mercoledì 18 settembre 2013

Lezione 3 classe IV filosofia

2. ANSELMO D’AOSTA § 1.Presunzione e negligenza Al contrario di quanto pensava Scoto Eriugena, Anselmo, ritiene indiscutibile il primato alla fede sulla ragione ma non considera tempo perso quello di sforzarsi di capire ciò in cui si crede; riprendendo una frase contenuta nella Bibbia (Isaia, 7;79) che in una delle traduzioni possibili direbbe ”Se non avrete prima creduto, non potrete capire” , Anselmo conclude che bisogna chiedere a Dio di credere per capire e non di capire per credere perché se fosse possibile giungere alla fede per puro ragionamento non avrebbe avuto senso alcuno l’incarnazione di Dio in un uomo ( “Non enim quaero intelligere ut credam sed credere ut intelligam”). Come scrisse lo storico della filosofia medievale E. Gilson, Anselmo considerava allo stesso tempo come “presunzione non mettere per prima cosa la fede, e negligenza non fare successivamente appello alla ragione”. § 2. Credere in Dio attraverso la natura, il “Monologion”. Anselmo si impegnò in due percorsi finalizzati a dimostrare che l’idea dell’esistenza di Dio sia pienamente inerente alla recta ratio; tuttavia un percorso è di tipo induttivo mentre l’altro, il più famoso costituisce una novità nella storia della filosofia ed è stato chiamato “ontolologico” poiché riguarda il concetto di essere nella sua complessità . Non si tratta di due dimostrazioni ma di due argomentazioni; sin da Aristotele, infatti, era apparso chiaro che il principio ( e Dio è ovviamente tale…) non può essere dimostrato perché tale ambizione passerebbe da una “petizione di principio”, cioè dall’utilizzo della tesi da dimostrare come strumento della stessa dimostrazione. La prima argomentazione è a posteriori nel senso che prima si assume un dato esistente noto ai sensi e poi si procede da lì verso la tesi che si intende affermare; tale argomento viene esposto da Anselmo nel suo testo “Monologion”, l’altro nell’opera “Proslogion”. Cominceremo dal “Monologion” .In quest’opera egli ricorre all’argomento cosmologico: noi conosciamo nell’universo intero l’esistenza solo degli esseri contingenti, cioè esseri la cui esistenza non è necessaria; ma se tutti gli enti esistenti sono contingenti, cioè non-necessari, allora è sensato ammettere l’esistenza di un essere necessario che li giustifica. Ogni singolo essere dell’universo intero, per Anselmo, non ha senso per sé ma rinvia all’esistenza di altro; si forma una catena che può accordarsi con la ragione solo se si ipotizza un essere “x” che è propter se subsistens. Il nome che comunemente si attribuisce a questo ente necessario e per noi ignoto è Dio; il principio di tutto e l’ente necessario per definizione. La seconda argomentazione, di gran lunga più famosa, è nota come “argomento ontologico” ed è esposta nel “Proslogion”. § 3. Credere in Dio con la sola forza del pensiero, il “Proslogion” Si tratta di un argomento e non di una “prova”; l’abitudine a definirla “prova ontologica” può essere compresa ma non giustificato: Anselmo, a questo proposito, è molto chiaro. Egli conduce questo ragionamento: nella Bibbia si legge che lo “stolto” (insipiens) dice far sé e sé che Dio non esiste. Si chiede Anselmo perché costui viene definito “insipiens”. Perché, in altri termini, è “da stupidi” pensare dentro se stessi che Dio non esiste? Ecco cosa osserva il filosofo: quando noi pensiamo Dio ne abbiamo un’idea; essa consiste, al di là delle confessioni religiose o dalle lingue, nell’ente massimo, “Quo maiuis cogitari nequit”, cioè di cui non si può pensare il maggiore. In termini individuali da ciò deriva che se io pensassi che Dio fosse solo un prodotto della mia fantasia e che non esistesse al di fuori della mia mente, allora dovrei pensare anche che questo parto della mia mente sia privo dell’attributo più importante, cioè l’esistenza . Ma se facessi ciò, evidentemente non penserei Dio come “Quo maius cogitari nequit” perché lo penserei imperfetto, privo di una qualità essenziale per essere il maggiore o il migliore, cioè l’esistenza, Allora come faccio a sostenere che penso come ciò di cui non posso pensare il maggiore/migliore allo stesso tempo lo penso come privo della qualità che lo renderebbe il maggiore? Dunque o non penso o se penso lo penso come pienamente esistente; affermare che penso che non esiste è una contraddizione logica insanabile. Conclusione: tanto Dio è in me che anche quando penso che non esista entro in blocco mentale e sprofondo in una insanabile contraddizione. Anselmo non ha mai scritto che devo credere che Dio esista perché non posso pensare che non esista (come qualche incompetente fa dire a questo filosofo medievale). Anselmo dice che tanto Dio esiste nella mia mente che se provo a negarne l’esistenza non vi riesco. Dunque non è una prova, è un argomento. La cosa non convinse il monaco italiano Gaunilone che scrisse un testo nel quale fingendo di prendere le difese dell’insipiente dice che se fosse così come individuo io potrei anche pensare un’isola perfetta della quale non posso pensare la migliore e dovrei anche credere che esista veramente. Anselmo rispose che questo vale per gli enti imperfetti, ma non per l’ente che penso come perfetto; al concetto di isola non è applicabile la perfezione oggettiva e assoluta. Al concetto di ente sommo invece si; a priori. Anche perciò questo argomento di Anselmo lo si chiama “a priori”.

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