giovedì 19 settembre 2013
Lezione 4 classe V
JOHANN GOTTLIEB FICHTE
Fichte è considerato il fondatore dell’idealismo ottocentesco ed il primo, insieme a Schelling e ad Hegel dei tre grandi idealisti di quel secolo. Egli esordisce come seguace di Kant, dal quale era stato incoraggiato tanto da favorire presso il suo editore la pubblicazione anonima di un testo sula religione; anonima per evitare al giovane talento una stroncatura pericolosa; invece avvenne che questa anonimia fu scambiata dal pubblico per un’opera del vecchio Kant, il quale dovette intervenire per spiegare che quel testo non era suo. Per la forza ed audacia di quello e di altri scritti in cui finiva per identificare Dio con l'ordine morale del mondo, Fichte, fu oggetto dell’Atheismusstreit, lo scontro sull’ateismo, e visse momenti difficili; un suo discepolo, tale Forberg, aveva sostenuto che si poteva non credere in Dio ed essere religiosi, in quanto per essere religiosi era sufficiente credere nella virtù. L’evidente paternità fichtiana di questa tesi riposa nell’idea che il senso della ricerca dell’Assoluto è l’anima dell’eticità. In effetti, la tendenza a vedere nell’eticità il senso dell’Assoluto segnerà sempre la riflessione di Fichte. Ciò al punto che, in quanto fautore dell’idealismo, ancora oggi si applica al suo pensiero la definizione di idealismo etico, differenziandolo da quello di Schelling, estetico, e quello di Hegel, assoluto. Va tuttavia chiarito che la dimensione etica in questo filosofo non ha la stessa radice di quella che induce Kant alla stesura della grandiosa Critica della Ragion Pratica. In tale opera Kant coglie la profonda autonomia, e per questo se vogliamo anche la nobiltà, della morale, mentre per Fichte il senso dell’eticità è assolutamente ed intrinsecamente connesso a quello del conoscere. E’ sul valore del sapere, infatti, che si gioca l’intera filosofia fichtiana. Ora, siccome conoscere è rappresentare, il problema preliminare da risolvere per entrare nel pensiero di Fichte è proprio questo, cioè comprendere il significato della rappresentazione, dell’atto rappresentativo per essere più precisi, che in Kant trovava nel fenomeno l’oggetto e nel noumeno allo stesso tempo il limite ed il senso, mentre Fichte nel fenomeno vede l’effetto e nello stesso noumeno scopre invece la forza. Vedremo come e perché.
§ 1. Il dogmatismo della “cosa in sé”e l’idealismo
Fichte ritiene che il grande merito di Kant sia stato quello di aver all'individuato l’esistenza di un unico principio da cui tutto deriva; se prima, nelle varie riflessioni filosofiche, veniva conferito pari peso a soggetto e oggetto, se non un peso maggiore all’oggetto, Kant ha compreso invece la maggiore importanza al soggetto, il quale pone le sue leggi nella natura. Si tratta, lo ricordate dallo scorso anno, della celeberrima rivoluzione copernicana di Kant. Secondo Fichte, però, Kant non ha esplicitato l'idea fino in fondo; non ha, cioè, compiuto il passo decisivo di rottura con il passato e ha mantenuto un residuo del vecchio concetto di oggetto, ovvero la cosiddetta cosa in sé che, nel criticismo kantiano, è assunta come esistente indipendentemente dal soggetto e, fatto di gran lunga secondo Fichte più importante, come limite dell’azione conoscitiva del soggetto. Fichte invece elimina del tutto la cosa in sé, che a suo avviso è l’effetto di un’operazione logicamente insostenibile e chiama dogmatica la persistenza della ‘fede’ nell’esistenza del limite costituito, per l’appunto, da una presunta cosa in sé, un noumenon, un qualcosa di solo-pensabile. Lo stesso Kant si era accorto di questo possibile problema ed era, se così possiamo dire, “corso ai ripari” operando una distinzione fra noumeno positivo e noumeno negativo; il primo è facilmente liquidato come oggetto di una intuizione non-sensibile ma il secondo invece è proprio l’effetto stesso dell’intuizione sensibile. Infatti dice Kant : “Il concetto di noumeno è dunque solo un concetto limite”- in tedesco Grenzbe¬griff - “, per circoscrivere le pretese della sensibilità, e di uso, perciò, puramente negativo”. Ed è qui che Fichte esprime il suo estremo dissenso con Kant. Infatti, l’Io penso di Kant era un soggetto, era l'attività unificatrice della conoscenza; per Kant, cioè, vi era un Io penso identico in tutti gli uomini, tant'è che le categorie, produzioni dell’Io penso, erano uguali in tutti, il che spiega, secondo Kant, la scienza ed i processi comuni della conoscenza i cui contenuti, i fenomeni, erano strutturati nella forma dal soggetto. Strutturati, non prodotti, per Kant. Dal che per Kant derivava l’impossibilità/insensatezza di procedere oltre i fenomeni non solo perché non vi è un vero e proprio oltre dopo che si sono superate le colonne d’ercole dei concetti puri di spazio e tempo, ma soprattutto perché Kant avverte forte la necessità di lasciare che ogni ente pensabile non fenomenico rientrasse nel concetto di noumeno, ovvero ciò che posso solo pensare e non conoscere. In altri termini si entrava in una dimensione diremmo nominalistica nel senso che ciò che non posso conoscere lo chiamo “il pensabile”, ovvero noumeno. Per Kant, dal pensare inteso come solo pensare non si deriva il conoscere. Fichte però non la pensa affatto così; egli, infatti, si chiede chi ponga la differenza fra fenomeno e noumeno. La risposta è lo stesso io-penso che, come è noto, secondo Kant si limita da solo perché sa che oltre l’esperienza non può conoscere, perché non può strutturare; è a questo livello di indagine che Fichte si chiede se la non-strutturazione della non-esperienza possa essere oggetto di concettualizzazione. Come dire: ha senso concettualizzare l’impossibilità di concettualizzare? Non è affatto un gioco di parole, è una delle osservazioni più importanti in ordine allo sviluppo del problema della cosa in sé. Quest’ultima è o non è un concetto? Ha senso parlare di realtà in sé fuori dall’atto della sua strutturazione? Se lo è, come lo è in modo lampante al punto che con Kant ed i postkantiani persino teorizziamo il non-conoscere, come si può fare a dire allora che l’io non conosce ciò che struttura? Vi ricordo, a tal proposito, dall’anno scorso, che strutturare significa concettualizzare; è la formazione del concetto, in tedesco la Begriffsbildung. Kant lo sapeva benissimo e come abbiamo visto, ci tenne a distinguere fra noumeno negativo e noumeno positivo, ma oltre non volle andare perché concepiva il conoscere proprio come quel qualcosa che ha limiti; insomma gli andava benissimo. Una cosa è avere limiti strutturali, un’altra è porre limiti procedurali. Una cosa è credere nella limitatezza strutturale dell’atto conoscitivo, un’altra è concepire l’atto conoscitivo come un processo infinito. Infatti non per niente il pensiero di Kant è permeato di religiosità, in quanto il limite assoluto è lo stesso limite della condizione di creature; ma se invece si pensa al conoscere non come qualcosa che ha ma che pone limiti, il discorso si ribalta. Assumendo la seconda prospettiva, cioè quella strutturante, come si può dire che esiste qualcosa se non lo si può conoscere, ovvero se non lo si può ridurre alle forme a priori di un soggetto conoscente? Se lo stesso Kant afferma che il conoscere è proprio la strutturazione di ciò che si pone nello spazio tempo, perché questa fede cieca, dogmatica, nell’esistenza di un limite a priori assoluto chiamato cosa in sé? Kant non poté rispondere, fondamentalmente perché era molto malato e di una malattia che, beffa della natura, gli invalidò proprio la mente, ma forse avrebbe solo ribadito la differenza fra conoscere e sapere (conosco in quanto strutturo, so perché trovo il limite). Ma anche se Fichte onestamente ci ragiona molto su, conclude che la distinzione non regge la problematica della cosa in sé che resta sempre il problema lacerante del criticismo kantiano; Il fatto è che bisogna avere il coraggio di fare un doppio salto mortale, di affermare cioè che la cosa in sé non è soltanto posta dall’io, come avevano già ipotizzato i cosiddetti postkantiani, ma che non esiste. Fichte, a questo punto, scinde la filosofia in due categorie a seconda di come si rapportano con l'esperienza: il dogmatismo spiega l'esperienza con le cose, in riferimento agli oggetti; l'esperienza è il risultato di un'impressione del mondo esterno su di me; l'idealismo spiega invece l'esperienza con la nostra intelligenza. Il dogmatismo non è altro che la versione postkantiana del realisimo naturalistico, dunque di un materialistico deterministico che parte dalla natura per arrivare allo Spirito; al contrario l’idealismo che esalta la libertà del soggetto, e giunge alla Natura solo partendo dallo Spirito. Non si può più pensare che esista un oggetto e un pensiero separato. La conoscenza è una relazione tra oggetto e pensiero e l'oggetto non ha una sua esistenza al di là delle forme del pensiero. Dunque è l’idealismo la forma appropriata del conoscere e la scienza o è idealista, nel senso di partire dalla necessità di considerare ogni conoscenza frutto dell’attività produttiva dell’Io, oppure scade nel dogmatismo. Con questo presupposto Fichte intraprende a realizzare il suo progetto di una Wissenschaftslehre, una dottrina della scienza.
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