questa non può che esercitarsi razionalmente e già questa se ci opensate bene è una posizione assolutamente forte. Tommaso, infatti, non è soltanto il grande teorico del¬la dottrina dell’armonia tra fede e ragione ma è an¬che il suo massimo realizzatore.
Innanzitutto conviene cercare di intendere il senso di quel che Tommaso definisce praeambula. Si tratta di verità che sono come delle premesse, dei requisiti preliminari ed accessibili a chiunque usi correttamente la ragione, che non possono essere ignorate dato che per Tommaso la fede presuppone la conoscenza naturale. Ripeto: la fede presuppone la conoscenza naturale il che, banalmente, vuol dire che la fede non può essere vista come un dato esterno al pensare umano e che essa è campo di esistenza comunque di un soggetto umano, che per natura è dotato di ragione. Dunque il preambolismo: la ragione è come quella parte dell’edificio residenziale antico da dove si passava per raggiungere la zona interna dove i signori camminavano e discutevano (ambulatorium) . Dire che la ratio est preambulum fidei significa che i due aspetti della vita interiore sono distinti ma non separati; pensare una religione che esiga la irrazionalità è secondo Tommaso, come anche secondo tutti i grandi pensatori cristiani, un assurdo.
Se il fideismo venisse inteso come concezione dell’impossibilità della ragione di condividere il percorso della fede, per Tommaso ciò corrisponderebbe ad una specie di falsificazione del senso della creazione. Con Tommaso il ruolo della ragione viene ridefinito nel contesto della più profonda condizione umana; certo non siamo davanti ad un’idea di una ragione onnipotente che pretende i esaurire tutto il campo del conoscibile, anzi. Dovremmo, tuttavia, operare qui una distinzione tra intellectus e ratio, cosa che i medievali facevano ma di cui si è perso poi l’esercizio con l’irruzione del razionalismo, almeno fino a quando Hegel non l’avrebbe ripresa, sia pure capovolgendola: la ragione è facoltà discorsiva, ossia quella facoltà di passare dalle premesse alla conclusione; l’intelletto è intellectus principiorum, cioè è intelligenza dei principi, del “che cos’è”, del punto a partire dal quale il ragionamento stesso si snoda e prende forma. Dunque preambulum fidei.
Quanto alla teologia, o sacra doctrina, essa è volta alla comprensione della parola di Dio, si sa. Ma perché essa sia riconosciuta come parola di Dio, c’è bisogno di un esercizio della ragione, dunque della filosofia; ecco la seconda tesi, Phiolosophia est ancilla theologiae. Preambolismo ed ancillarismo per la cultura del tempo non erano riduzioni di senso. Anzi, a fronte della insistenza con la quale non pochi ecclesiastici, specie far gli esponenti della scuola mistica, consideravano la teologia come qualcosa di labile e dunque di scarso peso rispetto alla luce della fede, insistere sulla loro necessità era qualcosa di enormemente importante. Come dire che, dal punto di vista di Tommaso, se si fa filosofia si parla comunque di Dio ed anche questo concetto è molto forte. Del resto, se per un verso Dio é la semplicità assoluta dell’essere, e dunque è perfettamente trasparente a se stesso, per altro ciò non è quoad nos, non per quanto ci riguarda. Noi ci accostiamo alla verità dell’esistenza di Dio attraverso la fatica del pensare, cioè attraverso uno sforzo della ragione. Ma per fare questo bisogna accostarsi all’essere.
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